Se io non mi spoglio non devi farlo neanche tu

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Abito in Via della Libertà, ma di libertà a casa mia ne vedo molto poca. Mio padre è morto qualche anno fa e siamo rimaste io, mia madre e mia sorella più grande. È lei che negli ultimi anni mi ha fatto da “padre”, pur senza averne le capacità e manifestando immaturità in molte cose. Sicuramente non racconto nulla di nuovo ma forse riesco a mettere assieme i miei pensieri mentre scrivo.

A 18 anni, pur di andarmene da casa, cominciai a fare foto sexy e a venderle. Poi diventai una webcam girl. Più in là presi contatto con persone del giro e cominciai a fare film porno. Mi entusiasmava l’idea di viaggiare, recitare all’estero e poi tornare. Era come se avessi una doppia vita, con la mia apparenza sobria e l’altra me che viveva di contatti tra pelle e liquidi.

Riuscii a pagarmi l’affitto di un appartamento e quando mia madre chiedeva che tipo di lavoro mi facesse guadagnare tanto, inventavo un impiego di import export o qualcosa del genere. Un giorno mia sorella venne a trovarmi ed era tardi. Aveva voglia di parlare e furono ore allegre, come non ne trascorrevamo da tanto tempo. Rimase a dormire e il giorno dopo lei si svegliò prima di me. Voleva controllare le sue mail e io non avevo messo la password per l’accesso al mio computer.

Con la connessione arrivarono anche i messaggi dei miei clienti in webcam. Mia sorella non sapeva cosa fare e chiuse tutto. Poi rovistò tra le mie cartelle e ne trovò una con le mie pose hard. Scandalizzata mi svegliò urlando. Preparai la moka per un caffè e nel frattempo tentavo di capirci qualcosa. Poi associai la parola sorella a computer e mi resi conto del pasticcio. La rimproverai per non aver rispettato la mia privacy. Lei disse che non pensava avessi qualcosa da nascondere. Chiese che cosa stessi facendo e le spiegai che erano foto amatoriali e che in chat c’erano amici lontani con i quali parlavo. Lei non si lasciò incantare e mi forzò a spiegarle meglio.

Parlai: delle foto sexy, della webcam, e già che c’ero le dissi anche del porno. “Ma hai pensato a quello che potrebbe dire la mamma se ti vede fare quelle cose? Vuoi fare morire di crepacuore anche lei?” – perché nella testa di mia sorella, da piccina, dato che io ero la cocca di papà, era rimasta fissa l’idea che fosse tutta colpa mia. Mio padre morto per una mia brutta magia. Così avrei potuto far morire tutta la famiglia se solo avessi voluto farlo.

Le urlai contro parole cattive e lei mi rispose con altre meschinità. Si rivestì e andò via sbattendo la porta. Io non avevo tempo per pensare a niente. Avevo l’aereo nel pomeriggio e feci subito i bagagli per partire. In viaggio mi addormentai, serena, come se tanti chilometri potessero mettere a distanza tutti i miei conflitti. Girai per una settimana e quando era il tempo di ritornare in Italia chiesi se c’erano altri ruoli, sempre secondari, per me perché volevo restare.

Così mi sistemai in quella città sconosciuta per sei mesi. Mai una parola con mia sorella. Rispondevo solo a mia madre dicendole che ero fuori per lavoro. Lei si acquietava e con un sorriso mi diceva “ti voglio bene”. E’ sempre complicato conciliare il mio lavoro con la famiglia. C’è che non vuoi ferire nessuno. Non vuoi provocare dolore. Non vuoi però restare incasinata a vita. Avrei voluto dirlo ed essere accettata perché in fondo io sono sempre io, qualunque cosa faccia per campare.

Mi decisi a tornare convinta di dover fare coming out. Approfittai di una serata serena, tiepida e adatta a madre e sorella per andare a prendere una pizza fuori. Tra la gente non accadrà nulla di brutto, mi convinsi. E c’era mia sorella che mi guardava come aveva sempre fatto. Con gelosia, invidia, perché qualunque cosa lei facesse per conquistare i nostri genitori pensava di venire sempre per seconda. Stavolta mi aveva in pugno. Pensava che mia madre non avrebbe mai approvato. Finalmente lei sarebbe diventata la figlia preferita.

Iniziai a spiegare, sorridendo, e raccontai, rivolgendomi a mia madre, che ero stata in una città bellissima che avrei voluto lei vedesse. La prossima volta potresti venire con me, la invitai. Lei sorrise e io continuai. Dissi delle mie foto, in cui venivo particolarmente bene, perché tutti dicevano che ero bella. Poi le chat e infine i film. Lei era curiosa “lo fate per davvero?” e le spiegai che si, in effetti, si fa sul serio anche se è tutta una recita. Mi fece mille domande e fece zittire mia sorella che era partita in quarta con una scenata. E mentre lei sbolliva la rabbia e si rassegnava nel vedere che neanche quella volta mia madre mi avrebbe scomunicata, io dettagliavo il racconto e raccontavo tutto con ironia, con una nuova luce negli occhi, giacché mai più avrei dovuto nascondere nulla alle persone che amo. Mai più.

Mia madre ogni tanto rideva, poi faceva altre domande e infine disse che era felice se io sono felice. E lo sono, risposi. Allora va tutto bene, mi rassicurò. Da quella volta in poi mia sorella dovette consegnarmi la libertà di fare, dire, pensare e sbagliare, ma in giro per il mondo ne ho trovate tante di sorelle che contro di me proiettavano conflitti forse irrisolti nell’adolescenza. Donne competitive, più giovani, più mature. Donne che mi giudicavano e che non mi perdonavano di esibire l’orgoglio di fare quel mestiere. Lo raccontai un giorno nel corso di un’iniziativa. Eravamo all’estero e non pensavo che anche lì esistesse una folla di donne così moraliste e bacchettone.

Un movimento femminista tal dei tali, naturalmente contro il porno, a dirmi “ma non ti vergogni? Non hai dignità. Sei complice dei maschilisti… sei asservita al patriarcato, ti fai mercificare come un oggetto” e io risposi semplicemente che loro potevano pensarla in qualunque modo ma di certo io non ero e non sono un oggetto e in quanto a loro, nessuno le obbliga a girare o a guardare film porno. Una urlò che “però li vede mio marito, mio figlio, mio nipote.” Mi venne in mente la canzone di De Andrè, Bocca di Rosa. Perché quelle puritane in realtà si nascondevano dietro slogan femministi per impormi la loro pessima cultura autoritaria.

Come da sempre avviene in ogni parte del mondo ci sono donne che tentano di riportare altre donne sulla retta via per incarico di uomini che vogliono farci restare vergini per darci in spose. Il punto è che da anni, ormai, gli uomini non delegano più alle donne di “salvarci” e ricondurci a dominare il focolare. Sono le donne che non riescono a smettere. Non sanno cosa fare ora che non devono più stare al servizio di padri, mariti, patriarchi. Non sanno accettare che non hanno più il potere di dire alle altre donne come vivere le loro vite. Non sanno reinventarsi. Non sanno fare a meno di rompere le ovaie di chi non vuole rotture di ovaie. Se io scelgo di fare questo mestiere a te cosa importa? Che danno procuro a te? Nessuno. E tutto il resto è frutto delle tue parole vuote che rivelano la tua paura del sesso, la tua bacchettonagine e il rapporto pessimo che hai con il tuo corpo. Così pretendi di far coprire me. Sai che ti dico? Il corpo è mio e lo gestisco io. E spogliati anche tu, e se non lo fai, pazienza, allora fatti una montagna di cazzi tuoi.

Ps: è una storia vera. Grazie per averla raccontata.

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Comments

  1. Bella storia, davvero.

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