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Cara Selvaggia Lucarelli, l’autodeterminazione non è una malattia!

Andrea scrive:

Buongiorno a tutti, tutte, tutt*.

Stavo navigando sul social più famoso del mondo e, a un tratto, mi sono imbattuto in una nota condivisa da un mio contatto donna.
La nota, firmata da Selvaggia Lucarelli, recitava:

Se fossi un uomo, se io oggi fossi un uomo, se avessi anche solo l’opportunità di essere uomo una settimana soltanto, io le donne le farei capitolare tutte. In questi tempi mesti fatti di indecisi, irrisolti e anaffettivi perennemente in cerca di vie d’uscita e scorciatoie, perennemente preoccupati di fare una scelta perchè anche agli scarti una botta non si nega. Ecco, In questi tempi qui che sintetizzo e semplifico perchè sarebbe lunga, se non lo avete ancora capito, se volete davvero una donna, siate l’uomo che fa, che decide, che ci dice cose perentorie e assolute tipo “Da oggi ci penso io”, “Ora a te ci penso io”, “Sono qui per questo”, “Voglio te e e il resto non mi interessa”, “Tu sei mia” e frasi da film che sono da film da quando non le dice più nessuno. Prendete decisioni, portateci a cena dove dite voi, prenotate voi la vacanza, marcate il territorio con virilità, senza gelosia scema ma anche senza quell’atteggiamento fastidioso che ora va tanto di moda della serie “Fai come te pare tanto non sono geloso”. Trovate il tempo per noi e se non lo avete, dateci pure i ritagli, ma che siano di passione. Fateci sentire fighe. Ricordatecelo. C’è gnocca ovunque, sfacciata, esibita, regalata. Ci serve, e tanto, avere un uomo accanto che ci metta su un piedistallo e ignori quelle sul cubo. Non lo fa più nessuno e voi, fessi, non lo avete capito. Diteci cosa volete. Prendetevelo. Vogliamo essere conquistate senza avere il tempo di fiatare. Siate maschi, Dio santo.

Ci sono più aspetti, in questo scritto, che proprio no, per l’amore di Zeus no, ma che cazzo stai dicendo.

Cercherò di essere ordinatO, precisO, poco indecisO.

Punto primo: Io le donne le farei capitolare. Qui possiamo apprezzare l’immagine della donna come fortezza da espugnare, come fortino da saccheggiare e poi abbandonare. L’idea della conquista efferata, intrisa anche da una buona parte di possesso e di concetto di proprietà, quella malata idea che i corpi e le persone si debbano possedere (lo schiavismo non era stato abolito da tempo? E guardate che non è una minchiata, i due ragionamenti sono nello stesso campo d’esistenza).
Poi analizziamo il linguaggio, che è importante: far capitolare vuol dire sconfiggere, abbattere, sottomettere. Non è affatto una bella immagine.

Punto secondo: Prendete decisioni, portateci a cena dove dite voi, prenotate voi la vacanza, marcate il territorio con virilità, senza gelosia scema ma anche senza quell’atteggiamento fastidioso che ora va tanto di moda della serie “Fai come te pare tanto non sono geloso”. Che vuol dire noi siamo qui per stare zitte e mute e assecondare ogni vostra decisione, noi non abbiamo una volontà nostra ma siamo una vostra appendice e siamo qui per esaudire ogni vostro desiderio e voi non dovete essere gelosi però in realtà dovete esserlo, perché se uno è geloso vuol dire che ci tiene.
BALLE, TU CI SOFFI DENTRO PER GONFIARLI! Urla il Sgt. Hartman in Full Metal Jacket (e questa citazione non vuole essere sessista, è che secondo me una cazzata ne annulla un’altra, quindi…).

Ora, partendo dall’ovvio: due individui autodeterminati, personaggi a tutto tondo d’un libro che si chiama vita, prendono decisioni in autonomia e può capitare, di tanto in tanto, che alcune decisioni coincidano. Il bello è quando non coincidono, perché santissimo Giove, ci si può confrontare, scontrare. Si può entrare in conflitto, e vorrei ricordare alla vincitrice del Nobel per il Nulla Spinto che è solo tramite il conflitto che si crea crescita. Individuale, collettiva, di coppia. Senza conflitto la vita è piatta, inutile d’essere vissuta.

Continuando col meno ovvio: la gelosia, seguendo credo uno scritto di Rene Girard, è causata dalla mimesi. Cioè da un desiderare l’oggetto del desiderio degli altri. La gelosia è un sentimento malato, insano, che andrebbe controllato tramite un lavoro su se stessi e sulle proprie percezioni. La gelosia è ciò che da bambini ti faceva rompere il giocattolo del tuo amico perché lui ce lo aveva e tu no e lo volevi e la mamma non te lo comprava.
Tra adulti rincoglioniti, la gelosia diventa io ammazzo lei così gli altri non possono averla, io ne limito la libertà del corpo o della mente così gli altri non possono apprezzarla (è uguale all’omicidio, per quanto mi riguarda). Io chiamo tutte le altre “zoccole” così mi sento più in pace con me stessa, denigrando mie consimili fondamentalmente innocenti.

Finendo col dolce: il fai come ti pare non vuol dire non me ne fotte un cazzo di te. Vuol dire sei libera e autodeterminata e io lo riconosco e sappi che sarai responsabile di qualunque scelta che prenderai per te stessa ed è bello che tu le prenda da sola. Se vuoi andare vai, se vuoi restare rimani, non mi importa con chi vai, cosa fai, dove dormi. Perché, per le palle di Nettuno, io sono convinto di quello che provo per te e nemmeno se mi dicessi che in realtà sei un tricheco travestito da macaco, che una volta era un dugongo, che un tempo aveva un amico, amico di amici, che girava con gente, che rubava banane e rapinava vecchiette, ecco, nemmeno dopo tutte queste cose ciò che provo potrebbe cambiare.

Poi, vogliamo eliminare la poesia? Mi importa di cosa fai, come lo fai e con chi lo fai nella misura in cui so che non usi precauzioni e, quindi, metti a rischio anche il mio divenire, che non coincide col tuo, che grazie a dio si può sviluppare di fianco al tuo ma non lo ingloberà mai. E quello è l’unico caso nel quale sarebbe opportuno che io fossi al corrente di cosa combini, perché la libertà di scelta vale per tutti, ed è un mio diritto sapere cosa potrei rischiare a livello di malattie trasmissibili sessualmente (tra cui l’EP C, che ha un tasso di mortalità del 60%, ben maggiore rispetto all’AIDS e non è mica uno scherzo), o essere consapevole che potrei essere padre d’un figlio non mio. Perché non c’è nessun problema ad affrontare le cose, basta saperle. Si chiama autocoscienza, si chiama responsabilità, si chiama essere vivi. Ed è bello così.
E questo non vuol dire che non ti amo, ma forse è proprio il contrario.
Ma non sono qui a parlar di sentimenti, ma di contenuti. Proseguiamo.

Punto quarto: se tu sei mia è una frase da film, allora io di film non capisco un cazzo. Io trovo che l’aggettivo possessivo mio/mia sia da bandire dal vocabolario, quando si parla di persone. Io non sono tuo, posso sentirmi tuo, ma sono io che lo dico a te: “Mi sento tuo, sento di appartenerti”. Tu non puoi dire che io sono tuo, non ne hai alcun diritto. E io non ne ho nei tuoi confronti. Il giorno che dirò a qualcuno “sei mia”, che qualcuno se lo segni e lo faccia, tagliatemi i coglioni. Perché me lo sarò meritato ampiamente.
Riguardo le altre frasi da film, quel che penso a riguardo è esplicato al punto secondo.

Punto quinto: fateci sentire fighe. Questa la risolvo velocemente dicendo che, se non ti senti abbastanza, non c’è frase o parola che possa colmare questo non abbastanza. Anzi, indipendentemente da quanto ti si possa far sentire figa – che tristezza ridurre una persona al suo organo sessuale (la dice lunga riguardo la concezione della donna che chi scrive ha!), come se a me dicessero come sei cazzo. Cioè, siamo seri per Diana! -, comunque, dicevo, perché posso farti sentire figa quanto vuoi, ma ci sarà sempre qualcuna più figa, più qualcosa, e quindi sarai gelosa, e quindi sarai morbosa, e insicura.
E quindi non sono gli altri che devono risolvere le nostre insicurezze, ma noi per noi e per stare a nostro agio con gli altri.
Nessuno salva nessuno in questo film. Mai. Ed è un fatto empirico.

Punto sesto: diteci cosa volete e prendetevelo, vogliamo essere conquistate senza avere il tempo di fiatare. Questa è un po’ ridondante ma volevo analizzarla lo stesso, perché finisce di spogliare la donna della volontà di potenza e la rende del tutto un cazzo di manichino a-vitale, privo di volontà, che sta lì ad aspettare che qualcuno lo prenda, lo possegga e poi lo rimetta a posto. Manichini, appunto. Vogliamo fare un paragone qualitativo – non sarebbe da fare ma frega poco al momento –? Per quanto mi riguarda i manichini stanno bene in vetrina e i piedistalli van bene per sorreggere i manichini. Preferisco la donna sul cubo, invidiata perché libera e per questo chiamata zoccola, perché disinibita. Preferisco che i vestiti mi vengano strappati di dosso, piuttosto che ogni volta dover condurre le danze. E non credo che la mia virilità venga messa in dubbio da un ditino nel sederino, e se non soffrissi il solletico al punto da rendermi inservibile quando lo fanno, potrei anche personalmente dire che mi piace.
Credo che aspettarsi sempre di essere conquistat*, alla fine porta ad accettare quello che capita. Credo che la parola conquistare sia da abolire se usata per le relazioni tra individui a tutto tondo. Credo che sia più opportuno dire sedurre, incuriosire, convincere.
Credo che aspettarsi sempre che siano gli altri a fare qualcosa, e rimanere immobili in quest’attesa, sia poi fonte d’insoddisfazione, quella espressa in questo scritto. Perché, ovvio, dopo un po’ che guardi la corrente del fiume che scorre ti annoi pure e quindi tutto quello che passa ti sembra d’averlo già visto. Molto meglio risalire il fiume, penso io, rischiare, andare a vedere cosa c’è alla foce.
Molto meglio essere parte attiva. Ah, già, quelle che sono parte attiva son quelle che vengono chiamate zoccole, ingenuo io.

Punto settimo, e poi ho finito giuro: In questi tempi mesti fatti di indecisi, irrisolti e anaffettivi perennemente in cerca di vie d’uscita e scorciatoie, perennemente preoccupati di fare una scelta perchè anche agli scarti una botta non si nega.
A parte il fatto che ridurre l’indecisione maschile al semplice fatto che forse si ha più possibilità di scopare mi offende in quanto individuo sensibile. Mi offende in quanto essere umano e mi priva della mia volontà di potenza, mi svilisce al punto da rendermi altro da me, dimostrando che chi ha scritto questo trattato sociologico non ha rispetto né per gli uomini e né per le donne.
Praticamente in questo sublime passaggio viene descritto un essere umano, che per sua natura è imperfetto, caduco, titubante, timoroso, e lo è stato reso una specie di demone.
Io non ho capito perché, se sono uscito da una caverna a fatica 60mila e più anni fa, ci debba ritornare oggi, che siamo nel 2015.
Qualcuno mi spieghi perché, per la barba di Merlino!

Bridge: Io non ci sto a questo gioco di ruoli.

Tre cose vere: la donna non è il sesso debole, l’uomo non è il sesso forte, i ruoli nella coppia sono intercambiabili.

Altre tre cose vere: le principesse non esistono, tantomeno i principi in calzamaglia azzurra, così come non esiste che la salvezza individuale passi attraverso un compagno o una compagna, che vista in questo modo è alla stregua d’un pupazzetto di peluche che serve a far passare la paura del buio quando si dorme.

Io non vedo la donna in questo modo. Non vedo me stesso in questo modo. Mi è capitato di incontrare qualche donna che mi vedeva in questo modo, che voleva che fossi così.
E’ finita male.

Io non deciderò mai per te, se non nel caso legalizzino l’eutanasia e tu abbia messo una firma che mi autorizza a farlo, o me l’abbia detto a voce, o me l’abbia fatto promettere guardandomi negli occhi.
Io non voglio conquistarti, perché si conquistano e si possiedono gli oggetti e tu non sei un oggetto, ma un individuo nato libero e bello proprio perché libero, libero di usare il corpo come meglio crede, di pensare ciò che vuole e fare, soprattutto, quel che vuole.
Io non ti dirò mai che sei mia, al massimo che io mi sento tuo. Perché tu non sei mia. Io sono mio, e per questo motivo posso donarmi a te e dirti che sono tuo. Ma non posso prevaricare il tuo essere, il tuo esistere, affermando che sei mia. E il matrimonio fa schifo perché parte da questo presupposto. Io non voglio che tu sia mia, mi interessa molto di più amarti e darti tutto quello che ho, indipendentemente dal fatto che tu faccia l’amore solo con me o condivida il tuo corpo con altri.
Perché quello che provo non dipende dalle tue azioni nel mondo, ma dal modo in cui mi guardi e in cui mi fai sentire.

I ruoli van bene per chi è così pigro da volersi fare sovradeterminare.
Perché, ovviamente, è comodo delegare se stessi ad altri, da un certo punto di vista.
Sapere cosa si vuole, soprattutto come lo si vuole, costa sempre tanta fatica.

Io magari non sono maschio, ma sono un uomo.
Un uomo che vuole fare la rivoluzione.
Una cosa che passa anche dalle concezioni del sé e degli altri, per non dire che passa soprattutto, o quasi solamente, da quello.
E la farò, o cazzo se la farò.

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Comments

  1. L’hai fatta nera.Il fatto che magari lei sia quel tipo di donna e voglia quel tipo di uomo non significa che tutti siano così. A me, da uomo magari poco uomo per i suoi canoni, una cosa mi ha proprio dato fastidio ovvero quel “marcate il territorio” che implica che dovrei primeggiare per ottenere un trofeo. Io non voglio rimarcare nessun territorio,non voglio trofei, ambisco ad una donna che sta con me perché lo vuole così come io vorrei stare con lei e non mi ci vedo ad entrare in un locale e pisciare sulla prima colonna per far notare che ci sono e dire guai a chi osasse guardarmi!

  2. Un’ottima replica! Certe persone non sanno quel che vogliono… altro che bollare come “indeciso” e “irrisolto” il proprio prossimo.

  3. Non entro nel merito della polemica con la Lucarelli, che insomma, non è che da lei mi aspettassi chissà quale ragionamento con intuizioni brillanti.
    Vorrei solo fare una precisazione medica: l’epatite C non si trasmette sessualmente, è una errata propaganda degli anni ’80 (ma allora era appena stata scoperta e non si sapeva ancora). Giusto per sfatare qualche falso mito.

    • Non volevo essere troppo specifico e ho semplificato, sbagliando.

      A seconda del rapporto che si intrattiene, può esserci fuoriuscita o meno di sangue.
      Tramite il sangue si può trasmettere (poi magari mi smentirai e allora dovrò ritrattare in toto 🙂 ).

      http://www.epatitec.info/default.asp?id=754 qui parlano comunque di un 5% di rischio di trasmissibilità per via sessuale, ma ammetto di non aver troppo approfondito la ricerca!

      🙂

  4. nel desidero di smembrare e analizzare ogni parola si perde il senso dell’insieme!

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