Cara ragazza “brutta”, sono stata brutta anch’io

ll  brutto anatroccolo - paola minelli

Lei scrive:

“Cara Eretica,

Seguo il tuo blog da relativamente poco, ma devo dire che lancia sempre degli spunti interessanti. Leggo quasi tutti gli articoli che pubblichi, trovo spesso delle riflessioni e delle testimonianze che mi colpiscono.
Ti scrivo perché vorrei rispondere alla ragazza che ti ha scritto dicendo di vergognarsi perché è “brutta”. Non ho scelto a caso di inserire la parola tra virgolette, ora spiegherò perché.

Anche io sono stata una “brutta” per anni: le prese in giro sono cominciate quando avevo solo dodici anni e tutti gli strascichi che ne sono seguiti si sono fatti sentire fino all’anno scorso. Ora di anni ne ho ventuno. Ma quanto tempo passato con l’autostima sottozero, quante insicurezze, quanti pianti davanti allo specchio. Tempo perso, ma te ne rendi conto solo alla fine di un lungo percorso di crescita, autocritica e scoperta di sé che ti porta a volerti bene perché sei, non solo per come sei.

Ho sempre avuto dei lineamenti che vanno fuori dai canoni della “bellezza” stabilita come tale: ho occhi grandi, rotondi e sporgenti; una gobba sul naso; denti regolari, ma certamente non bianchi come quelli delle ragazze che si vedono alla televisione o sui giornali patinati; viso sottile; fronte alta. Ho una terza scarsa di seno e un sedere rotondo molto evidente, rispetto alle caviglie sottili; e la pancetta, una pancetta morbida alla quale ho imparato a voler bene perché ho capito che neanche calando di peso se ne sarebbe andata.

A undici anni scoprii di essere brutta. Un gruppo di ragazze della mia età (all’epoca avevo appena terminato la quinta elementare) mi aveva lasciato dei bigliettini sul letto durante il camposcuola dove c’era scritto che non mi volevano come amica perché ero brutta e sfigata. C’era scritto proprio così, né più, né meno. In prima media cominciai a notare come i ragazzi mi evitassero, o comunque non ricercassero la mia compagnia, per dedicarsi a quelle coetanee alle quali Madre Natura aveva donato altre cose, come un bel seno prosperoso o un viso grazioso. Un giorno trovai un grafico dove avevano incolonnato i nomi delle ragazze di tutta la nostra classe, dando un voto da 1 a 10 ad ogni parte del loro corpo – viso, seno, gambe, culo – e nelle righe che corrispondevano a me e ad altre due ragazzine “brutte” c’era scritto N.C., non classificato. Cioè, nemmeno cessa ero, proprio fuori da ogni catalogazione sensata o sessista.

Al liceo, stessa storia: il mio carattere schivo e i miei voti alti non mi aiutarono ad avere molti amici e quindi anche gli spasimanti latitavano. Mi guardavo allo specchio e mi vedevo allo stesso modo di quei ragazzetti cattivi che mi avevano giudicato “inclassificabile”. Non volevo nemmeno scattare foto assieme alle mie amiche “belle”; quando uscivo con loro me ne stavo in disparte a guardare come flirtavano con i ragazzi mentre io mi allenavo a mimetizzarmi con la tappezzeria. Poi tornavo a casa e piangevo, augurandomi di nascere bella in una vita successiva, almeno per sentire cosa si prova.
Quando qualcuno mi faceva un complimento, non ne ero felice. Non ci credevo mai ed è capitato più di una volta che, invece di ringraziare, rispondessi in maniera sgarbata.

Le prime sbronze a diciotto anni, poi, non ne parliamo: alcune finivano con me in lacrime a biascicare che nessuno mi voleva perché ero brutta.
Avevo cominciato a dare la colpa di ogni sconfitta al mio aspetto: avevo pochi amici perché non ero bella; non stavo simpatica a quel professore perché non ero bella; non mi parlavano perché non ero bella; non mi invitavano a quella festa o in discoteca perché non ero bella.

E poi, poi mi sono rotta i coglioni. Mi sono guardata allo specchio e ho capito che i miei occhi sporgenti non sarebbero mai rientrati, così ho imparato come truccarli per farli sembrare ancora più grandi. Ho smesso di usare gli occhiali da vista spessi due dita che mi aiutavano a nasconderli e sono passata alle lenti a contatto. Ho scoperto di avere uno sguardo espressivo, dei lineamenti insoliti con un’armonia particolare, un sorriso dolce. Ho compreso quanta femminilità possedessi e non me ne sono più vergognata. E soprattutto ho capito che la bellezza è qualcosa che sta dentro, certo, ma non bisogna aspettare che qualcuno ci scavi in profondità per scoprirla: siamo noi i primi a doverla trovare, apprezzare e amare per capire che i “brutti” non esistono, esistono solo persone che hanno bisogno di giudicare per sentirsi qualcuno.

Non puoi piacere a tutti, esteticamente parlando, ed è bene così. Ma puoi – devi! – piacere a te stessa e alle persone che riescono a cogliere la stessa bellezza che vedi in te. Io so bene che partecipare ad un concorso di bellezza e avere una qualche possibilità di vincere è improbabile, per me, ma mi vedo bella. Sono bella, quando mi sento a mio agio con l’ambiente e le persone che frequento. E i miei lineamenti non sono poi così cambiati da quell’anno in cui finii tra le N.C., sai. Ho solo acquisito consapevolezza e sicurezza. E ho un po’ di cellulite in più. 😉

Non so quanti anni hai, ma mi sembri molto giovane, forse più di me. Non me la sento di darti consigli di vita da seguire rigidamente, ma lascia che ti faccia un augurio: spero che un giorno potrai guardarti allo specchio e renderti conto che i brutti anatroccoli non esistono, per il semplice fatto che sono sempre stati cigni.”

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Comments

  1. La prima volta che mi diedero della brutta fu alla seconda media. Avevo iniziato a sviluppare e purtroppo l’aspetto longilineo della ragazzina lo stavo perdendo per dar spazio a quell’iniziale aspetto goffo che va fra l’essere una bambina e il diventare una donna.
    Mi dissero:
    “Minch.. chi trippa!” per sottolineare il ventre gonfio e da lì iniziai ad avere il pallino dell’aspetto estetico.
    Non credo di essere bella come la società vuole che una donna sia bella, ma ho sempre creduto che una persona è bella principalmente quando ha i soldi in tasca e può permettersi palestra, estetista e vestiti buoni.
    Io non potevo permettermi nulla di tutto ciò e cercavo da sola di far da me per migliorare esteticamente. Mi muovevo spesso per rimanere longilinea, ma per viso e vestiti non potevo mai rimediare. i soldi erano quelli, creme contro l’acne non potevo comprarne, i vestiti spesso erano comprati al mercato o riciclati da qualche cugina, e apparivo vestita come una scialba ragazzetta. Così per tutto il liceo fui derisa.
    Avevo coraggio, molto coraggio nel dichiararmi ai ragazzi che mi piacevano, ma prontamente gli stessi mi deridevano e mi sono sentita chiamare in tutti i modi:
    – mostro
    – skifix
    – tacchino
    – palo di scopa
    – maschio
    – per finire sono stata paragonata ad una cacca con le mosche che giravano attorno.
    Un giorno non ce la feci più. Insomma, io mi guardavo allo specchio, mi confrontavo con quelle che all’apparenza venivano chiamate “belle”. Potevano avere quei jeans da 200 euro che facevano un culo enorme, la maglietta griffata assieme al giubbino e alle scarpe. Potevano avere i capelli con i colpi di sole, ma tolto ciò, cosa avevano più di me? Un terzo seno? una figa profumata? Cercavo di capire e di trovare in me qualcosa che, in paragone con le belle, mi potesse far sentire diversa.
    Avevo il corpo. Un corpo bello, snello, sottile e proporzionato.
    Un giorno andai al mare con un gruppo di amici, tra questi c’erano gli idioti che mi avevano dato l’appellativo di cacca con le mosche che girano attorno. Quando mi spogliai ti giuro, non dissero una parola. Vidi sotto il costume gonfiarsi qualcosa e, per evitare l’imbarazzo (una brutta come me non poteva suscitare ciò) dissero che per quanto il corpo era perfetto, per stare con loro dovevo mettere un cuscino in faccia.
    Per convincermi di essere bella (spesso gli insulti fanno male e rimangono impressi per parecchio tempo) partecipai a dei concorsi di bellezza in cui vinsi un paio di volte.
    A distanza di anno so di rientrare tra i canoni della ragazza <>, ho solo imparato a vestire meglio e a truccarmi bene, a prendermi cura dell’aspetto fisico.
    Giustamente, per quanto vogliamo combattere certi stereotipi, come quello che l’aspetto esterno non conta, come ci aggiustiamo, trucchiamo e vestiamo fa, a volte, la differenza!

    • i “gentiluomini” di cui parli neanche con gl’insulti erano coerenti: come puoi essere sia tacchino che palo di scopa? (questo per sottolineare la grande intelligenza dei soggetti)

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