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Se mia figlia vorrà prostituirsi? Rispetterò la sua scelta!

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Sono stata una ragazza piena di complessi fino a diciassette anni. Poi ho conosciuto un uomo di vent’anni più grande e mi ha incantata con il suo modo di fare. Mi ha resa più sicura. Mi ha fatto sentire bellissima e amata. Mi ha insegnato a chiedere piacere e godimento e sapeva toccarmi, baciarmi, stringermi, in un modo che poi nessuno ha mai saputo imitare.

Non cercavo uno che emulasse quel che era, perché so che ognuno è fatto a modo suo. Non mi aspettavo mi lasciasse, dopo un anno di amore e sesso indimenticabili. Nella mia ricerca di un uomo che sapesse regalarmi qualcosa di approssimativamente vicino al mio ex mi sono resa conto che gli uomini sono persone fragili e in me vedevano una dea. Mi adoravano, ero io quella che aveva potere. Potevo dargli piacere oppure no. Potevo temporeggiare, chiamarli all’ultimo momento, vederli fare cose eccezionali per me.

Decisi di mettere a frutto tanta consapevole conoscenza. Sapevo farmi amare, piacevo agli uomini e gli uomini piacevano a me. Ho cominciato a chiedere soldi a quelli che volevano incontrarmi. Se non pagavano non gli concedevo niente. Mi sono fatta un nome, avevo vent’anni e il mio corpo faceva gola a molte persone più grandi di me. Io amavo farmi toccare in quel modo delicato, timido, bramoso. Amavo vederli intimiditi di fronte alla mia bellezza e non c’era nulla che io non potessi chiedergli in cambio di un po’ di sesso.

Ho amato ciascuno di loro. Con loro ho riso, ho pianto, ho parlato, ho confessato i miei desideri e raccontato i miei sogni. A loro ho confidato qual era la mia reale passione e loro ricambiavano donandomi segreti che custodivo saggiamente. Ho fatto sesso a pagamento per dodici anni. Poi ho comprato un locale in cui mettere su un’attività commerciale, una piccola impresa. Ho assunto due dipendenti e attualmente il mio business va benissimo e io sono in regola con tutto.

Pago le tasse, i miei dipendenti hanno un contratto regolare, ho assunto anche due donne straniere che grazie a me hanno un permesso di soggiorno e la mia amica trans cura la parte economica e le relazioni con il pubblico. La mia impresa è diventata un po’ più grande, io sono sposata, con un uomo che conosce il mio passato e mi fa sentire come una adolescente che ha appena incontrato l’amore. Abbiamo una bambina, di tre anni, e io sono felice di poterle fare da madre perché l’ho voluta, era il tempo giusto per averla così da raccontarle fiabe sul mondo bello invece che quegli orribili racconti sull’uomo nero.

Non ho ricavato alcun trauma dalla professione di sex worker. Non sono scesa a compromessi. Ho sempre scelto, tempo, luogo, prezzo e clienti. Avevo le idee chiare e ho evitato situazioni pericolose. Mi è piaciuto farlo, sono riuscita a mettere da parte i soldi per costruire il mio futuro, non ho rubato niente a nessuno, nessuno ha derubato me e quando qualcun@ mi parla della prostituzione come di un lavoro in cui le donne vengono sventrate, io dico che ci sono prostitute e prostitute. Ci sono le vittime di sfruttamento, che vanno protette e difese, e poi ci sono quelle come me che vorrebbero lavorare alla luce del sole senza uno stigma negativo in testa.

Non siamo gente cattiva, ve lo assicuro. La mia dipendente trans faceva la prostituta pure lei. Le ho proposto di cambiare lavoro o di farlo part time e lei ha deciso di seguirmi perché aveva 39 anni e cominciava ad accusare la stanchezza. Come per un operaio che lavora vent’anni in fabbrica. Capita di sentirsi stanchi e voler cambiare aria e non per questo il lavoro di operaio lo chiami “schiavitù”.

Siamo donne che non l’hanno data gratis. E non me ne pento. Anzi, lo rivendico. Siamo donne che hanno sfruttato la propria bellezza per fare soldi e garantirsi un futuro. Sapete quante donne conosco che sono pentite di non aver fatto lo stesso? Donne che per anni l’hanno data gratis e neppure per piacere ma per solitudine, per stanchezza, per apatia, e oggi mi dicono che a fare i conti avrebbero potuto essere ricche pure loro. Che sciocche quelle che pensano che darla gratis sia sempre meglio di darla a pagamento. Che moraliste quelle che non capiscono che anche le puttane possono godere di un sesso fatto con qualcuno che ci piace. A me è capitato di avere un paio di relazioni mentre esercitavo quella professione, ed è finita non per il mio mestiere ma per altre ragioni. Avevano un lavoro, non si facevano mantenere da me, abitavamo in luoghi separati, perché so quello che esce dalla bocca di certe donne quando dico cose del genere.

Se dici che hai amato un uomo mentre ti prostituivi ti dicono che era il tuo pappone. Se dici che vuoi un figlio e fai la prostituta dicono che non è bello dire ai figli quello che fa una puttana. E sono loro a imporre un limite a tutto, a normare, a cestinare la mia autodeterminazione, mentre godono della loro, supposta, superiorità morale. Io dirò a mia figlia quello che ho fatto e le insegnerò a non giudicare, a non moralizzare e a rispettare le scelte di tutte le donne. Insegnerò a mia figlia ad essere orgogliosa di me e, per rispondere alle tante stronze moraliste che ci sono in giro, quando chiedono: e se tua figlia ti dice che vuole fare la puttana cosa fai? Ecco, io rispetterò la sua decisione. Potrò darle utili consigli e le dirò, però, di fare quel mestiere in altre nazioni, dove la prostituzione è regolamentata e riconosciuta come fosse un mestiere al pari di tanti altri. Perché è questo che è stato per me. Un mestiere come un altro. Solo, molto più ben pagato…

Ps: è una storia vera. Grazie a chi l’ha raccontata.

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Comments

  1. E’ proprio il termine “darla” che mi va poco giù.

  2. creati un nemico, e vivrai contento….

  3. Trovo sempre edificanti questi spaccati di realtà, banalmente perchè in giro non si trovano mai, se non dalla parte del pensiero moralista di turno, ma soprattutto perchè, pur mettendo in luce una realtà in cui il protagonista “rovescia il tavolo” ne viene sempre fuori che la soluzione del singolo è comunque tutta interna al sistema da cui si “evade”, che in questo caso si esplica con la mercificazione di se stessi (perchè al netto della consapevolezza, il vendersi, seppur al tuo prezzo, quello significa).
    Per il resto l’unica critica mi sento di farla nel merito di questo passaggio:
    “e non per questo il lavoro di operaio lo chiami “schiavitù” “.
    Cara autrice si vede proprio che non hai la minima idea di cosa significhi davvero fare l’operaio.

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