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Non ho che te – critica politica a un testo da radio

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Di Inchiostro

E’ un po’ che manco da questo posto, quindi buongiorno.

Lavorando capita di ascoltare la radio, e capita di ascoltare, volenti o nolenti, i nuovi singoli che vengono spinti dalle case discografiche.
A me della musica – insomma, io ascolto punk, in una canzone non cerco gli arzigogolii di Joe Satriani – importa relativamente, mi piace invece ascoltare il testo.
E’ un paio di giorni che mi soffermo, ogni volta quando la passano, sul testo dell’ultima canzone di Ligabue.
E, devo confessarvelo, mi fa incazzare.
E’ una canzone che parla di un uomo che perde il posto di lavoro.
E ne parla in un modo che a me non piace.

Ho notato due o tre cose – lo so, sono un rompicoglioni – e volevo presentarvele, e magari sapere anche cosa ne pensate.

Ordunque.

Facciamo così, vi incollo qui il testo, e poi lo analizzo.
Così sapete di cosa si sta parlando.

Prima cosa da dire: è l’elogio dell’uomo moderno.
Perché? Chiederete voi.
Perché tutto il testo, tutta la struttura argomentativa è incentrata sul personale e solo su quello.
L’inferno è solamente una questione personale, si dice nella seconda strofa.
Ma perché personale? Perché solo personale? Perché non anche collettiva?
L’inferno è anche dei colleghi licenziati, di chi ti sta accanto. Non sei tu, solo, contro il mondo.
Però, ve lo concedo, in questo caso possiamo ancora accettarlo. Alla fine ogni crisi è personale e ognuno se la vive a proprio modo.

Andiamo oltre.

Terza strofa: che cosa te ne fai di un uomo che non ha un lavoro?
Questa è la parte in cui mi incazzo davvero.
Cosa me ne faccio? Magari lo amo, magari me lo sono scelto quand’ero pischella perché mi regalava, dal punto di vista umano, cose che altri non mi regalavano.
Se un uomo dev’essere solo il suo lavoro, cosa ne rimane, dal punto di vista umano, quando il lavoro viene meno? Mi terrorizza questo concetto. Mi terrorizza e mi fa incazzare.
In questa frase, anche, si può vedere il cambiamento di prospettiva, di percezione politica che gli anni novanta hanno portato con loro: oggi, se perdi il lavoro, la colpa è fondamentalmente tua.
Ogni difetto della struttura, del costrutto, viene fatto passare come difetto dell’individuo.
I giovani sono choosy perché rifiutano contratti da schiavi, i lavoratori di EXPO sono viziati perché osano chiedere di essere pagati, chi perde il lavoro è inadatto al ruolo.
Tutto, sempre, sull’individuo.
Se hai sette master e novantordici specializzazioni, e comunque continuano a non firmarti una merda di contratto, sono capaci di dirti che la colpa è tua, tua che non ti impegni, che non produci.
Io dico fanculo a sto concetto malato.
Dico che bisognerebbe prendere autocoscienza delle situazioni, sapere quanto si vale, saper riconoscere le proprie mancanze, quando ci sono, e le mancanze degli altri.

Cosa te ne fai di un uomo che non ha un lavoro è una prospettiva puramente capitalista.
Tradotto suona come cosa te ne fai di un uomo che non produce?
Tradotto suona come chi non produce è inutile.

Poi, sempre nella terza strofa, viene detto vedessi quanto buio sotto questo sole, ma è molto meglio se non vedi niente.
E questo è il trionfo dell’individualismo emotivo. La concezione malata che si è soli, sempre.
La distorta convinzione di non vivere in una collettività, in un contesto fatto di relazioni.
E’ una spoliticizzazione del personale, un inno all’impotenza.
Eh, è successo, m’ammazzo potrebbe essere la traduzione.
Poi, cazzo, mettiamoci anche il concetto malato dell’uomo che, per forza, dev’essere forte, dev’essere imperturbabile, una roccia inscalfibile. Dell’uomo che deve portare il pane a casa, perché lui è l’uomo e quello è il suo ruolo.
No, non mi piace per nulla questo eroismo costruito per luogo comune.

E veniamo al ritornello.

Non ho che te, non ho che te, che cosa ho fatto per meritarmi tanto?
Folla in visibilio, verrebbe da dire.
Nel mondo di oggi la concezione è che la salvezza la si ottiene tramite la coppia. Due persone contro il mondo. Due persone, sole, contro tutto il mondo.
Non ho che te.
Non è vero, cazzo. Stessi un po’ più attento, ti accorgeresti che hai i tuoi colleghi, che stanno come te. Ti accorgeresti che i sindacati sono una merda, ma che in piazza ci si può scendere lo stesso. Che l’immobilismo in cui ti sei rintanato è un immobilismo che ti hanno indotto, perché ti hanno convinto che collaborare, condividere, dividere non serva a nulla.
Ti hanno convinto che sei solo, togliendoti piano piano i punti di riferimento politici.
Non ho che te è un concetto basato sul fatto che debbano essere gli altri a salvarci, quando invece nessuno salva nessun altro, in questo giochino. Ci si salva da soli, prendendo coscienza di se stessi, delle cose, dei fatti che ci accadono intorno.

Io non capirò mai come cazzo sia possibile dare al sentimento un ruolo che non può avere.
L’amore non risolve le cose, l’amore non cambia la situazione, non porta il pane in tavola, non ti salva.
Credere che l’amore possa fare tutto ciò è il modo migliore per distruggere le relazioni, perché si danno ad altri responsabilità che non possono avere.
Io mi salvo da solo, e posso amarti proprio per questo motivo. Perché non ho bisogno d’essere salvato, ma solo accompagnato, mentre mi impegno per tirare giù tutto.

Credo, in modo confuso, d’aver detto la mia.

Vi lascio una canzone che, allo stesso modo, parla di miseria.
Io la preferisco di gran lunga.
E’, a mio parere, una canzone d’amore sincera, vera.
Forse la più bella mai scritta.
Perché in questa canzone nessuno deve salvare nessun altro.
Vi allego il testo, vi lascio alla musica.

Vostro, in modo verecondo

Inchiostro

  • Lui è Inchiostro. Potete trovare i suoi post nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia. 
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Comments

  1. lizzie_bennet says:

    Messaggio pericolosissimo: che succede se la fantomatica “lei” decide di andarsene? La cronaca mi sembra che sguazzi molto nella retorica del pover’uomo che dopo “aver perso tutto” uccide “per un raptus” la moglie/compagna che magari voleva lasciarlo.

    Alla base ci vedo la stessa filosofia di “amore totalizzante”, in cui l’altra il sostegno/puntello di un’identità fragile.

    • se prendiamo un vocabolario qualsiasi ed andiamo alla parola ‘femminismo’, nella peggiore delle ipotesi troviamo almeno venti righe, tanto che alcuni vocabolari iniziano a parlare di femminismi diversificati a cui bisogna dare nuove definizioni.
      mentre se andiamo a cercare nello stesso vocabolario la parola maschilismo troviamo si e no due righe che danno la sola definizione di machismo.

      domanda che sappiamo del mondo maschile se già una canzone in merito all’animo i un maschio fa gridare allo scandalo?

      • Qui il punto non è l’animo del maschio.
        Il punto, e credo che io l’abbia sviscerato nel commento qui sotto, è la spoliticizzazione dei rapporti.
        Non è perché è un maschio, è perché secondo me pensarla così è un po’ una stronzata (parere super personale 🙂 ) che un* sia lemure, donna, treppiedi, skoda fabia, uomo, tagliaunghie o presina da forno.

        Anziché concentrarsi sulla sfera delle relazioni, sul politico-personale, il testo si concentra solo sul personale.
        Secondo me è un atteggiamento sempre perdente, che porterà sempre all’insoddisfazione.
        Non possiamo pensare che una singola persona, come già detto mortale e imperfetta, soprattutto fragile, sia l’unico appoggio da cui ripartire nei momenti di difficoltà.
        Se oggi le cose fanno cagare, è anche per questo motivo.
        I baci devono essere una conseguenza del benessere, non la causa. Perché sono un fondamento troppo instabile per poter pensare di rimanere in piedi con solidità.

        Come detto, faccio il parallelismo con la canzone di Springsteen, che tratta lo stesso tema, o forse anche peggiore, in modo del tutto opposto.
        Questo perché, anche, “Atlantic City” è una canzone di trent’anni fa, di quando la percezione politica del privato esisteva ancora, e i fallimenti del soggetto non erano solo addebitati al singolo, ma anche al contesto.
        In questa canzone sembra non sia colpa di nessuno, se non del povero cristo, che a sua volta si rivolge a sta povera crista e le dice “non ho che te, salvami”.
        Non è una bella cosa.
        Anzi, è uno dei modi migliori per distruggere i rapporti.

        • nichilismo esistenziale? la ricerca di un qualche azione catartica (purificazione)?
          o molto più semplicemente la speranza da opporre fato?
          io l’ho ascoltata apposta, e NON sono un’esperto, e non mi è sembrata una canzone da piangersi addosso, ma piuttosto il ritornello mi è sembrato il perno di una speranza.

          se la vita è condivisione, allora si può dedurre che hai bisogno di un sorriso

          • Dire non ho che te non è condivisione, è dipendenza.
            Lo dice la frase, del resto. Condivisione è quella esposta nell’altro testo, dell’altra canzone che porto come paragone.
            A parte che il concetto di speranza -ne scriverò – è un concetto che non condivido, al contempo, non credo che la dia il dipendere da qualcuno.
            Condivisione è quella esposta nell’altro testo, nel testo della canzone che offro come contraltare.
            Io non vedo speranza in questo testo, solo disperazione da parte di chi prentende di essere salvato magari da una persona che è nella merda quanto lui.
            Autodeterminazione non è una brutta parola, è una parola bella importante.
            Anche politica non è una brutta parola. Quello di cui scrivo in questo post è la spoliticizzazione del personale in favore del nulla. È il testo ad essere nichilista, non io.

            Se posso, i testi dei The National affrontano la sensibilità del maschio a 360 gradi, in un modo ben più pregno di questo testo.

            Io avrei fatto e detto le stesse cose anche l’avesse scritto una donna questo testo.
            Perché il punto non è chi l’ha scritto, il punto è che l’intimismo è la morte della collettività e del sociale.
            Io non ho solo “te”, ho la mia rete sociale, i miei amici, le mie idee, me stesso. Ho anche te, e tu hai anche me. Questa è condivisione.
            Dire “non ho che te”, ripeto, è esprimere una dipendenza.

            • la speranza fu quella che rimase nel vaso di pandora…………

              speranza non nel senso di dipendere, ma lottare per chi o cosa?

              se lo scopo della vita, detto in modo semplicistico, è allevare figli per prolungare la nostra vita, allora ‘non ho che te ‘ può avere un senso: in questo mare in tempesta, sei l’unica certezza che ho per andare avanti.

              per il resto ti do semplicemente ragione

    • Sono d’accordo, ma non lo circoscriverei solo in direzione uomo/donna.
      Il problema, secondo me, è proprio questa concezione dell’amore come unica ancora di salvezza.
      Nel senso, la gente è convinta che un’altra persona, mortale e imperfetta anch’essa, possa risolvere tutti i problemi dell’universo mondo.
      Anziché interrogarsi sulle ragioni sociali, sui fatti che portano certe cose a manifestarsi, sul perché tutti dicano di volere l’amore per essere felici e poi siano fottutamente infelici, anziché chiedersi queste cose, cercano un principe o una principessa cui aggrapparsi per sentirsi meno soli e convincersi che tutto sia splendido perché, dio mio, hai una specie di animale da compagnia al fianco.
      Non ho che te è un concetto che proprio non riesco a sopportare.

      Preferisco Springsteen che dice “Everything dies, baby, that’s a fact, but maybe everything that dies, someday comes back”.
      E’ molto più paritario, meno dipendente, più vero.

      Secondo me il punto è che non bisogna aspettarsi che siano gli altri a metterci a posto le cose, ma noi a mettercele a posto da soli.
      Politicizzando le situazioni, ad esempio. Smettendola di considerare il personale come non politico. Decidendo da che cazzo di parte stare. Liberandoci dal pensiero unico.
      Prendendo l’amore per quello che è. Una cosa imperfetta, imprecisa, che può perire, slegata dall’eterno. Una cosa bellissima, ma non l’unica, né necessaria, né tantomeno sufficiente a rendere una vita piena.
      Se sono dei baci a dover riempire la nostra vita, cazzo, siamo messi male.
      Ne scriverò.
      Secondo me l’amore funziona quando non ne si ha bisogno, quando non è l’unico motivo per il quale ci alza la mattina.
      E a me queste canzoni melense dove un cristo o una crista di turno costituiscono la salvezza d’un altro cristo o crista, insomma, mi hanno veramente stancato.
      Una volta c’erano i contenuti, i concetti, le problematiche sociali e politiche.
      Oggi tutto ruota attorno a un “ti amo”, a un “per sempre”.
      E tutti sono infelici.
      E la cosa non mi sorprende affatto.

      Perdona la lunghezza, ma il tuo commento mi ha stimolato.
      Mi hai dato un paio di idee per il prossimo post! 🙂

    • Eric Lauder says:

      Infatti.
      Se invece che cantare “non ho che te” avesse cantato “di te non mi importa granché” non sarebbe stato totalizzante/pericoloso. 🙂

    • Bruci la città
      e crolli il grattacielo
      rimani tu da solo
      nudo sul mio letto.

      Bruci la città
      o viva nel terrore
      nel giro di due ore
      svanisca tutto quanto
      svanisca tutto il resto.

      Irene Grandi – Bruci lacittà

      non ci vedi anche qui un ‘amore totalizzante’? ma stavolta il soggetto della canzone è una donna………

      • Sono d’accordo con te, d’accordissimo.
        Per caso fortuito la canzone di Ligabue la passano in radio mentre lavoro.
        Ma questo ragionamento potrei farlo con qualunque canzone casuale.
        Farlo con un testo di Ligabue è stato, devo dire, anche piacevole perché, per lo meno, ha un senso ed è ben scritto e la canzone è orecchiabile.

        Non è un attacco agli uomini, né alla sfera maschile, né nulla.
        Anzi.
        Questa canzone è anche stereotipizzante, per certi versi.
        Io, ad esempio, non reagisco così nelle difficoltà. Non sono un duro, i demoni li butto fuori, e mi ricordo di quante persone ho intorno, senza totalizzarmi su una sola (nonostante quasi conviva).

        Se vuoi, per par condicio, posso analizzare un testo della Pausini. Uno a caso.
        Tanto canta sempre la stessa medesima cosa.

        Come ho detto, è un caso fortuito.
        Le radio spingono ‘sta roba, e io tendo a parlare di cose attuali.

  2. Premetto che Ligabue mi ha sempre fatto un certo ribrezzo, quindi forse sono parziale; in ogni caso la frase “è molto meglio se non vedi niente” è quella che più mi disturba, perché mi sembra riflettere e quindi incitare quei comportamenti qualunquisti che oggi sono tanto diffusi del tipo ‘metti la testa sotto la sabbia tanto la società fa schifo’.

  3. Pensa, io invece ci leggo la disperazione di un uomo che è comunque grato di quello che ha e che cerca di difendere la sua compagna da quanto di brutto c’è attorno, nonostante tutto.
    E non perché è un maschio che sottomette ma perché la coppia serve anche per appoggiarsi e sostenersi e non solamente per dividere gioie e piaceri.

    • Va bene! 🙂

      • Sto ancora aspettando una sua risposta all’altro mio articolo.
        Quando risponderà a quel quesito, io le risponderò a questo.
        Non vale passare, dire la propria e poi sparire.

        Così son buoni tutti!
        Io sto rispondendo ad ogni singolo commento, perché mi piace confrontarmi.
        Se lei deve dire la sua e basta, compiacendosi di credere d’avere ragione, faccia pure.
        Ma, la prego, non commenti i miei articoli.
        Divento triste sennò! 🙂

  4. Ahahah mi piace la tua verve. Allora, sono molto d’accordo sul discorso della coppia come salvezza e del concetto di amore malato, declinato in tutte le sue infinite sfumature. Questo testo e’ solo una di queste infinite sfumature di idealizzazione dell’amore malato o estraniato dal contesto sociale. Il 90 per cento dei testi di canzoni della popular music attingono a questo immaginario, quindi mi stupisce solo un po’ il tuo stupore. Canzoni piu’ “mainstream” giocano sull’idea amore-salvezza, molte canzoni “alternative” giocano sull’idea dell’amore “tossico” (nel senso di malato , non drogato), distruttivo e pericoloso (ad esempio gli Afterhours ci hanno costruito su un impero, citando Elio 😀 ).
    Io sono d’accordo che certi messaggi veicolati nelle canzoni tendono a veicolare messaggi sociali magari anche discutibili (senza contare che le interpretazioni sono personali) ma e’ anche vero che spesso i testi delle canzoni non intendono veicolare codesti messaggi ma raccontare storie. E come ben sappiamo, quando si parla di storie si puo’ anche sospendere il giudizio. Nel caso di Ligabue io ci ho visto il racconto, con l’io narrante in prima persona, del senso di impotenza che affligge la nostra generazione e l’italia, non un cercare di sdoganare quell’impotenza come una cosa buona e giusta. Tu dimmi se io dovessi prendere come “precetti” le Murder Ballads di Nick Cave, o Don Raffae’ di De Andre, che conclusione dovrei trarne… Sono storie. Nello storytelling musicale il confine tra personaggio raccontato e autore che esprime un’idea e’ sempre labile, e’ un dibattito infinito che nei popular music studies va avanti dai tempi del cucco.
    Io ho la mia idea su quello che distingue una storia da una dichiarazione ideologica (nelle canzoni) ma e’ sempre tutto soggettivo. Stranamente, pensavo anche io di scriverci qualcosa.
    Spezzo il commento e finisco il ragionamento.

  5. Io ho un grave problema, (e ci scrivero’ qualcosa sopra al piu presto) con la canzone agghiacciante che corrisponde al nome di “Quello che le donne non dicono”. Cioe’ tu ti scandalizzi di Ligabue, fatti un giro di certa musica italiana e ti iniziano a partire emboli a raffica. La canzone racconta un’idea di femminilita’ non solo malata, stereotipata, allucinante (vatti a leggere il testo), ma non si limita a raccontarla. Ne fa un MANIFESTO!! Una generalizzazione, una bandiera, un badge. Tant’e’ che la frase chiave e’ “SIAMO COSI'”. Siamo cosi’ CHI? Tutte quelle con la vagina? Ma che mi hai interpellato? ‘ A Enrico Ruggeri, ma chi te conosce? (l’autore della canzone e’ un uomo!). ok. Ora analizziamo un’altra canzone che parla di amore malato: la patetica Minuetto cantata da Mia Martini (scritta da Califano). Ecco, Minuetto pure e’ agghiacciante, ma il fatto e’ che e’ una storia. Non e’ un manifesto. Non e’ prescrittiva. E nonostante racconti un senso di impotenza e sconfitta femminile, quando l’ascolto come una storia, mi commuovo. La trovo bella. Trovarti sessualmente dipendente da uno che ti tratta come una cosa? Aho so cose che capitano. Uno non se le augura, ma capitano. Anche perche’ di riferimenti al femminile non ce ne sono, un uomo potrebbe provare le stesse cose – certo la canzone gioca sullo stereotipo della fragilita’ femminile, pero’ non lo iconicizza, come “Quello che le donne non dicono”.
    Poi vabbe’ il fatto che cantata da Califano sia disgustosa e’ un’altra faccenda che poi magari spieghero’. Pero’ e’ una storia – non un manifesto, e’ diverso.
    Spero di essermi spiegata. Se ti piace indignarti, fatti un giro su YouTube e ascolta cos’hanno cantato le donne in Italia negli ultimi 50 anni.

    • Cio’ detto, mio caro Inchiostro, trovo che il punto qui sia “perche’ ci raccontiamo sempre lo stesso tipo di storie?”. Ecco, questo mi sembrerebbe interessante da capire. I fattori sono tanti, la coscienza collettiva e’ uno, l’industria discografica e’ un altro. Sul fatto che ci sia addirittura bisogno di canzoni che raccontino altro potrei iniziare una guerra santa, quindi il pippone e’ per il piacere del confronto, non perche’ non sia d’accordo sul cambiare registro.

      • Diciamo che ho scelto Ligabue perché con altri (Mengoni, Ferro, Pausini, ANTONACCI) sarebbe stato troppo facile.
        Sono d’accordo sul concetto di storyteller.
        E condivido la tua stessa domanda “perché un tema così intimista e non un altro, più sociale?”.
        Sembra quasi che il politico, nel personale, sia diventato tabù.
        Per il testo sottoscrivo tutto, hai aggiunto cose che avevo omesso e in alcuni casi nemmeno pensato.
        Commento di fretta e da cellulare perché sono sinceramente contento che qualcuno abbia aggiunto del contenuto, e volevo manifestare la mia sincera gioia! 🙂
        Domani articolerò meglio, che qui con sti cristo di touch imbastire un discorso è cosa da eroi.
        In ogni caso è un piacere, lieto dei tuoi commenti! 🙂

        • Tranquillo, anche io con i cellulari non riesco a scrivere. Purtroppo in musica il politico in generale è diventato tabu’, anche nel mondo della musica “alternativa” il che mi urta ancora di più; i testi cosiddetti alternativi sono spesso diventati un concentrato di pippe mentali, filastrocche, frasi da status di facebook, manifesti di cinismo esistenziale mascherati da ironia rinogaetanesca. Io in musica sospendo il giudizio, quindi non è che dico che queste cosa non possano avere una loro funzione, ma mi domando spesso come riuscire a riportare in auge delle riflessioni collettive senza incappare nel semplicismo degli inni e dei manifesti; come te penso che la strada del personale/politico sia quella più interessante, così a naso profeticamente penso ci vorrà un pò ma succederà e magari diventerà anche trendy (corsi e ricorsi storici…). Poi ho riletto bene il testo di Ligabue, rispetto e in parte condivido la tua interpretazione ma almeno a me rileggendo è arrivato proprio come uno storytelling di depressione (vedi riferimento a pensieri suicidi verso la fine), il che spiega tutto il quadro. Inoltre già il fatto da parte sua di aver sollevato il tema, nonostante lo faccia in un modo ruffiano, me lo fa stimare un pò di più di tanti altri personaggi (anche se la musica è copiata ai Green Day, ma vabbè…) Se avrai voglia e tempo aspetto con piacere i tuoi commenti da tastiera dita-friendly, e comunque sappi che l’antropologia della musica e’ la mia vita, quindi quando hai voglia di fare un dibattito su queste cose fai un fischio e posso andare avanti per intere giornate 😀 Buona giornata

          • Diciamo che ho scelto questo testo perché almeno era ben scritto e piacevole da ascoltare 🙂

            Sono d’accordo anche con l’analisi sull’indie in generale.
            Sembra che tutti abbiano un sacco di cazzi amorosi e nessun tipo di problema politico.
            Questa cosa mi sembra a) assurda b) improbabile.

            O la gente non pensa, oppure non si pone domande.
            Oppure è pigra.

            Qualche testo de Lo Stato Sociale è carino, sennò ci sono gli Invers che ne hanno un paio abbastanza cazzuti. I Ministri non demordono.
            Poi bisogna andare sul rap, in Italia, o sulle vecchie glorie tipo Banda Bassotti, ché quelli non mollano proprio mai niente.

            Sulla musica americana è più facile, ma quello perché gli anglosassoni, sia dal punto di vista letterario che musicale, ci han sempre dato delle gran papocchie.
            Nel senso, loro hanno Springsteen, gli Anti-Flag e noi Ligabue e Vasco.
            Loro hanno avuto David Foster Wallace, hanno James Ellroy, noi abbiamo Baricco (nulla toglierli, eh, carino, ma da lì a reputarlo chissà cosa ce ne passa. L’altro che mi sta antipatico è Ammaniti, ché Pahlaniuk già esiste).

            Anch’io potrei andare avanti per mesi credo, e non ho inserito il cinema, che lì davvero la situazione si fa interessante!
            Cioè, vogliamo accomunare Sorrentino a MacQueen (quello di Dodici Anni Schiavo) o Loach (che non è americano, ma è comunque anglo)?

            Credo non ci sia gara! 🙂

            Buona giornata a te! 🙂

            • Ora però non scadere nella mitizzazione culturale degli States 😀
              Credo basti mettere sul piatto Monicelli, Pasolini e De Andrè per non avere proprio nulla da invidiare alla cultura artistica americana del secondo dopoguerra.
              Piccola parentesi su Vasco, secondo me è da sempre eccessivamente bistrattato, tanto a livello musicale, quanto lirico.

      • sarà come dici tu, non lo metto in dubbio.
        ma così facendo fai due cose: a) fai dell’ascoltare musica una cosa complicata,b) steriizzi l’intelligenza dell’ascoltatore.
        io generalmente ascolto musica alla radio quando vado e torno da lavoro, credi che mi metti ad arzigogolare attorno a due note consecutive piacevoli?
        o non ascolti il Gloria di Vivaldi’s Women? https://www.youtube.com/watch?v=cgaOVV4JQHA

  6. Ascoltare musica, come leggere libri, è o dovrebbe essere una cosa complicata. Non mi sembra d’aver sterilizzato l’intelligenza di nessuno, dato che ne è venuta fuori una ‘discussione’ o comunque un confronto.
    Nessuno ti ha detto cosa devi fare. Io non posso prescindere dall’ascoltare i contenuti di un testo, ma questo vale per. Mica dico dovrebbero farlo tutti.

  7. Davvero una gran bell’analisi. Apprezzo moltissimo chi sa mettere giù in modo tanto informale e diretto pensieri così articolati e che, per altro, condivido appieno (in questo senso fa davvero piacere leggere opinioni in grado di vedere che il “politico” s’annida ovunque, musica compresa).

    Personalmente trovo fastidiosa anche questa strofa “L’altro giorno ho visto il titolare / aveva gli occhi gonfi, la giacca da stirare / mi ha visto, si è girato, stava male / aveva gli occhi vuoti, la barba da rifare” che, credo senza dolo, presta il fianco all’immaginario storicamente di destra del “tutti sulla stessa barca” – classe politica, padronato e salariati – nei confronti del “nemico comune”. L’analisi socialista ha messo in luce ben altro, peccato che 40 anni di pensiero unico abbiano leggermente stravolto la percezione della realtà.

    Il tuo pensiero mi ha fatto venire in mente questo articolo:
    http://contropiano.org/cultura/item/31117-gli-ultimi-negrita-il-vuoto-della-crisi
    Dacci un’occhiata.

    • Sono d’accordo sulla frase sul titolare, diciamo che l’ho ignorata perché già così di carne al fuoco ne avevo messa 🙂

      E anche l’articolo sui Negrita è molto bello, direi intelligente.
      Dirò la verità: a me anche “Dannato Vivere” m’è sembrato abbastanza inutile, nonostante un paio di canzoni fossero carine.
      Ma era comunque tutto sempre incentrato sulla sfera personale, tutto spoliticizzato.
      Ormai sembra che non esista nulla al di là della sfera emotiva, in questo paese.
      Come se i fatti sociali accadessero così, per caso.

      Non per fare quello impegnatone e serioso, però la metà dei messaggi che si sentono in televisione o in radio sono vuoti e privi di contenuto.
      La cosa che ogni tanto mi dà lo sconforto è che le persone li prendono per buoni.
      Ormai sono arrivato al punto che, per ascoltare le canzoni alla radio, devo scollegare il cervello. 🙂

      • Io sono un po’ più drastico e non ne faccio una questione solo italiana ma d’intero emisfero occidentale (mi riferisco al vuoto pneumatico che permea tutto lo spazio che travalica l’emotivo). Quanto ai messaggi di tv e radio, alla faccia della metà… il 90% sono cagate, il restante 10% ovvietà che non portano comunque a nulla. In questo senso io sono ben felice d’essermi affrancato da questi mezzi di “comunicazione”.
        Quella del buttarla sul personale anche in musica, comunque, penso sia la risultante della spoliticizzazione sociale partita negli anni ’80, un po’ la traduzione in musica del pensiero thatcheriano per cui non esiste la società ma solo una moltitudine di soggettività distinte; il resto del danno l’ha fatto il mercato discografico, come per altro già cantavano alcuni nel 1975.

  8. a sentire Ligabue stesso spiegare la canzone, in questi giorni trasmettono, lui in tour che parla a Fabio sulla Rai, questa sua canzone sopratutto il ritornello lui lo riferisce alla musica
    Che finite le ideologie e tutti gli ambaradan non gli resta che la musica.
    Analisi più che forzata.

    • a volte la musica è fine di se stessa. basta ascoltare la musica in voga di questi giorni.
      due note piacevoli da fischiettare mentre si va o si viene da lavoro, o sotto la doccia e nulla più. ma è anche vero che viviamo in un mondo relativo e di relazioni, quindi perchè no, se qualcuno nelle stesse note riesce a trovarci altro?

    • A ben leggere, quello che dico è proprio che, secondo me, è fallace pensare questa cosa.
      Ligabue dice che per lui è la musica, il tizio nella canzone si riferisce alla moglie.
      Secondo me non è tutto così personale.
      La rete di relazioni è ben più grande di una personalissima e intima riflessione.
      Ma è un mio parere.

  9. Sono arrivata a questo tuo articolo per caso, e confesso di non aver letto tutti i commenti precedenti quindi magari qualcuno ha già scritto ciò che sto per scrivere io. Premetto che sono donna quindi ho già un punto di vista diverso dal tuo ma…
    guardando il video (e l’ho guardato tante volte) io interpreto la frase “non ho che te” in tantissime sfumature. Secondo me con quel TE lui non intende la sua donna.
    Non ho che te: l’amore, il lavoro, la speranza, la forza di combattere, me stesso, il datore di lavoro che non ce la fa, la banca, i colleghi.
    Poi, forse, sarò io ad essere strana.

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