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Prostituzione: gli insulti delle abolizioniste e la risposta di Amnesty

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Qualche giorno fa il blog Narrazioni Differenti ha pubblicato un articolo in cui venivano descritte le varie posizioni assunte in relazione alla decisione di Amnesty International sulla decriminalizzazione del sex work. Com’era ovvio sulla loro pagina sono piombate le varie figure virtuali che da tempo passano di pagina in pagina per ripetere sempre le stesse cose, lamentandosi di essere vittime di chissà quali offese, assumendo una posa vittimista in schieramento a favore delle vittime di tratta, come se le stesse fossero mai state messe in discussione dalle persone che supportano le rivendicazioni delle sex workers, e dimenticando la mole enorme di insulti che viene fuori dalle loro tastiere.

Giusto per darvi un’idea: di Amnesty hanno detto che sostiene sfruttatori e papponi, che sarebbe stata pagata da entità varie che, secondo complottismo corrente, li avrebbe spinti a decidere in quel senso. Di chi costituisce i sindacati dei/delle sex workers si dice siano soltanto “privilegiat*”, papponi, sfruttatori e criminali travestiti da sex workers, dunque non solo si nega loro il diritto di autorinominarsi, come sex workers, ma si nega la loro esistenza, la loro soggettività, per prendersi il diritto di sovradeterminarli. Di chi sostiene le rivendicazioni dei/delle sex workers, e questo mi consta personalmente, senza contare il “depravata” dedicato a Pia Covre, presidentessa del Comitato per la difesa dei diritti civili delle prostitute, la quale non viene neppure reputata una valida interlocutrice dalle abolizioniste (chiedetevi perché), è stato scritto che siamo pagat* da puttanieri, in combutta con i papponi, o perfino con intenti futuri che ci vedrebbero impegnat* in qualità di “imprenditori” nel mercato delle prostitute.

A delegittimazione di chi chiede la decriminalizzazione dicono che si tratti soltanto di un espediente per dare mano libera ai papponi. Ma decriminalizzare il sex working vuol dire che sono le prostitute, soprattutto, che saranno difese affinché si impedisca che finiscano in galera. Si dice anche che la regolarizzazione abbia portato grandi scompensi e lo si dice sulla base di dati viziati forniti da abolizionist* o sulla base di chi in rete sostiene di aver vissuto in prima persona quella terribile esperienza e dunque ritiene così di poter parlare a nome di tutte le altre. Si dice che la regolarizzazione non serve perché da noi, per esempio, le prostitute sarebbero libere di fare quello che vogliono. Peccato che lo Stato le obblighi a pagare le tasse senza riconoscere loro alcuna possibilità di aprire una partita Iva e di ottenere in cambio garanzia di diritti, senza contare il fatto che se due colleghe lavorano nello stesso appartamento rischiano la denuncia per favoreggiamento della prostituzione perché la Legge Merlin le vuole a lavorare da sole, senza difesa e sicurezza, possibilmente in luoghi marginali così come le ordinanze pro/decoro di tanti sindaci italiani le obbligano a fare.

La discussione in realtà è molto complessa e tante persone, ricercatrici, studiosi, incluso quell* licenziati per far passare la linea Honeyball in favore della risoluzione abolizionista europea votata senza aver ascoltato i/le sex workers, tutte queste autorevoli figure e tanta gente impegnata nella rete della salvaguardia dei diritti umani, sono stati impegnatissimi alla ricerca di una soluzione, una possibile via d’uscita per difendere le vittime di tratta e lasciare libere i/le sex workers che fanno quel mestiere per scelta. Ma puntualmente ci si scontra con il neofondamentalismo delle abolizioniste che dopo aver insultato le associazioni di sex workers, le figure politiche che le hanno difese, le femministe sex-positive che le supportano, e chi più ne ha più ne metta, ora sono passate all’attacco di Amnesty che non soltanto vota per decriminalizzare la prostituzione ma boccia il modello nordico, quello svedese, che piace tanto alle puritane del secolo corrente.

Di volta in volta le offese diventano sempre più gravi, i toni ancora più esasperati e non c’è verso di poter sganciarsi dalla dicotomie vittime/carnefici perché a fianco delle “vittime” dicono di essere schierate le abolizioniste e dunque, per partito preso, a chi supporta le sex workers che postazione rimane? Fate un po’ voi. Non può essere questo, si è più volte detto, il modo in cui si può affrontare questa discussione, che in bilancio dell’esperienza femminista di chiunque tra noi in effetti espone un fanatismo condito di pezzi di corpi di donne usate da chi dice di volerle difendere in nome di una irragionevole ideologia: secondo loro la prostituzione per scelta non esiste, loro confondono appositamente prostituzione per scelta e tratta, negano la possibilità che esistano prostitute che vogliono prostituirsi e negano dunque le loro rivendicazioni. Come la scuola del femminismo radicale insegna per loro tutta la prostituzione è stupro e ne consegue il fatto che se la prostituzione viene depenalizzata è come se lo fosse lo stupro.

A voi questa sembra una posizione di buon senso? Non lo è. Perciò torniamo ad Amnesty che ha dovuto difendersi in ogni modo possibile dagli attacchi forsennati delle abolizioniste, estremamente aggressive sul web salvo quelle che assumono toni pietosi per nascondersi dietro il dolore delle vittime di tratta così imponendo decisioni autoritarie anche per le prostitute che vittime non sono affatto.

Amnesty, sostenuta da una petizione sottoscritta da moltissime soggettività, ha pubblicato un lungo comunicato, poi le risposte a tutte le accuse che le sono state rivolte e ha pubblicato, pensate un po’, perfino una pagina in cui spiega che Douglas Fox, di cui si dice abbia una conoscenza che gestisce un’agenzia di escort, non fa parte di Amnesty e non ha mai influenzato la decisione che Amnesty ha preso sulla base di studi, confronti, ricerche che sono durate molti anni e hanno tenuto conto di tutte le posizioni in campo. Un’altra voce prova ancora a screditare Amnesty parlando del fatto che avrebbe ricevuto un finanziamento dall’ungherese e anticomunista Soros. In realtà, volendo approfondire e andando a veder la lista enorme di enti, associazioni, organizzazioni che hanno ricevuto contributi dall’imprenditore, si scopre che ha finanziato anche un bel po’ di gruppi femministi.

Perciò, giusto per tentare di togliere ancora di mezzo le mistificazioni messe in giro da chi non ha proprio idea di cosa sia l’onestà intellettuale, pubblico la traduzione dell’ulteriore comunicato che Amnesty ha dovuto condividere per difendersi da accuse infamanti:

“Negli ultimi anni Douglas Fox non è stato membro di Amnesty International né ha avuto la minima influenza sulla definizione della politica di Amnesty sul sex work. Ogni supposizione contraria è infondata. La decisione di stabilire una chiara linea politica è stata presa interamente dalle nostre sedi internazionali. Il processo che ha condotto alla stesura del documento è iniziato nell’aprile 2012, nelle nostre sedi generali, attraverso lo stesso metodo già impiegato per la campagna Stop alla Violenza sulle Donne e per altre iniziative in fatto di povertà e diritti umani. Amnesty è costituita da 80 uffici nel mondo, ognuno dei quali ha ora la possibilità di prendere parte attiva al processo di consultazione globale. Amnesty UK è uno tra questi uffici, la cui posizione sulla linea politica sarà decisa a seguito di una consultazione con i suoi 250 000 membri. Douglas Fox non è più membro di Amnesty da alcuni anni. Nel 2008 il gruppo Amnesty della città di Newcastle, di cui il signor Fox era membro, presentò ai membri dell’Annual General Meeting (AGM, Incontro Generale Annuale) di Amnesty UK una mozione in cui si richiedeva la decriminalizzazione del sex work. La linea proposta dal gruppo fu allora rifiutata. In seguito, invece, i membri dell’AGM decisero di richiedere una revisione del documento, e a questa iniziativa si opposero, senza successo, il gruppo di Newcastle e il signor Fox. Come conseguenza della decisione dell’AGM fu richiesto al consiglio di Amnesty UK di invitare i corpi dirigenti del movimento globale alla revisione delle loro politiche. Questa richiesta avvenne nel 2009, per mezzo di una mozione rivolta all’International Council Meeting (Incontro del Consiglio Internazionale). Amnesty UK non avanzò alcuna richiesta in materi di decriminalizzazione del sex work. In fin dei conti, ad Amnesty UK non sembrò ci fosse abbastanza sostegno a tale richiesta, che venne quindi ritirata.”

Segnalo poi l’intervista che Narrazioni Differenti fa a Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International.

Noury così dichiara:

“Dalle ricerche svolte negli ultimi due anni è emerso che in un contesto di criminalizzazione dove vigono leggi proibizioniste si produce maggiore negazione dei diritti umani per chi svolge lavoro sessuale. Le e i prostitute/i svolgono attività criminali e non possono rivolgersi alla giustizia per far valere i propri diritti nemmeno contro sevizie, torture e sfruttamento. Vivono in uno stato di sostanziale invisibilità. Un’analogia possibile potrebbe essere quella della situazione riscontrata in Italia indagando sul lavoro migrante. Leggi criminalizzanti come il reato di clandestinità nell’ultimo decennio hanno favorito la criminalità organizzata, inducendo invece le vittime a nascondersi. Soprattutto in ambito agricolo o edile, i migranti non denunciavano mai la violazione dei loro diritti umani perché sarebbero stati loro stessi per primi incriminati di un reato. Stessa cosa possiamo dire del sex work. (…)

Una persona sfruttata in un sistema depenalizzato avrebbe solo maggiore facilità a denunciare i soprusi subiti. Un uomo o una donna considerati rei hanno maggiori difficoltà a denunciare. Questa proposta mira a favorire maggiore accesso ai diritti umani. Una persona potrebbe dunque denunciare la tratta di cui è vittima, le torture subite o lo sfruttamento e non venire arrestata per questo.

La proposta (di decriminalizzazione) è frutto di anni di incontri e conversazioni internazionali.
In Italia non c’è stato molto lavoro in merito, in realtà, sono stati più attivi altri Paesi. La proposta è internazionale e sono stati chiamati i delegati nazionali a votare. E la maggioranza ha votato sì, ma dopo essersi confrontata con molte realtà differenti. Parlo soprattutto di Africa, Asia e America Latina dove sono state interpellate ex prostitute vittime di tratta, organizzazioni mediche, associazioni e sindacati di sex worker – dove questi sono consentiti. Se qualcuno è rimasto fuori è un’eccezione e non vuol dire che non ci sia stato un dialogo molto fitto in merito. La partecipazione alla proposta di Amnesty è stata ed è altissima. Su Change.org ci sono appelli a supporto di Amnesty dove la lista dei firmatari è lunghissima e include molte associazioni di sex worker e ex vittime di tratta.(…)

Amnesty ha fatto una proposta antiproibizionista, per rendere la prostituzione non più un reato penale. Ma sappiamo che la decriminalizzazione senza una legislazione precisa è solo un processo incompleto. Amnesty si dà un obiettivo politico, una linea di principio da perseguire, il modello legislativo da adottare andrà capito. Sono solo due settimane che abbiamo preso questa strada e i lavori sono ancora aperti. In generale la sanzione al cliente ha una sua logica diciamo etica, ma potrebbe rappresentare una indiretta forma di violazione dei diritti delle e dei sex worker. Si ritroverebbero di fatti obbligate a accettare clienti più pericolosi, il loro lavoro diventerebbe ancora più rischioso.

Il dibattito in merito è aperto, ma purtroppo trovo che, soprattutto in Italia, nel dibattito sulla prostituzione si perda spesso il punto di vista della tutela dei diritti umani di una categoria di persone. Ci si rifà piuttosto a considerazioni morali che vanno dal giudizio negativo su chi fa questo mestiere a un atteggiamento paternalistico e caritatevole che non fa progredire la situazione attuale. (…)

Contro lo sfruttamento della prostituzione la proposta di Amnesty è (…) la depenalizzazione. Criminalizzare fa un danno enorme alle vittime di tratta.
A livello di diritto internazionale chiediamo contemporaneamente maggiore chiarezza sul reato di tratta, sanzioni più precise e una collaborazione internazionale fondamentale per combattere questo fenomeno. La proposta di depenalizzazione arriva nel 2015 dopo decenni di tutela dei diritti dei minori e delle donne e contro lo sfruttamento e la privazione dei diritti umani. Per Amnesty questa proposta è un passo in più su questo percorso, non in sostituzione di passaggi già affrontati durante tutti questi anni.

Per leggere tutta l’intervista vai QUI

Che altro aggiungere dunque?

Un’amica mi racconta di un dibattito serio che si svolge in Irlanda in favore della depenalizzazione dell’aborto. L’aborto esiste, esistono donne che abortiscono, considerare l’aborto un crimine aiuta i privati che fanno abortire le donne a pagamento e penalizza le donne che possono morire di aborto clandestino. L’unica strada è la depenalizzazione e se questo ci è chiaro quando parliamo di rispetto per l’autodeterminazione delle donne, anche quando le stesse donne abortiscono per questioni economiche (e non le lascereste, neanche in quel caso, certo in mano a macellai che le fanno abortire senza offrire la giusta assistenza), perché non è altrettanto chiaro per la prostituzione?

Allora abbiamo ragione a dire che antiabortiste e abolizioniste in un certo senso adoperano lo stesso atteggiamento sovradeterminante e di rifiuto delle singole scelte delle donne. Com’è possibile che le femministe riescano a cogliere la pericolosità delle posizioni antiabortiste e non riescano a chiarire che le abolizioniste non aiutano affatto le prostitute?

C’è ancora qualcun@ che ha voglia di dire che Amnesty, la più grossa organizzazione nel mondo in difesa dei diritti umani, avrebbe agito contro i diritti umani dei/delle sex workers? Fate un po’ voi.

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