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Appunti per il Body Liberation Front

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di Inchiostro

Io ho il petto carenato, il che vuol dire che, per metà, sono storto male.
Non è una roba brutta: in sostanza, a sinistra, ho il torace schiacciato verso l’interno e lo sterno che protende in fuori.
Non è mai stato un grosso problema, devo dire, finché qualcuno non se ne accorse. Io sapevo d’essere storto e mi andava benissimo.
Sono un ex nuotatore, ho nuotato fino ai diciannove anni, più o meno.
Quando ne avevo undici, un mio compagno di squadra mi fece notare che ero storto. Non so come successe, perché successe, o perché, fino a quel momento, nessuno se ne fosse accorto.
Fatto sta che andò così.
“Hai il petto storto?” chiese.
Niente di grave, però tutti, da quel momento, quando parlavano con me, almeno una volta, buttavano un occhio al mio petto. E alla lunga, devo dirvelo, diventa fastidioso.
Soprattutto quando passi almeno tre ore al giorno a petto nudo, e, in quelle tre ore, almeno quindici volte ti senti osservare il petto – certi sguardi te li senti addosso, non c’è una sega da fare – la tua stortezza inizia a darti fastidio.
Il mio allenatore, che non era per niente uno stupido, un giorno mi diede un soprannome. Si era accorto che la cosa mi disturbava, che iniziavo a mal sopportare gli sguardi di tutti.
Non so se sia una cosa opportuna da fare, se sia giusta o sbagliata, ma so che funzionò.
Davanti a tutti, mi chiamò freak. Disse che era il mio soprannome, il mio nome di battaglia. Gli altri divennero invidiosi perché io avevo un nome di battaglia e loro no, e io ero contento d’avere un nome di battaglia.
Poi gli chiesi “Sì, ma Luca, cosa vuol dire freak?” e lui rispose “Strano” e io “Ed è bello?” e lui “Dibbrutto!”.
Disse così, esclamò proprio dibbrutto!

Oggi qualcuno ha espresso dei giudizi estetici riguardo un semplicissimo paio d’ascelle.
E’ accettabile, non è accettabile, puzza, fa cagare, è bellissimo.
Io, quando ho visto quella foto per la prima volta, ho esclamato freak!
E volevo anche commentare così, con un semplice freak! esclamato con gioia, urlato, sdoganato. Non l’ho fatto perché sapevo sarebbe potuto risultare offensivo.

Qualche anno dopo i miei undici anni ero l’unico elemento d’una scuola intera ad avere i pantaloni stracciati, una mezza cresta mohicana e – sì cazzo! – lo smalto nero sul pollice e sull’indice.
Avevo dei bellissimi pantaloni stracciati e tutti scritti, scritti delle scritte più varie.
Ostentavo, e mi divertivo ad ostentare. E non mi nascondo dietro ad un dito, per me era proprio così.
E ogni volta che mi dicevano qualcosa, che mi rimproveravano, che si schifavano per me era una vittoria.
Non cercavo attenzioni, io volevo scandalizzare.
Non volevo, e non voglio tutt’ora, essere corretto. Non mi manca mia madre. Non sono insicuro.
Sono solo divertito e affascinato dai giudizi più vari della gente.
Dalla mancanza di fantasia.
Dalla poca abitudine a vedere qualcosa di non canonico.
Tutti gettano una moneta al barbone, ma nessuno gli dà la mano, né si siede con lui: questa cosa mi ha sempre fatto molto riflettere riguardo il livello d’accettazione delle persone.
Io volevo camminare in mezzo a quei tipetti coi Carhartt, le Merrel e lo zainetto HSL e farmi guardare male.
Sicuramente qualcuno troverà sei o settecento motivi per i quali ciò che dico è incoerente, ma a me non è che importi più di tanto.
Io so che è esattamente come dico, e so che per certe persone è difficile riuscire a prescindere dalle conferme altrui riguardo presentabilità e decoro, e quindi dovranno uniformare anche il mio scritto al loro standard di ragionamento.
Ormai me ne sono fatto una ragione.

Oggi sono stati espressi giudizi estetici riguardo un normalissimo paio d’ascelle.
A me non è che piacciano, né fanno schifo, non posso giudicare perché non conosco la persona. Perché, per me, il grado di bellezza non è dato dall’apparenza, ma dal valore delle parole che dici.
Puoi essere chi vuoi, agghindarti come vuoi, ma, se dici stronzate, su di me eserciti lo stesso fascino che può avere un bidone dell’indifferenziato, il quale, devo ammettere, certe sere ha un suo perché. Certe sere.

Ho visto quella foto è ho esclamato freak!
Un po’ per proteggerla, credo, perché sapevo che sarebbero arrivati, prima o dopo, i difensori della presentabilità. Quelli che devono per forza esprimere sempre il loro parere.
Quelli che, probabilmente, nemmeno si rendono conto di quanto riescono ad essere fastidiosi.

Io non ho più la cresta, né lo smalto, né i pantaloni strappati.
A volte mi capita anche di mettere una camicia, e mi piace metterla.
Non cerco più di scandalizzare, perché la mia contestazione personale si è evoluta in altre direzioni, direi quasi più mature, più complete, più forti.
Più consapevoli e autodeterminate.

Però quelle ascelle, quando le ho viste, mi hanno fatto ripensare a una scritta che, per qualche tempo, è rimasta su un muro di Porta Ticinese, quando Porta Ticinese era un bel posto.
Era semplice, concisa, schietta e diretta: Freak è bello e voi contate un cazzo!
Così, col punto esclamativo finale.
Mi piaceva quella scritta.
Era consapevole, per quanto semplice, quella scritta.
Parlava di auto accettazione.
Era stupenda quella scritta.

Io a chi giudica non ho niente da dire, niente di particolare.
Non mi interessano.
A tutti gli altri dico semplicemente grazie, vi amo tutti indistintamente.

E questa canzone è per tutti quelli che hanno partecipato al Body Liberation Front.
E anche per quelli che hanno osservato in silenzio, senza partecipare, ma si riconosceranno in questa canzone.

Fino alla fine, regiz.
Adoro il vostro coraggio.

  • Lui è Inchiostro. Potete trovare i suoi post nella categoria L’InchiostratoQUI la sua biografia. 
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Comments

  1. 10 minuti di applausi!

  2. Ma fino a 15 anni fa mi ricordo che le ascelle non se le depilava nessuno, dalle mie parti almeno. Ma le mode sono mode, saremo liberi e libere di seguirle solo se ci va. Basta, per protesta oggi esco con le spalline!

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