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Sex work: quello che c’è da sapere sugli argomenti di Amnesty

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Ancora sulla strenua battaglia della lobby abolizionista contro la proposta di Amnesty di chiedere la decriminalizzazione della prostituzione. Testo in lingua originale QUI, traduzione di G. Buona lettura!

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Sex work: quello che c’è da sapere sugli argomenti di Amnesty

Tra le notizie di questa settimana, avrete forse notato la tempesta di controversie sul tema del sex work: Amnesty International è stata accusata di spalleggiare i papponi, ci sono state un sacco di lettere aperte e molti punti di vista.

Il casus belli è stato la proposta avanzata da Amnesty di decriminalizzare completamente il lavoro sessuale, sulla base della convinzione della ONG che questo renderebbe le cose più sicure per i/le sew workers. Ci sono dissensi, tra cui spicca quello di alcune primedonne di Hollywood, come Anne Hathaway, Carey Mulligan, Kate Winslet e Lena Dunham. Stando a queste star, Amnesty sarebbe pappa e ciccia con schiere di papponi, mentre i sostenitori dell’organizzazione rispondono affermando che la decriminalizzazione non è che un passo avanti per i/le sex workers.

Se vi siete persi il fattaccio, eccone un sunto.

Cosa propone Amnesty, in realtà?

Il 7 luglio, Amnesty rende pubblico un documento-bozza contenente una proposta in cui si sostiene che la criminalizzazione del sex work va a danneggiare proprio quegli individui che più necessitano di protezione: i/le sex workers. La proposta si basa su una consultazione biennale ed è rafforzata da numerosi studi condotti da organizzazioni quali il Consiglio per i Diritti Umani, la Convenzione delle NU contro il Crimine Organizzato Internazionale, la Commisione per i Diritti Umani e l’UNAIDS. A livello globale, Amnesty afferma che la decriminalizzazione offrirebbe ai/le sex workers una protezione legale migliore, e le renderebbe più difficili le possibili forme di sfruttamento da parti terze.

E ora le lettere…

Il 22 luglio viene pubblicata una lettera aperta da parte della Coalizione contro il Traffico di Donne (CATW), in cui si chiede formalmente ad Amnesty di ritrattare la proposta. Taina Bien Aime, direttore esecutivo di CATW, afferma: “se decriminalizziamo le persone che traggono profitto dallo sfruttamento altrui diamo loro una maggiore licenza di continuare a fare ciò che fanno”.

Nelle liste dei firmatari, non va trascurata la presenza di organizzazioni religiose, insieme a organizzazioni anti-traffico, gruppi femministi e le suddette celebrità. C’è una manciata di referenze accademiche, messe accanto agli articoli di opinione dell’Huffington Post per rafforzare gli attacchi.

Quindi, in risposta alla lettera di CATW, sono arrivate altre due lettere aperte in sostegno di Amnesty: quella del Progetti di Rete Globale dei/lle Sex Workers (NSWP) e quella del Comitato Internazionale per i Diritti dei/lle Sex Workers (ICRSE). Entrambe firmate da organizzazioni di tutto il mondo dirette attivamente da sex workers.

Alcune persone affermano che la prostituzione è una forma di tortura.

La lettera del CATW sembra suggerire che il sex work costituisce una violenza contro le donne e rimanda a una lista di servizi BDSM disponibili in un bordello tedesco. “Amnesty non riesce a capire che la prostituzione è equivalente alla tortura,” dichiarano Melissa Farley, una firmataria, e il Prostitution Research, l’organizzazione fondata dagli abolizionisti del sex work.

“Si arriva a una situazione in cui la persona con maggiore potere può acquistare il diritto a mettere in atto le sue fantasie sessuali,” dice Aime. “Potrebbe trattarsi di tutto e di più: urinare sulla persona, stuprarla, deumanizzarla. La nostra idea è che la prostituzione è un atto di discriminazione in sé; causa e conseguenza insieme di una violenza basata sulle differenze di genere.”

Luca Stevenson, sex worker inglese e coordinatore del Comitato Internazionale per i Diritti dei/lle Sex Workers (ICRSE), non si stupisce affatto.

Ci dice: “quello di Amnesty è un lavoro preliminare svolto con le vittime reali di tortura; ci sono molti abusi su sex workers in contesti criminalizzati, in ogni parte del mondo. Puntare il dito contro i servizi BDSM in un dungeon tedesco e metterli sulla stessa linea della tortura reale è una sciocchezza totale.”

Amnesty accusata di proteggere i papponi.

La lettera del CATW afferma che Amnesty sta dalla parte di “compratori di sesso, papponi e altri sfruttatori” e hanno creato l’hashtag #NoAmnestyForPimps. La ONG dice che la sua posizione è stata fraintesa. “La maggior parte delle leggi che criminalizzano i/le sex workers sono leggi operative; leggi sull’atto di prostituirsi, che sopravvivono grazie al fatto che il sex work continua ad essere promosso,” afferma Catherine Murphy, consulente per il Gruppo Legge e Politica di Amnesty International. “Non è corretto guardare soltanto a una singola legge che si riferisce specificamente alla vendita diretta di sesso. Non riguarda i diritti dei papponi, o dei presunti papponi, o i diritti dei compratori; riguarda i diritti dei/lle sex workers e il modo in cui le loro vite risentono da un insieme di leggi usate dagli Stati del mondo per controllare e punire il sex work”.

Stevenson afferma che criminalizzare anche un solo aspetto del lavoro [sessuale] rende la violenza solo più difficile da vedere. Dice: “se i/lle sex workers potessero denunciare alle corti civili e alla polizia, le terze parti responsabili di sfruttamento e i clienti abusivi avrebbero meno potere”.

Ma quello che Amnesty intende non è un Unico Grande Partito dei Papponi.

Amnesty non sta proponendo un liberi-tutti a riguardo del lavoro sessuale. Anche sotto un regime di decriminalizzazione completa, i governi giocherebbero un ruolo importante nella regolazione dell’industria e Amnesty suggerisce che gli Stati dovrebbero “assicurarsi che ai/le sex workers sia garantita una protezione equa sotto la legge e che non vengano esclus* dal godimento dei diritti garantiti dalle leggi su lavoro, salute, sicurezza, etc.”

A proposito di quei bordelli tedeschi…

La lettera delle celebrità ad Amnesty si serve della Germania come esempio di politica fallimentare. Ma la Germania ha legalizzato il sex work, portandolo sotto il controllo statale, non lo ha decriminalizzato. Decriminalizzare vuol dire lasciare che i/le sex workers liberi di organizzarsi come più piace loro nella cornice di un quadro legale.

Molte organizzazioni dirette da sex workers, così come l’UNAIDS, WHO, il The Lancet, chiedono che venga imitato il modello Neozelandese. Stando al Governo della Nuova Zelanda, a seguito della decriminalizzazione nel 2003 è più facile per i/le sex workers tanto rifiutare clienti quanto denunciare gli abusi.

Timori che alla decriminalizzazione segua un aumento del traffico

Il CATW è preoccupato che la decriminalizzazione conduca a un numero maggiore di casi di traffico umano, benché l’evidenza data dalla Nuova Zelanda non sembra disattendere queste aspettative negative. Al contrario, è proprio in quella Norvegia che ha criminalizzato l’acquisto di sesso che i casi di traffico umano hanno raggiunto livelli record l’anno scorso.

Amnesty fa notare che la proposta non deve essere valutata senza tener conto delle politiche già esistenti in materia di diritti umani, tra cui quelle sulla tratta.

Amnesty accusata di promuovere una “apartheid di genere”.

Nella lettera del CATW si legge: “se Amnesty dovesse votare a sostegno della decriminalizzazione di lenocinio, gestione di bordelli e acquisto di sesso, si metterà a favore di una apartheid di genere”.

La sex worker inglese Molly Smith ha definito il paragone “scandaloso” e mi ha detto: “è significativo il fatto che le firmatarie della lettera anti-Amnesty siano perlopiù bianche: non possono permettersi di paragonare qualcosa all’apartheid. Lascino stare le politiche impiegate per prendere di mira e deportare donne migranti, specialmente le migranti nere.

Non tutti i/le sex workers vogliono il sostegno delle celebrità

Molly dice: “credo che per molte donne non-sex workers ci sia un forte valore simbolico nell’idea della ‘prostituta’, considerata una metafora di ‘tutte le donne oppresse’. Ogni volta che i/le sex workers rispondono, si va a turbare questa facile rappresentazione con cui le donne non-sex workers danno voce alle loro paure da basso ventre”.

Anzi, alcuni vogliono la decriminalizzazione

Ci dice Lucy, sex workers londinese poco più che ventenne: “capirei l’importanza della decriminalizzazione tutte quelle volte che sto per vedere un cliente: saprei che, se qualcosa andasse male, potrei rivolgermi alla polizia. Vorrebbe dire che potrei lavorare insieme alle mie amiche in casa, stando insieme per ragioni di sicurezza. Vorrebbe dire che le mie amiche che lavorano nelle saune o nei salotti avrebbero diritto a orari decenti, copertura per malattia, e tutti quei diritti lavorativi di base che sono scontati gli altri lavoratori”.

Alla fine, nessuno d’accordo.

Murphy dichiara: “capiamo che la gente ci criticherà. Ma siamo consapevoli degli abusi correntemente operati sui diritti umani a danno dei/lle sex workers, nonché della correlazione, attestata dall’evidenza, tra questi abusi e la criminalizzazione. In quanto organizzazione per i diritti umani, abbiamo il compito di tenere gli occhi aperti su questi dati”.

Aime, al contrario: “riconosciamo il nostro comune intento, ma non ci si può basare sulla decriminalizzazione dei papponi e dei tenutari di bordello. Spero che Amnesty veda la luce”.

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