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La mia prima volta

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di Inchiostro

E’ la prima volta che scrivo qui sopra, sono un po’ teso.
E’ la prima volta che scrivo per uno spazio che non ho creato io, e sono un po’ teso.

E’ una prima volta e mi sembra d’essere tornato vergine, il che è da una parte piacevole – chi non vorrebbe tornare vergine almeno una volta? – ma dall’altra mi rimette addosso tutta quell’agitazione tipica delle prime volte.
La prima manifestazione. La prima carica. La prima penna. Il primo quaderno. I primi occhi. Il primo corpo.

Se devo ripensare al primo contatto avuto con un corpo, signore mio, avrei quasi da vergognarmi. Chissà come riderei – o rideremmo, o forse lei già rideva, dentro, e io non lo so, ma potrei ben capire – se mi rivedessi, qui accanto, impacciato com’ero.

Ricordo che ero anche incazzato, ché nessuno m’aveva spiegato come funzionava. Io, sostanzialmente, non sapevo cosa fosse un corpo. Un qualsiasi corpo. Un corpo nello spazio. Avevo una sorta d’ignoranza tattile che mi faceva provare un misto di inettitudine e impreparazione. La mia prima volta è stata quella in cui ho deciso che i corpi li volevo conoscere, che non avrei mai più voluto provare quel senso di casualità fisica che, , ti fa raggiungere l’orgasmo, ma in un modo talmente sterile da risultare quasi avvilente – immagino per entrambi –.

Nel meccanico ripetersi dentro-fuori non ci trovai granché fascino. Ricordo che pensai una cosa tipo se il sesso è questo, meglio un libro – piccolo, ingenuo bimbo! –. Per carità, si raggiunge l’orgasmo, ma dopo l’orgasmo cosa ti rimane? Dopo l’orgasmo finisce tutto. L’orgasmo è una specie di morte, di fine. L’orgasmo è una bella cosa se prima ci sono tutte una serie di elementi, che fanno di quel raggiungimento un coronamento d’un percorso memorabile – memorabile non per le folle, ma per se stessi –. E viene quasi spontaneo un parallelismo con la vita: morire a cinque anni è una merda, invece se muori a settanta hai fatto un percorso e, per quanto stia antipatico come concetto, ci si può anche dire beh, forse è ora.

A settant’anni morire ha senso, a cinque no.
Io la mia prima volta sono morto a cinque anni, ed è stato una merda. E decisi che, per quanto possibile, non sarei mai più morto in tenera età. Che poi non è nemmeno un fatto di durata, sia chiaro. Piuttosto di relazione. Se muori a cinque anni, quant’è vera la barba di Mosè, non hai troppo tempo per relazionarti con chicchessia. Vai, esplodi, sparisci. E non so quanto senso abbia un simile agire, in un mondo fatto di relazioni, dove siamo tutti, volenti o nolenti, in relazione l’uno con l’altro.

Non ci ho messo proprio due giorni, mi ci è voluto un percorso relativamente lungo – a me è sembrato infinito! – di crescita (politica e) individuale.
Non mi interessava tanto essere indimenticabile – di sto cazzo di concetto superomistico da sindrome machista, prima o poi, ve ne parlo – quanto non dimenticarmi. Volevo avere delle esperienze non dimenticabili per me, che avessero una specie di significato, o di senso, o di qualunque altra cosa non fosse uno sprint di venti minuti – bam bam bam ciuf ciuf! – e poi sigaretta, grattini, nanna.

Voglio dire.
Ricordarsi gli occhi, gli sguardi, l’odore, la pelle – liscia, ruvida, morbida, bagnata, sudata – i capelli, le gambe. Scoprire nei, scovare cicatrici in posti nascosti, sentire le labbra. I sorrisi – di piacere, d’imbarazzo, d’improvvisa felicità –, le mani, mani sulla schiena, mani sulle cosce, cosce che stringono, cosce che si muovono. Raggiungere una memoria tattile, una memoria olfattiva, riuscire ad associare determinati odori e determinati contatti a quel corpo, e solo a quello. Ricordarsi d’avere vissuto.

Ciò che mi ha fatto ridere, ripensando a tutto questo, è che quello che all’inizio ho praticamente odiato, si è rivelato, poi, uno dei miei passatempo preferiti.
Che, poi, passatempo.
Il sesso non è un passatempo, il sesso è rivoluzione.
E l’unico peccato, come direbbe Roberto “Freak” Antoni, è farlo male e, poi, rifarlo anche peggio.

Vi amo, vi bacio, vi saluto, vi sorrido

Vostro in modo smodato e fuori luogo

 

Inchiostro

 

  • Con questo post inizia la collaborazione di Inchiostro, che potete trovare nella categoria L’Inchiostrato. QUI la sua biografia. 
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Comments

  1. Che venti minuti poi già non son roba per tutti! Scherzi a parte, bellissimo grazie. Se ci parlassimo più spesso così ‘sti benedetti muri si sgretolerebbero da soli in un attimo e a noi resterebbe solo l’incomodo di smaltire le macerie. Buon lavoro

  2. Ehi, mi piace!

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