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Elogio della prostituzione

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di Andrea

Voi, voi, voi siete pazz*.

Scrivo dal profondo della mia mente che, forse, voi giudicherete contorta e mal funzionante, e scrivo che siete pazz*.

E un po’ mi fate tenerezza, e vorrei coccolarvi, abbracciarvi, dirvi che va tutto bene.

Sapete qual è la cosa che vi frega nelle vostre elucubrazioni metafisiche, poco logiche e totalmente invettive? Ragionate in modo personale, personalizzate i concetti, i fatti.
Voi volete proibire perché avete paura possa capitare a voi, che in questo caso è da intendersi come vostr* figl*.
Sì, perché voi vi considerate estensione della volontà altrui, siete convint* di avere così tanta ragione, e in modo così assoluto, da considerarvi paladin* della giustizia e del bene comune.
Voi combattete per un bene superiore, e vogliamo ricordare cosa è successo, nella Storia, ogni qual volta qualcuno s’è eretto in difesa del bene superiore?
Accusate gli altri d’essere poco empatici – e infatti l’empatia è una stronzata colossale, e poi vi spiego anche perché -, e lo fate mentre state lì a non sentire ragioni, a continuare ad urlare sempre la stessa cosa.

Voi avete ragione, gli altri torto. Peccato che la ragione non esiste – e uso il presente, non il congiuntivo, perché è un dato di fatto che la ragione non esiste. Non nelle Scienze Sociali almeno, dove non c’è mai uno stato di Scienza Normale. E se non sapete che significa andatevi a cercare cosa vuol dire -. Come non esistono il bene, il male, il giusto, lo sbagliato e tutte quelle altre classificazioni qualitative figlie d’una morale che, santi numi, andrebbe bruciata in pubblica piazza. Quella sì, la morale sì che andrebbe messa al rogo.

Voi partite dal presupposto, dalla convinzione di sapere qual è la verità. E, cristo santo, se non c’è riuscito H.D.Thoreau a trovarla, sta cazzo di verità, dovete esserci riusciti voi?
Se non l’hanno trovata né Foucault, né Derrida dovete averla voi? Proprio voi e nessun altro? Cos’è che vi fa credere di avere così assolutamente ragione?
In un mondo di relazioni, cosa che fa del mondo un luogo relativo, per quanto a voi piaccia l’assoluto, cosa vi fa pensare che il giusto lo abbiate voi?

Secondo me siete pazz* a pensare una cosa simile. O pazzi, o miopi. O miopi, od ottusi. O ottusi, o privi di pensiero laterale.

Ma non voglio offendere, per quanto, vi giuro, è difficile non personalizzare l’argomento, come fate voi, e ridurlo a uno sterile scontro tra il mio intimo col vostro intimo, finendo col fare una sorta di quadro pornografico di sparate alzo zero di chi vuole dimostrare d’essere più autoritario.

L’autorità mi fa schifo, come chi fa la voce grossa, come un sacco d’altre cose.
Le imposizioni, ad esempio.
Chi si fa portavoce di un tutto che non può mai conoscere, ad esempio.
Chi si indigna, chi si sdegna, chi urla, chi si dibatte, chi gli dà all’untore e, alla fine, non combina mai un cazzo di niente.

Io vi disprezzo, ed è un disprezzare me stesso. Vedo in voi la mia parte reazionaria, quella che tengo a bada dentro di me.
Quella che Elias Canetti, nel suo “Massa e Potere”, chiama il piccolo straniero interno ed identifica con le convinzioni che, per morale o imposizione, ci autocostringiamo a considerare sbagliate e, quando le ritroviamo negli altri, fanno scattare tutto il nostro più cieco livore.
Il mio piccolo straniero interno è un pazzo reazionario.
Il piccolo straniero interno dei fascisti è un libertino senza quartiere.
Il vostro piccolo straniero interno, insomma, arrivateci da sol* – e scoprirete d’essere molto simil* ai fascisti, in quanto a desideri sopiti –.

Voi siete in contraddizione logica col vostro pensiero, peraltro.
Dite: un individuo dev’essere libero di impiegare il corpo come meglio crede. E poi: la prostituta – a parte che esistono anche i prostituti, e i/le prostitut*, cazzo! – anche se compie una libera scelta, non impiega liberamente il proprio corpo, perché c’è un uomo che paga per andare con lei.
A me piacciono le cose logiche, e posso ben dirvi che questo pensiero è illogico.
Se ammettiamo che un individuo può vivere come crede il proprio corpo, allora basta, discorso finito, non è che poi si inizia a fare il comma del sotto comma dell’articolo, che rimanda all’articolo, che richiama il codice, che alla fine dimostra che la libertà è solo quella che decidete voi.

E’ il procedimento filosofico con cui vi approcciate alla questione ad essere fallace – non sbagliato, ma proprio improduttivo per una buona riuscita d’un pensiero. Sono due cose diverse, ché uno è un dato di fatto, l’altro un giudizio personale – perché, come detto già molte volte, voi personalizzate.

E perché personalizzate? Perché seguite il procedimento empatico dell’analisi dei problemi.
Voi vedete la prostituta, ne interiorizzate il presunto dolore – empatia, dal greco antico em-pathos, significa soffrire (pathos) dentro (em-, in greco antico en-) – e questo interiorizzare questo presunto dolore vi fa, in un certo qual senso, divenire la prostituta. Siete, cioè, totalmente inseriti in quelle che sono le sensazioni, il sentire di colui/colei/col* che state osservando. E questa cosa toglie lucidità al ragionamento, perché voi perdete la vostra individualità, la vostra capacità d’analisi, divenendo altro da voi. Non vedete più soluzione al problema, o non vedete altra soluzione se non quella che vede il soggetto. Di conseguenza, immedesimandovi in un individuo che per vostro luogo comune è sempre sfruttato e sofferente, di conseguenza provate schifo al pensiero che un tale lavoro venga regolamentato e tollerato, e ne chiedete l’abolizione urlando a quattro venti.

Per non personalizzare, invece, dovreste seguire un approccio simpatico – dal greco antico sun-pathos, cioè soffrire (pathos) con, insieme (sim-, in greco antico sun-) – che permette di rimanere se stessi, e non divenire altro da sé, mentre ci si approccia ad un problema, ad un argomento. A parte che solo nella traduzione possiamo notare due modalità d’approccio opposte: in una prendo il tuo dolore e lo faccio mio, in una concezione del tutto egoistica del vivere collettivo, nel quale si tende a far proprio ciò che appartiene agli altri, e solo a loro; nell’altra resto insieme a te, comprendo il tuo dolore, lo osservo, ma non divento sofferente quanto lo sei tu, perché sono consapevole di stare meglio di te e, in quanto tale, rimango anche consapevole d’essere in grado d’analizzare la questione da un punto di vista che tu non hai, senza per questo non rispettare il tuo volere. Cosa che capiterebbe in un contesto empatico, nel quale credendomi te, credendomi sofferente per te e in tuo nome, mi sentirei in diritto di esprimere volontà non tue spacciandole per tue.
L’atteggiamento simpatico, invece, mi può rendere pro-attivo nei tuoi confronti, e non solo nei miei. Può farmi accantonare le mie convinzioni e, magari, dire “Ok, questo problema non è lo stesso di chi ho incontrato due giorni fa, questa è tutta un’altra situazione”.
Mi permette di non assolutizzare un concetto, di non diventare inquisitore ma aiutante.

Poi magari non ho ragione, voi provate e poi ditemi. Soprattutto, analizzate i processi mentali che vi portano a dire quello che dite. Quanto vissuto vostro c’è? Quanto voi c’è in quello che spacciate come verità? Quanto particolare inserite in un contesto generale, falsandone la percezione?

Io non sto personalizzando niente, ad esempio. A parte la considerazione sull’autorità, le restanti parole sono prese di peso da Girard, Canetti, Escobar, Alfieri, Tincani, Augè, Foucault. Entrate in una biblioteca e prendetevi i tomi per verificare.

Non mi frega nulla d’urlare più forte di voi, o di farvi vedere che ho vissuto di più.
La libertà non è una cosa che cambia a seconda di come la percepiamo. E’ una cosa collettiva, che c’è o non c’è.
E la stessa Scienza Sociale, che è poi ciò che si produce quando si tratta questi argomenti, non dovrebbe essere mai personale, ma fattuale. Non a caso, del sociologo si dice che è colui che va a vedere una partita di calcio e guarda il pubblico.
Voi guardate solo voi stess*, non quello che avete intorno, ed esprimete concetti che sono solamente l’estensione della vostra personalissima visione del mondo.

Poi, anche, c’è da considerare il fatto che, quando parlate delle prostitute, alcun* di voi ne parlano in un modo tipo è un lavoro, per carità, ma non c’è niente di nobile in quel lavoro, declassificando, in sostanza, l’individuo in questione a una sottocategoria della dignità umana.
E con che coscienza potete sostenere di voler aiutare chi, nel vostro profondo, in realtà disprezzate e ritenete inferiore?
Voi non volete aiutare nessuno, in realtà, ma vi ritenete possessor* d’una superiorità morale che, nella vostra visione del tutto, vi autorizza a dire, pretendere ed urlare più o meno tutto quello che volete.

Sono stronzi gli altri, ovviamente, che cercano di inserire i fatti in un contesto relativo, cioè composto da relazioni, cioè multiforme, cioè mutevole e in evoluzione, cioè mai uguale a se stesso, né all’idea immaginata che il nostro personale ne ha.

Non volete essere definit* vetero, ma lo siete. Considerate ancora l’uomo come un nemico, avete una concezione della donna che, a parer mio, è sia limitante che limitata. Siete stat* per anni la giustificazione del patriarcato, discriminandovi da sol* ogni volta che esponevate un concetto.
Rimarcate una differenza che non esiste, aumentando in questo modo l’immaginario iato che si frappone tra le due categorie. E possedete, tra le righe, la stessa concezione della donna come essere superiore, perfetto, illibato e illuminato che si può trovare nella cavalleria, che è uno dei concetti più paternalisti e patriarcali che esistano.
Siete – ed è questa la cosa assurda! – paternalist* nei confronti di voi stess*.
Siete un paradosso logico.
Il vostro vero nemico.

E state lì, su un cazzo di scranno, a urlare agli altri ciò che voi ritenete sia meglio per loro. Non per voi, ma per loro.
E sta lì l’errore.
Nessuno ne sa un cazzo di cosa sia meglio per gli altri. L’unica cosa che si può fare è garantire una qualche libertà di scelta, un’apertura, un modo per permettere all’individuo di poter vivere e viversi come meglio ritiene opportuno.
Voi le persone non le salvate, ma le ammazzate.
Tutti i concetti assoluti, assolutizzati e assolutizzanti, alla fine, finiscono per ammazzare qualcuno.

Non avrete capito un cazzo, temo, di tutto questo.
E io sono solo un povero stronzo cresciuto in una società patriarcale, che analizza in maniera fredda temi delicatissimi, che non lo riguardano perché uomo – come se io non potessi prostituirmi! – e che, quindi, deve stare zitto e lasciare a voi, solo a voi che tutto conoscete, la possibilità di parlare.

Il vostro più grande errore è il ritenere che questa sia una battaglia vostra e solo vostra, e che per il semplice fatto che state conducendo questa battaglia, tutto vi sia concesso.
Il vostro più grande errore è quello di pretendere di conoscere e possedere la verità.

E, citando Clément Duval, io, per questo, in cuor mio non vi perdono.

 

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