Sex worker per scelta, ma la “vittima” vende meglio!

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Ho avuto un padre meraviglioso e una madre così così. Due bravi genitori, in fondo. Sono cresciuta studiando, mangiando fragole appena raccolte, monitorando i battiti delle mie gatte, facendo sesso con uomini, donne, persone alle quali davo piacere. Mi sono resa conto di amare quella parte di me, quella che vuole vedere sazi di piacere gli uomini o sorridenti e pigre le donne dopo due o tre orgasmi. Ho cominciato a prostituirmi a 24 anni. Per libera scelta. Ancora oggi lavoro in un “bordello”. Lo metto tra virgolette perché com’era un tempo, quando puritane e moralisti passavano in rassegna le puttane delle case, ci si aspetta di trovare non so cosa dentro edifici accoglienti, predisposti a creare una certa armonia e a favorire incontri sessuali tra persone che tra un drink e l’altro in qualche modo si scelgono. Ci sono i clienti fissi di A., quelli di G., e anch’io ho le mie clienti e i miei clienti fissi che pendono dalle mie labbra, la mia bocca, la mia lingua, le mie mani, la mia pelle.

Vendo servizi sessuali in un ambiente sicuro, perché nessuno può farci del male. Lì vengono selezionati i clienti e quelli problematici o violenti vengono immediatamente cacciati via. Vendo servizi sessuali in un posto igienicamente perfetto. Nel bordello in cui lavoro c’è la barista che non è una sex worker. E’ una barista. C’è il gruppo, composto da tre donne, che pulisce le stanze e il locale d’accoglienza. Loro non sono sex workers. C’è il commercialista. Lui non è un sex worker. C’è anche la guardarobiera, quella che consegna le asciugamani agli uomini che hanno voglia di usare la vasca per l’idromassaggio. Le due donne non sono sex workers. C’è anche un factotum che aggiusta le cose, di tutto un po’. Lui non è un sex worker. Poi c’è chi si occupa della lavanderia e decisamente non si tratta di sex workers. C’è chi si occupa della rete informatica per favorire le webcamgirls e lei (si, è una lei) non è una sex worker. Ci sono alcuni uomini, alcune trans, e loro sono decisamente sex workers. Tutt* lavorano con contratto regolare e non c’è anima viva, nel bordello, che sia costrett@ in qualche modo a restare. Resta chi lo desidera perché è la politica del posto. Qui non entra nessun@ che non voglia davvero fare questo lavoro. Una donna che viene sfruttata non è eticamente e umanamente accettabile e a chi dice che le prostitute sfruttate siano il perno dell’economia di questo settore posso rispondere che in realtà non conviene a nessuno fare lavorare una persona che non voglia fare questo mestiere. Il nostro mondo non è fatto di donne con lividi, che vengono redarguite e picchiate per essere costrette a prostituirsi.

Il nostro mondo realizza il regno dell’entertainment e le persone che ci lavorano più sono felici e gratificate, economicamente e umanamente, e meglio è. Dimenticavo, infatti, di dire che c’è anche la responsabile delle risorse umane, quella che seleziona anche le persone che vogliono prostituirsi, e so per certo, perché l’ho provato in prima persona, che non passi il colloquio se sei disperat@, drogat@, alcolizzat@, costrett@. E’ chiaro che siamo tutt* qui perché abbiamo bisogno di un lavoro per mantenerci e per poter fare progetti per il futuro, ma è quello che fanno le commesse, le lavapiatti, le cameriere, le operaie. È quello che facciamo tutt* in ogni parte del mondo: lavoriamo per guadagnare e stare bene, per noi stess*, per la nostra famiglia, perché se non lavori allora si che finisci dritta nel mondo delle persone che potranno essere sfruttate.

Il mio è un lavoro che mi piace, mi fa guadagnare, mi piace il luogo in cui lavoro, mi piacciono le persone che vedo ogni giorno e che sono diventate per me una seconda famiglia. Mi piace l’ironia di ognun@ e ci sto bene, si, io ci sto proprio bene. Se voglio cambiare lavoro? Direi di no. Perché dovrei? Quando leggo le cose scritte dalle femministe radicali abolizioniste mi viene in mente quello che mi diceva sempre mia madre: “se tu stai bene vedrai che ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che stai male perché vuole venderti qualcosa”. Lei si riferiva ai bottegai, quelli che ti fanno credere a tutti i costi che hai bisogno di abiti, profumi, cosmetici, oggetti per la casa. Quello che fanno le femministe radicali abolizioniste per me è la stessa cosa. Dicono che quelle come me sono “tutte”, senza nessuna distinzione, donne sfruttate. Parlano solo di donne, naturalmente, perché la donna è associata ad un immaginario in cui si fa una precisa distinzione tra vittime e carnefici. Quelle come me che non sono né l’una e né l’altra cosa non sono contemplate. Ignorano volutamente i numeri che mostrano uomini e trans che si prostituiscono perché quelli lì sono nemici, incluse le trans che per loro sono solo uomini travestiti e infiltrati per distruggere il mondo delle donne.

Per vendermi il loro “aiuto” hanno bisogno di immaginarmi in stato di assoluto bisogno. Non si pongono lo stesso problema per le tante schiave che in ogni parte del mondo lavorano a due soldi all’ora per grandi industrie di produzione di tutta la merce che è in commercio. E non se lo pongono perché le signore sono bianche, ricche, colonialiste che vanno in soccorso della povera nera dell’altro continente. La disoccupata che abita sullo stesso pianerottolo non le riguarda. Figuriamoci. Poi però rompono le ovaie sul mestiere che tu hai deciso di fare per emanciparti dal bisogno e per emanciparti e liberarti anche da quelle come loro che ti terrebbero volentieri a fare le colf ancora per due soldi l’ora.

Per vendermi il loro “aiuto” gli serve che io sia vittima, costretta, piegata e priva di volontà, perché altrimenti non potrebbero dire in giro che proprio io avrei bisogno che loro intervengano in mio soccorso. Per vendere la loro salvifica funzione e convincere tutti della necessità della loro esistenza devono descrivere il fenomeno dello sfruttamento, che esiste, confondendolo, volutamente, con il sex working per scelta. Devono immaginarmi abusata, sottomessa a un pappone, mal pagata, derubata, vilipesa, quando in realtà chi mi sfrutta sono proprio loro, le abolizioniste. Sfruttano me, il mio lavoro, la mia vita, negandomi il diritto di esprimermi come voglio e di essere perciò libera. Le abolizioniste sono le utilizzatrici finali che vanno in giro a far convegni per spennare polli che finanzino le loro grandi associazioni fondate sull’idea che tutte le prostitute siano schiave. Come diceva mia madre, per l’appunto, se menti dicendo che serve un prodotto allora quel prodotto sarà venduto. E’ la filosofia del marketing. Il brand della donna vittima funziona, eccome se funziona.

E’ la mia storia, la mia vita e la mia scelta che viene mortificata e vilipesa da queste signore che non hanno mai voluto ascoltarmi perché secondo loro io sarei solo una delle rare che lavorerebbero in libertà e per di più non ci starei neppure tanto con la testa. Una volta sono andata, per curiosità, a sentire quello che dicevano in una riunione “femminista” e quando alcune dissero che sarebbe stato bello fare partecipare ad una iniziativa i/le sex workers le radicali abolizioniste assunsero una posa e una espressione feroce. Una andò via sbattendo la porta, l’altra accusò di voler fare sfilare i criminali e i papponi e un altro gruppetto vomitò altre cattiverie promettendo boicottaggio assoluto a quell’evento. Questo è quello che fanno le abolizioniste.

Manifestano una insopportabile superiorità morale delegittimando e insultando chiunque non sia d’accordo con loro. Sono inquisitrici che vedono streghe dappertutto e che brucerebbero volentieri, mediaticamente e realmente, quelle che pur prostituendosi insistono per portare in giro un’altra versione dei fatti. Che male c’è in fondo ad ammettere che esistono due categorie di lavoratori/trici in questo settore? A cosa gli serve dire che siamo tutte sfruttate? A ottenere ascolto, finanziamenti, visibilità? Lo fanno perché in buona fede pensano davvero di salvarci o lo fanno in mala fede mentendo sapendo di mentire? Io un’idea me la sono fatta. Lascio che voi vi facciate la vostra. Con un abbraccio a tutte le persone che si prostituiscono e che hanno voce per autorappresentarsi.

ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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