Racconto del primo Maggio. Omaggio ad Andrea Pazienza

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di Inchiostro

Vuoi mettere risorgere?!

Il momento più bello è stato un bacio sulla guancia.
Ok, lo ammetto, io sono un Penthotal. Sono quello sfigatissimo personaggio disegnato dalle mani attente e sensibili del Paz!, al secolo Andrea Pazienza.
Ogni tanto, quando penso a lui, penso al suo nome. E, ogni volta, ne concludo che sia una bella sfiga chiamarsi Andrea, che in greco significa uomo virile: un nome con un significato così del cazzo, così maschile, fallocentrico, non può far altro che portarti ad essere l’esatto opposto.
A un’amplificazione della sensibilità che, magari, ti porta a morire d’overdose a Montepulciano, in una squallida estate di fine anni ottanta, quando avevi ancora tanto da dare, da dire, da disegnare.
Quanto ci manca il Paz!, in questi giorni.
Quanto ci sarebbe servita, oggi, una sua vignetta veloce, schizzata, realizzata nella notte, a caldo.
Quanto ci sarebbe servita, oggi, la sua ironia.

Vuoi mettere risorgere?!

Io non mi addentrerò in analisi dei fatti. Non mi interessa.
Come ho già detto, sono un Penthotal, sono l’artista della situazione, quello con la testa per aria, quello che non ci capisce molto. Sicuramente qualcuno, molto più lucido di me, avrà scritto qualcosa di intelligente a riguardo.
Però so che il corteo era in festa, che in testa al corteo, fino a che non s’è passati in Cadorna, l’aria era bellissima, tutti erano bellissimi.
E quello che è successo dopo andate a guardarlo in televisione, nei giornali. Dove eravamo noi non è affatto successo. Non che voglia dire che, allora, non è accaduto affatto.
Però della festa non ha parlato nessuno, nessuno ne sa niente. Come se la manifestazione fosse durata solo quei quaranta minuti.
Però, come scrivono alcune penne illuminate, dobbiamo morire tutti.
Però alla Diaz non ce ne hanno date abbastanza.
Però avrebbero dovuto spararci.
Però siamo dei nullafacenti che si divertono a sfasciare ogni cosa.
E lo siamo tutti, tutte, tutt* incondizionatamente.
Io so che non è vero, perché ero lì, vivo, in mezzo agli altri, vivi.
Ma non ho bisogno di convincervi di questa cosa. Pensate pure che dobbiamo morire, se volete. Pensate pure che siam bravi solo a rompere i coglioni, se volete.
Come ho già detto in passato, non ho bisogno di avere ragione.

Vuoi mettere risorgere?!

Ieri, camminando sotto la pioggia, al ritorno, c’erano sentimenti contrastanti sotto la pelle.
Il primo era quello d’evitare di farci fermare dalle divise, che in quei momenti, visto che non avevano fermato nessuno del blocco nero, stavano facendo fermi un po’ casuali qua e là.
Non avevamo fatto niente ma, come si dice in questi casi, meglio a casa che in caserma.
Il secondo era una frenesia da adrenalina non scaricata, ché eravamo stati un’ora e mezza a sfilare in corteo, ballando, con addosso la sensazione che potessero caricare da un momento all’altro. Come se fossimo nel deserto dei tartari, come se stessimo aspettando Godot. Un’attesa infinita di qualcosa che non è arrivato e che, alla fine, ha lasciato solo tanta stanchezza nervosa.
Il terzo era un sapore malinconico in bocca, un sapore strano, di quelli né dolci, né amari.
Si stava delineando – e si è definitivamente delineata in noi, dopo, guardando i tg – la sensazione che il movimento fosse uscito a pezzi da quella manifestazione. Come se fosse finito qualcosa di potenzialmente bellissimo, che s’è infranto a un passo dalla sua realizzazione.
Eravamo fradici, eravamo stanchi, eravamo tesi e non avevamo ancora del tutto capito cosa fosse realmente accaduto.
Il quarto e ultimo, una volta raggiunto un rifugio caldo, è stato uno sconforto pesante come un macigno.
Le immagini, quelle immagini e poi i commenti, i resoconti. Non sentire nessuna parola riguardo il corteo, ma solo resoconti pornograficamente ripetuti dei tafferugli provocati dal blocco nero.
Ha fatto male, tanto, essere trasformati, in un attimo, da festanti in teppisti. Tutti, nessuno escluso, come se ci fossimo stati anche noi, lì, a tirar bombe carta. Come se nessuno avesse ballato e tutti avessero incendiato macchine.
Forse qualcuno avrebbe anche pianto, immagino. Forse io avrei pianto, credo. Probabilmente non l’abbiam fatto perché il bisogno di ridere, riderne, ha superato lo sconforto, la voglia di rimanere seduti su quel divano per i prossimi duecento anni. Perché, sembrerà una cazzata, ma una delle cose più belle dello stare da una parte ben precisa, quella, è la leggerezza. Sentire aprirsi uno squarcio, un vuoto, una voragine dentro il petto e, nonostante questo, riuscire a dirsi che ridere è ancora possibile.
Che niente finisce finché non si spegne la luce.
L’ironia, forse, più che la leggerezza. Quell’ironia che tanto fa incazzare quelli che la pensano bene, che tutto oggi hanno invocato i cannoni di Bava Beccaris.

Vuoi mettere risorgere?!

Io, , sono un Penthotal. Fatto e finito. Perché, poi, ieri notte ho dormito ben poco.
E, quando ho dormito, ho sognato. Cose sparse. Dei capelli, delle labbra, una bella canzone, il cielo sereno.
La pioggia che smette di cadere, il sole che esce e tutto che è andato bene, alla grande, la festa che rimane una festa.
E poi lei, che mi bacia. E mi guarda. E, cazzo, ride. E poi rimaniamo insieme, per un po’, e parliamo di tutto e di niente. E vuoi mettere risorgere?! Vuoi mettere vivere tutta una vita in quel mezzo secondo in cui il sangue gira veloce nelle vene, non sai che cosa dire, ti senti un imbecille e senti un paio di labbra morbide sulle tue e poi il contatto dei corpi e le mani, i capelli, l’odore, la vita, il calore e ti dici che, se l’utopia è anche solo simile a questa cosa qui, allora viva l’utopia, la lotta, l’infinito e se c’è da perdere, si perde, ché, fanculo, per questo val la pena anche perdere. Vuoi mettere un’esplosione di colori, l’abbattimento della noia, la dichiarazione d’uno stato di felicità permanente? Vuoi mettere risorgere?!

Poi mi sono svegliato. Ed ero nel mio letto.
E mi sono ricordato del corteo, dei giornalai, dei tg.
E mi sono anche ricordato che avevo solo sognato, che niente era davvero accaduto.
E un po’ ho riso, prima di accendermi una sigaretta, pensare che dovessi seriamente smettere di fumare, e sentirmi addosso tutto il peso dello sconforto che, ieri, ancora non avevo sentito.
E ho pensato al Paz!, al suo nome maledetto, alla sua mano leggera che disegnava capolavori.
E ne avrei tanto voluto uno, di quei disegni, pubblicato magari su Frigidaire, per cancellare tutto quello che mi frullava nel cervello.
Tutta la rabbia.
Tutta l’umida rabbia che mi saliva sulla schiena.

E vuoi mettere risorgere?!
Risorgere Risorgere RISORGERE RISORGERE RISORGERE!
VUOI METTERE RISORGERE?!

  • Lui è Inchiostro. Potete trovare i suoi post nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia. 

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