Quei pezzi di me incastrati in una storia finita

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Lei scrive:

Piango sullo stesso pavimento del bagno da un anno e mezzo. Non tutti i giorni eh, però abbastanza regolarmente. Più o meno dal giorno in cui mi sono accorta che la persona con cui stavo da tanti anni era un “artista della truffa emotiva” – ho letto questa definizione da qualche parte e la sento troppo vera, chiedo scusa a chi l’ho rubata per sbaglio – .

Mi rincoglioniva con le sue lacrime, che erano sempre colpa mia, al punto che mi dimenticavo delle mie. E poi le mie hanno iniziato a uscire tutte insieme. Lui era una tipica storia sbagliata di cui non si accorge nessuno, nemmeno chi la vive. Ho sempre saputo che per lui ero più o meno l’equivalente di un pezzo di arredamento o un cagnolino adorabile, ma quando provavo a fargli notare i doppi standard del nostro rapporto, mi dava della pazza.

Allora pensavo che esageravo, che era meglio godermi quello che c’era: la chimica, l’umorismo, gli interessi in comune, il calore e la tenerezza, che tanto di meglio dalla vita non avrei potuto avere, perché il mondo è un postaccio. Io lo amavo profondamente, anche se non ho mai capito il perché, e lui mi amava a modo suo, come si ama una cosa che deve riempire un buco nero e se non può assolvere questa funzione deve essere punita e possibilmente distrutta.

Mentre stavo con lui avevo spesso la sensazione che non mi vedesse davvero. Quando mi guardava vedeva una sua fantasia, un ologramma, una sua proiezione dal mio stesso nome che poteva essere oggi meravigliosa e domani difettosa e inadeguata, ma comunque non ero mai io, anche se sono poi arrivata a pensare di esserlo a forza di stare con lui. Mi tradiva, mi metteva a paragone con le altre per le mie vulnerabilità, mi mentiva, a volte sapendo di mentire a volte no, la sua vita era una fiction romanzesca che raccontava in continuazione di cui era impossibile capire cosa ci fosse di autentico, e lui era il protagonista sfortunato di questa epopea.

Io ero il personaggio prescelto per redimerlo, io ero “speciale”, anche se il mio regno era sempre in bilico perché questo privilegio concessomi poteva essere revocato se non mi dimostravo all’altezza del compito. Io ci ho provato perché ero piccola e idealista, perché sono cresciuta in una famiglia un pò incasinata, dove mi hanno insegnato a insistere a tutti i costi pur di non restare soli, e perché non credevo alle mie sensazioni negative. Non credevo al fatto di non essere trattata da individuo ma da parafulmine, era una sensazione di pancia che non mi sapevo spiegare e a cui non sapevo dare un nome, e quando provavo ad esternarla goffamente, mi veniva detto da lui che tutti i rapporti sono così e da terzi che specialmente le donne devono fare quegli “sforzetti” in più per capire, perché i maschi sono tutti egoisti e poi quelle accoglienti siamo noi, no?

Ma qualsiasi cosa facessi per lui non era mai abbastanza, e in questo tentativo ho perso giorno dopo giorno un pezzetto di me stessa e della mia vita. “Io non ti proibisco niente”, diceva, ed era vero, ma se poi non gli piaceva quello che facevo mi faceva soffrire assicurandosi di toccare qualche tasto per me dolente, e così un pò alla volta ho imparato a camminare sulle uova.

“Tantomeno ti proibisco di vedere i tuoi amici”, diceva, ma con i miei amici non ci veniva mai e quando lo faceva era distante, e a loro non si affezionò mai e quindi piano piano smisi di coltivare quei rapporti. In compenso si lamentava se non ero abbastanza presente nella sua vita, e mi diceva che non ero disponibile e capace di impegnarmi perché volevo troppo spazio per me, perché esternavo i miei piani anche quando erano diversi dai suoi e quindi non tenevo abbastanza al rapporto, lasciando intendere che qualcun’altra si sarebbe comportata certo diversamente. Così, lentamente, dubitando di me stessa mi sono lasciata inglobare nella sua vita come un satellite. Senza accorgermene.

Quando provavo a fargli notare che nel rapporto non c’era spazio per la mia identità, mi diceva che il problema era mio, che le mie erano paranoie da femminista che cerca un nemico inesistente, ma io non cercavo un nemico: cercavo un alleato. A tanti suoi amici mi sono affezionata come a una famiglia, abbiamo condiviso tante esperienze, li consideravo amici miei e ingenuamente non pensavo di essere “la fidanzata di”. Da quando ci siamo lasciati in pochi mi hanno contattato per sapere come sto e cosa faccio. Non so se è un caso che interpreto male io o se è come vanno le cose in questi casi; qualcuno che conta davvero mi è rimasto accanto ma a loro non posso spiegare fino in fondo i danni di questa situazione e il perché non gli posso stare intorno se voglio rinascere.

Le pochissime persone che mi sono rimaste e mi hanno sostenuto in questo anno e mezzo si sono stancate di ascoltare e io le capisco. Mi dicono che devo andare avanti, e lo sto facendo, ma il mio cervello, il mio cuore e il mio corpo sono intrappolati in un lutto interminabile, anche se lo dissimulo. Non capisco di cosa piango la morte: io non lo amo più, non mi manca e a dire il vero da quando ne ho visto la pochezza umana credo di non volergli neppure bene e questo mi fa soffrire perché non dovrebbe essere così dopo tanti anni insieme.

Stanotte penso che la perdita che piango siano i dieci anni che sento di aver passato in stato confusionale, di cui mi vergogno e che non riesco a perdonarmi, e il fatto che comunque, delle cose belle che perlomeno sono state durante quella lunga fase, non avrò nessuno con cui condividerne il ricordo. Tutte quelle cose come “ti ricordi quando abbiamo fatto, siamo andati, è successo che”. Gran parte della gente che era lì in quei momenti se n’è andata con lui. Mi manca la mia storia. Mi manca la mia identità. Sono sola. Non sola che mi manca un uomo, ma che ho perso tutti i pezzi per strada, non trovo più i compagni di viaggio, anche se il nuovo viaggio ha tutto l’aspetto di volgersi in una direzione migliore.

Ma poi mi guardo indietro e mi accorgo che sola lo ero anche prima, con lui. Una cara zia mi ha detto che sono meglio le solitudini conclamate di quelle camuffate. Credo che abbia ragione ma nella mia nuova solitudine conclamata ancora non ci sto bene, forse perché sento di aver perso tutto il mio equilibrio e le mie certezze, non solo un uomo. Forse sola lo sarò sempre. Forse la solitudine è l’unica cosa reale e la sensazione di connettere con qualcuno non è che un’illusione temporanea e forse è questa illusione che sto piangendo.

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Comments

  1. Ciao Eretica, ti leggo sempre, anche se non sempre sono d’accordo con te, com’è normale che sia.
    Volevo dirti, a te, e a chi ha scritto questa lettera, che per certi versi avrei potuto scriverla anche io, perché ho vissuto un’esperienza tanto simile a questa da far venire i brividi. Sulle prime ho pensato “ma ho scritto io questa lettera e non me ne ricordo?”, poi ho visto che alcune cose non coincidono.
    Volevo dire a chi ha scritto questa lettera che io, a differenza di lei, non ho pianto per un anno, ma mi sono subito prosciugata non appena ho capito la vera portata della duplicità e della cattiveria di questa persona. Però volevo dirti, a te che hai scritto la lettera, che quello che tu piangi l’hai capito da sola, non è la perdita della persona, ma sono i dieci anni che, come tu dici, hai passato in stato confusionale. Io non ho mai pianto per questa storia finita, se non il primo giorno, ma ancora sono tormentata da incubi, perché quei sette anni che io pure ho passato in stato confusionale non me li restituirà nessuno. È vero pure che quei sette anni hanno fatto di me la persona che sono adesso, ma sono una persona piena di paure, e non posso dire di piacermi molto.

  2. Quanta realtà c’è nelle tue parole. E com’è facile ritrovarsi in una situazione del genere. Siamo fondamentalmente tutti soli, anche se a volte e in certe vite solo periodicamente. Quello che succede a te, a parer mio, è solo un filtro sbagliato. Sei ancora aggrappata a delle cose, che ti fanno vedere ciò che ti succede in maniera negativa. Nera. Ma ci sono molti più colori, molte più cose positive. Hai detto tu che hai “perso” dieci anni. Non è cosi, ma mettiamo lo fosse, perchè perderne ancora, perchè un solo minuto. Siamo tutti nella stessa barca, gambe in spalla e andiamo (oggi sono particolarmente ottimista). Il mondo è pieno di viaggiatori, quindi ipotetici compagni di viaggio 🙂

  3. Sento mia ogni parola. Ogni stato d’animo. Mi sentivo esattamente così durante la mia “relazione borderline”. Chissà, magari anche quest’uomo lo era. Ti prosciugano, ti succhiano l’anima, e la colpa, alla fine dei giochi, è sempre e solo tua.
    Pian piano, sto recuperando l’identità rubata. Oltre all’autostima e tutto il resto. E’ un lungo percorso ma non demordo.

  4. Carissime, mi è succesa la stessa cosa e credo che la solitudine che avverto sia insopportabile, dopo di lui dal gennaio 2014 sono scomparsi tutti e più chiedevo aiuto e più mi veniva negato con l’inevitabile conseguenza di un fuggi fuggi. Ora vivo nel piccolo spazio di una noce, mi sono chiusa, senza lavoro, perchè lui mi ha fatto perdere anche quello e dopo due giorni è fuggito, senza amici, nemmeno per condividere una birra o addirittura nessuno con cui festeggiare il mio compleanno, non saprei chi chiamare. Mi sono inventata un nuovo lavoro tutto da sola, chiusa in casa tutto il giorno e per intere settimane senza parlare con nessuno che non siano i commessi di negozi dove mi procuro da mangiare, ma niente altro. Ogni giorno cerco di ricordare cosa facessi due anni fa con lui, con lui facevamo un sacco di cose insieme e io gli credevo quando mi diceva che voleva invecchiare con me. Invece spazzata via in un momento è cambiato tuttto della mia vita e le conseguenze cono state nefaste. Ora non so se la mia vita sarà sempre così, ma non mi concedo tante opportunità, spesso mi dico che la gente sta troppo male e fa male gratuitamente anche agli altri. Lavoro sembro drogata di lavoro e non c’è altro. Ho paura ad aprirmi, a viaggiare sola (prima di lui lo facevo sempre), vivo come una novantenne pur avendo la metà degli anni. Credo che si dovrebbe stare più attente a questo tipo di uomini “artisti della truffa emotiva” hai detto bene, rovistano e rubano nella vita altrui, facendo credere che noi siamo speciali. Noi siamo speciali, troppo libere e autentiche per questi ometti, ma ormai deluse e cambiate e sarà faticosa la risalita. Un grande augurio a tutte noi.

  5. Anche io mi ci sono trovata, per alcuni aspetti.

    In un libro che mi è piaciuto molto, ad un certo punto una dei protagonisti – cito non testualmente – si era accorta che la solitudine in due è molto più triste di quella che si sente quando si è da soli.

    Ci credo, lo so, ma fa sempre un po’ male ripensarci. In ogni caso, un abbraccio.

  6. un giorno spero di capire questo istinto autolesionistico di voi donne che quasi mai riuscite a scrollarvi di dosso i parassiti e le storie avute con essi. Per un uomo è una cosa talmente lontana dalla sua mentalità da non poter essere capita, noi siamo semplici: felice tutto ok, triste non va bene quindi cambiare.

    • Puo’ essere che il presunto “istinto autolesionistico” di mettersi al secondo posto di cui tu parli provenga proprio dallo stesso retaggio culturale che permette a te di dire “beh che problema c’e’, io vengo al primo posto”. Ci hai pensato?

      Detto cio’. L’autolesionismo c’entra fino a un certo punto, quando si incontrano persone paradossali in grado di recitare un giorno Dr Jeckill e quello dopo Mr Hyde, non c’e’ modo di leggerle una volta per tutte per capire se sono felice o triste, finche’ non ne va della salute mentale. Lo conferma il fatto che anche gli uomini possono cadere nella stessa trappola. ho vari amici maschi che ci hanno messo anni a riprendersi da una relazione con una donna egoista e manipolatrice.

  7. Hai detto bene, tutto molto più semplice.

  8. Daniela Rimicci says:

    Lacrime accennate, vissuti simili… Il dolore ti cambia… L’identità vive anche nella solitudine, siamo nati interi tutti… Accettiamoci per quello che siamo, provando essere migliori giorno per giorno. E la vita sarà sempre la miglior sorpresa… 🙂

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