Cara Lena Dunham: così danneggi e metti in pericolo altre donne!

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Questa è la lettera che Molly Crabapple ha scritto a Lena Dunham in risposta all’invito a partecipare alla campagna contro la posizione di Amnesty sulla decriminalizzazione della prostituzione. Molly spiega la sua distanza dalla posizione di attrici, bianche, ricche, che si permettono di dettare legge su una decisione che è stata a lungo auspicata dai/dalle sex workers di tutto il mondo.

La vignetta sopra illustra perfettamente la situazione attuale. Le bianche, ricche, e piuttosto anziane, donne che impongono una visione stantìa della questione, ovvero dicono che tutta la prostituzione è tratta, senza fare distinzione alcuna tra sfruttamento della prostituzione e prostituzione per libera scelta, e poi ci sono i/le sex workers che chiedono il rispetto dei diritti umani per se stesse. Silenziate, trascurate, delegittimate, stigmatizzate, screditate e diffamate, i/le sex workers non posso tacere circa la richiesta di riconoscimento dei diritti che è chiara a tutt* salvo alle folle fanatiche abolizioniste. Questa è dunque la lettera. Buona lettura!

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Cara Lenny,
grazie per avermi cercato e per le parole gentili sul mio lavoro.
Non posso però impegnarmi in un progetto diretto da Lena Dunham, fintanto che lei appoggia la petizione contro la depenalizzazione della prostituzione proposta da Amnesty International.

Molte delle mie più care amiche sono lavoratrici del sesso. La mia militanza politica è legata all’attivismo sui temi della prostituzione, e da giovane ho lavorato in un settore legale dell’industria del sesso. La campagna di Amnesty International per la depenalizzazione della prostituzione è un’azione importante e positiva.
Che si tratti del Bronx o della Cambogia, la polizia impiega la violenza contro le lavoratrici del sesso e contro le vittime del racket della prostituzione. Stupra, deruba, picchia, ricatta, arresta le lavoratrici del sesso e le vittime del racket della prostituzione.

La depenalizzazione è un passo importante per porre fine a tutto questo. Senza dubbio Lena Dunham crede che la petizione che ha firmato chieda la criminalizzazione solo dei clienti e degli sfruttatori, non delle lavoratrici.

Questo modello, chiamato svedese, è però tutt’altro che una buona cosa. Ostacola ogni tentativo da parte delle lavoratrici del sesso di controllare le loro condizioni di lavoro. Favorisce la loro discriminazione, l’impoverimento, lo sfratto dalle loro case, e le rende passibili dell’accusa di «sfruttamento» quando scelgono di lavorare insieme per sentirsi più protette. Soprattutto, comporta spesso l’intervento di poliziotti corrotti e violenti nella vita di donne che sono già state vittime di violenza.  L’articolo di Molly Smith per «New Republic» (QUI la traduzione in italiano) spiega assai bene i problemi del modello svedese. La signora Smith è una lavoratrice del sesso, un’attivista e una scrittrice.

Molte attrici famose hanno firmato la petizione anti-Amnesty. Ma Lena Dunham è più che un’attrice. È una giovane femminista fiera e conosciuta. Si può dire che sia uno dei volti più noti del femminismo. Eppure sta prendendo una posizione politica che danneggia e mette in pericolo altre donne nel mondo. La esorto quindi a riconsiderare il suo sostegno alla petizione anti-Amnesty, e ad ascoltare le voci delle lavoratrici del sesso. Purtroppo, fin quando sosterrà quella petizione, non potrò collaborare con lei.
Cordiali saluti,
Molly

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Comments

  1. Lena Dunham usa il femminismo come modo per fare soldi nel mondo indie mi pare, nei fatti non è una fighter. Non basta mettere in scena la propria vita in un (mediocre) telefilm per essere femminista

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