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#Femminicidio: lui tenta di uccidere una sex worker per “amore”

ombrelli rossi del festival

Un bravo ragazzo. Una persona sola. Un uomo dedito al lavoro che si era innamorato di una prostituta. Così i media descrivono l’uomo che ha tentato di uccidere una donna e poi si è suicidato. Era un cliente “affezionato”, sicuro, di cui lei aveva fiducia, così si scrive, e invece si trattava di un uomo che aveva deciso che quella donna sarebbe stata sua o di nessun altro. Cultura del possesso, tentato femminicidio, perché il mestiere della donna in questo caso c’entra poco. In realtà poteva accadere che una donna qualunque decidesse di fare sesso con costui senza accettare altri inviti e altre più impegnative proposte.

Lui era quel che potrebbe definirsi una potenziale “salvatore” della puttana che lavora in strada. Un piccolo patriarca che immaginava quanto lei dovesse essergli riconoscente per il fatto di essere tolta dalla strada cosicché lui potesse usare quel corpo in esclusiva. Lui era uno di quelli che o sei mia o muori, come ce ne sono un po’ dovunque. Perciò ha punito quella ingrata, la zoccola che non ha accettato di diventare una donna onesta, a fargli da serva in casa, a diventare la sua puttana privata, perché romena, perché lui pensava forse di potersi permettere di indurla a fare quella scelta. Chissà perché ci sono uomini che quando trovano una donna considerata inferiore ad altri ranghi, se quella non accetta la ammazzano per reazione all’irriconoscenza. E mi ricorda un tale che molto tempo fa, pensando la disabile dovesse assolutamente dire di si, perché cosa vuoi sperare d’altro se sei una “menomata”, quando lei lo mandò a quel paese lui la uccise, senza pensarci due volte.

Perché la prostituta, nell’immaginario comune, anche grazie al pessimo lavoro fatto da certe abolizioniste della prostituzione che dicono di volerle salvare, ha uno stigma tatuato sulla fronte. Tu sei quella che deve gratitudine all’uomo che ti salva dalla strada e se non lo sei, proprio come fanno le stesse abolizioniste, allora ti trattano da puttana, nel senso di oggetto che o ti allinei alle sue posizioni oppure ti uccide socialmente o fisicamente. Ti delegittima, ti sconfigge, ti ritiene una nemica, perché gli devi gratitudine, ti è chiaro?

E non è questo il primo caso in cui una prostituta non viene in realtà uccisa da un violento sadico che va a puttane per sventrarle, ma da uno che si diceva innamorato. E’ sempre e solo quello il più grave rischio, limitato a chi ti sta vicino, ti conosce, dal quale non ti aspetti nulla di male, per cui abbassi le difese e gli permetti di trovarti impreparata. Se quella donna avesse potuto esercitare il proprio mestiere in un luogo chiuso, con la complicità di altre colleghe, con un livello di sicurezza maggiore, tutto quello che le è capitato non le sarebbe toccato affatto. Lui sarebbe stato cacciato via e lei non si troverebbe ora in un letto d’ospedale con il viso massacrato dai colpi del carnefice e il cranio spaccato in qualche punto.

Lui le ha chiesto la sua, diciamo, mano e lei ha rifiutato. Ed è il rifiuto che innesca quel genere di violenza, a prescindere dal mestiere che tu fai. Perciò ci sono prostitute che mi hanno confidato di tenere lontani clienti che già dopo un paio di volte si mostrano innamorati. Sono i più pericolosi, pensano che tu gli devi tutto. Pensano tu gli appartenga. Si tratta di un tentato femminicidio del quale poch* parleranno, perché quel che non piace è il fatto che in un delitto del genere si riscontrano tratti familiari, come si trattasse di un ex marito, fidanzato, un conoscente, uno che ti sta vicino e pretende da te la fedeltà assoluta. Pretendono monogamia da una persona che non lascia imbrigliare il proprio corpo dalla volontà di possesso di nessuno.

Lui è morto, e sono cazzi suoi. Lei è viva e sta soffrendo e non si sa quel che le capiterà da ora in poi. E non ditemi che non ho ragione. Io so di averne. Con tanta solidarietà nei confronti di questa donna. Pensateci anche voi.

 

Ps: c’è una abolizionista che ha scritto, a proposito delle sex workers che lottano per ottenere rispetto e garanzia di diritti, una cosa che per me è puro fango: “ridurre tutto a un gruppetto di ombrelli rossi è veramente una pagliacciata. I femminismi sono divisi sul tema della prostituzione perché hanno subito infiltrazioni patriarcali“. Sicché la complottista disconosce la maniera autodeterminata di autorappresentarsi e di combattere dei/delle sex workers, ne delegittima i simboli, le parole, le intenzioni, e addirittura ritiene che l’unico femminismo valido sia il suo, ovvero quello di una abolizionista con la testa piena di mostri che immagina i femminismi “divisi” solo perché infiltrati dal patriarcato. Come scrivevo tempo fa questo si chiama Donnismo, ovvero quello di chi pensa che tutte le donne debbano pensarla allo stesso modo e se non sono accomunate da un eguale sentire allora tu non solo non sei ritenuta abbastanza donna, ma addirittura potresti chiamarti uoma, giacché se non fossi uoma non penseresti quello che dici. Vorrei tanto sapere dove si inseriscono le trans, prostitute, in questo discorso, Sono infiltrate, come direbbero le femministe radicali transfobiche, o se parte integrante di sindacati di prostitute sono da non considerarsi perché non sono donne biologiche? A voi la risposta. Io la conosco già e considero il livello di discussione su questa questione non complicato da infiltrazioni di alcun tipo ma solo dal fatto che le abolizioniste sono intolleranti, negano l’esistenza di chi non la pensa come loro, puntano a screditare le persone, i soggetti, invece che confrontarsi sugli argomenti e sono piuttosto fanatiche, direi. Diversamente saprebbero che al mondo ci sono milioni di teste pensanti e che non è quello che hai in mezzo alle cosce che può caratterizzare il tuo pensiero.

complottista

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