Il padre padrone dà lezioni di machismo

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Fai la donna, dice mio padre, e io lo guardo male perché oltretutto non capisco. Che cazzo vuol dire “fai la donna?”. Mia madre si è ricoverata in seguito ad un incidente. Io e mio fratello abbiamo dovuto abbandonare casa nostra per andare a stare da papà. Non lo vedevo da moltissimo tempo. Ero felice, all’inizio, perché pensavo che fosse tutta colpa di mia madre, la separazione, l’allontanamento di mio padre. Poi mi è bastata appena una settimana per capire che mia madre aveva ragione quando diceva che separarsi per lei fu necessario.

Porto a casa il mio ragazzo. Mio padre è gentile. Come se fosse lui ad accogliere il fidanzato, per raccomandargli di trattare bene la figliola. Ma cazzo d’un toro immacolato, se tu non mi hai mai vista né sentita da almeno cinque anni, come ti viene in mente di fare il suocero che difende il mio onore e la mia virtù? Lo invita a pranzo e naturalmente devo cucinare io. Appena il mio ragazzo si avvicina, per darmi una mano, il padre padrone dice che gli uomini non possono fare quelle cose e già che c’è lancia una battutina nei confronti di mia madre: “io mi sono dovuto adattare perché mia moglie mi ha lasciato solo, ma tu hai mia figlia e quindi lascia fare a lei”.

Povera vittima, accidenti a lui, comincia a essermi antipatica anche la sua voce. Cucino e servo a tavola. Mio fratello comincia a sparecchiare e il mio ragazzo si offre di lavare i piatti. Mio padre si rassegna e butta lì un’altra battuta acida: “se tu fossi cresciuto con me saresti un uomo” – dice a mio fratello; poi, cercando di giustificarsi con il mio ragazzo gli fa: “mia moglie l’ha cresciuto male. Avrebbe bisogno di un uomo a casa, prima di diventare femmina completa”. “Essere femmina non è una cosa brutta” – replica il mio ragazzo, e mio fratello ride e se ne fotte. Continua a sparecchiare e poi dà una mano al mio ragazzo per il lavaggio piatti. Io mi siedo per riposare un po’, dato che ero stata in piedi per due ore. Accendo una sigaretta e papà richiama l’attenzione del mio ragazzo: “ma tu la fai fumare? “ e glielo chiede come se si aspettasse dal mio ragazzo un segno di virilità. Un No autoritario. È l’uomo che decide quello che deve fare la “sua” donna.

Dopo mangiato io e il mio ragazzo usciamo per fare una passeggiata. Non riuscivamo più a sopportare quel maschilista di mio padre. Ci siamo fatti due conti e intanto che mia madre restava in ospedale decido che è meglio andare a stare con il mio ragazzo. Può ospitare anche mio fratello e lì saremo tutti più contenti. Perciò torno a casa, parlo con mio fratello, e anche lui, felice per la notizia, prepara il suo borsone. Dico a mio padre che non possiamo restare da lui perché ho tutte le mie attività più vicine all’appartamento in cui vive il mio ragazzo. Mio padre prima resta muto, strafottente, come se avessimo mostrato irriconoscenza. In fondo lui ci aveva permesso di sedere alla sua tavola e aveva perfino accettato la presenza del mio ragazzo.

Lo vedo camminare svelto verso di me. Siamo nella stanza in cui io e mio fratello abbiamo dormito per qualche giorno. Chiude la porta, mi tiene in trappola. Mi dice che non posso trattarlo così e non me ne posso andare perché sono sua figlia. Dice una serie di cose incomprensibili su mia madre, su di me e mio fratello. Dice che se lo lasciamo adesso non lo rivedremo mai più. D’impulso dico che lui non s’è fatto sentire per cinque anni e che non me ne frega niente del fatto che lui ci sia o no. Quel che mi preoccupa è la salute di mia madre. Così tento di uscire ma lui mi stringe forte il braccio, mi fa cadere sul letto, mi cavalca e dopo un paio di schiaffi mi afferra per il collo e io scalcio senza riuscire a respirare. Maledetta stazza di mio padre, possente, un gigante pieno di cattiveria.

Il mio ragazzo e mio fratello accorrono, rompono la serratura della porta e riescono a entrare. Cercano di tirarlo via ma non ce la fanno. Mio fratello, dal fisico delicato, bello come mia madre, gli molla addosso una sedia intera. Si spacca la sedia ma lui non molla. Io quasi non respiro più. Il mio ragazzo gli si arrampica, sposta il suo peso indietro e riesce a togliermelo di dosso. Il punto è che sono io quella che somiglia a mio padre. Un fisico atletico, forte, e lui mi ha preso di sorpresa, altrimenti non sarebbe riuscito a farlo. Ritorno in me e quando mi riprendo vedo mio padre che molla schiaffi contro tutti. Riesco a scivolare lungo il corridoio. Vado in cucina e afferro un coltello grande. Non voglio fargli male, ma voglio che abbia paura di me. Voglio che lasci in pace tutti quanti. Lui fa il dispettoso, dice che senza un padre sono cresciuta male, è pieno di rancore e non so perché mi viene in mente la storia di un mio amico che diceva della sua ex moglie di averla denunciata perché a distanza di anni lei era ancora lì a perseguitarlo.

Quando lo vedo dare pugni al mio ragazzo lo trafiggo senza sforzo. Sul fianco, senza impedimenti. Lui è sorpreso. Forse ho colpito un organo vitale. Giuro che non lo so. Mio fratello chiama il 118 e arriva l’ambulanza e poi arrivano anche i carabinieri. Spieghiamo tutto e dato che quello più conciato male pare sia mio padre: prendono me, mio fratello e il mio ragazzo e ci portano in caserma. Ci accusano per aggressione e tentato omicidio. Dico che il coltello l’ho usato io. Gli faccio vedere i segni sul collo. Spiego meglio com’è andata. Il tipo che prende appunti sembra non credermi. “Signorina, in queste cose non si può mai sapere… voi eravate in tre e lui era solo”. Mio padre finisce in ospedale ma dopo un intervento sta bene e riesce a fare una dichiarazione. Dice che è stato un incidente. Io e gli altri non c’entriamo niente. Non è convincente ma se non sporge denuncia non possono fare molto. Riesce perfino a farci sentire in obbligo, quel violento di mio padre.

Ricordo allora le volte in cui mia madre aveva lividi. Lei era sempre messa piuttosto male, e che cretina io che le ho dato la colpa di tutto. Sono rimaste tante cose da chiarire ma io, mio fratello e il mio ragazzo riusciamo a star tranquilli. Sul divano, con il mio ragazzo, a occhi chiusi, penso che sia stato un brutto sogno. Guardo allo specchio i lividi che diventano sempre più viola. Non riesco a elaborare perché fino a quel momento non avevo capito proprio niente. Vado a trovare mia madre, in ospedale, e lei piange a dirotto. Mi dice che mio padre avrebbe potuto togliermi la vita, ché lui è suscettibile, il suo umore è altalenante e non ha mai accettato alcun aiuto. Così lei si dà la colpa per averci suggerito di andare a stare con mio padre. “Perché l’ho fatto… ” ripeteva. Ed è in quel momento che mi prende la voglia di abbracciarla, forte, e dirle che va tutto bene. Va tutto bene, mamma, e grazie. Grazie di tutto.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

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Comments

  1. Cavolo, ragazza, che coraggio hai avuto! Sono contenta che tu, padre a parte, abbia intorno persone che ti sostengono e che sanno benissimo che non ci sono “mansioni da donna”. Sei forte, io non sono mai riuscita a fare nulla di simile in situazioni analoghe. Ti ammiro.

  2. Mi dispiace tanto 😦 spero che la tua mamma torni presto a stare meglio. un piccolo abbraccio tesoro, e continua ad essere sempre così forte!

  3. I.Get.Out. says:

    Mi sono commossa. Vi auguro tutto il meglio.

  4. Eric Lauder says:

    Ma esistono ancora davvero questo cose?
    Tu pensa che io ho insegnato a mio figlio (11 anni) a fare le faccende di casa esplicitamente “perché non devi dipendere da una donna”…mia figlia (10 anni) si è pure arrabbiata perché vuole che insegni anche a lei, allora facciamo un po’ per uno. E’ pure comodo, quando i bimbi sono da me mi aiutano moltissimo.

  5. Anche io ho sofferto diversi maltrattamenti in famiglia, anche se non così gravi, ma la cosa più incomprensibile è come tutto il resto del mondo mi condanni perché devo voler bene e rispettare i miei genitori. Invece io li odio ed è soprattutto colpa loro se non riesco a rimanere qui in zona con il mio ragazzo e costruirmi una vita con lui, e non li perdonerò mai per questo

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