Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Amnesty deve continuare a sostenere la decriminalizzazione del lavoro sessuale

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Il pezzo è pubblicato sul The Guardian. Traduzione di Antonella. Buona Lettura!

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di Luca Stevenson and Agata Dziuban

C’è chi dice che Amnesty International sia sul punto di “commettere un grave errore” che danneggerà “seriamente ed irreparabilmente” la reputazione dell’organizzazione. Di che errore stanno parlando? Del dare ascolto ai/alle sex worker a livello globale e del prendere in considerazione una policy che supporti la decriminalizzazione del sex work.

Le scorse settimane hanno visto una battaglia di petizioni e di lettere aperte in difesa o contro la mossa di Amnesty. Nel momento in cui scriviamo una petizione in favore della decriminalizzazione, per iniziativa del Global Network of Sex Work Projects, ha raggiunto le 6.191 firme, mentre un’altra che chiede ai dirigenti di Amnesty di votare contro ne ha 5.719. Una lettera aperta dalla Coalition Against Trafficking in Women che si oppone alla decriminalizzazione è stata firmata da 400 tra organizzazioni e singoli, incluse alcune celebrità. Un’altra lettera aperta, a cura del Comitato Internazionale per I Diritti delle Sex Worker in Europa, a sostegno della decriminalizzazione, ha 1.100 firmatari, incluse più di 200 organizzazioni e 900 singoli, molti dei quali sex worker o ex tali, provenienti da ogni continente.

Chiunque finirà per “vincere” la guerra delle petizioni, questa non dovrebbe essere considerata una gara. E Amnesty non dovrebbe recedere dal sostenere una battaglia controversa, nemmeno di fronte al rischio di perdere membri e finanziatori. L’organizzazione è sopravvissuta a innovazioni nelle sue politiche ben più controverse, nel 2007 quando si schierò per la decriminalizzazione dell’aborto (nel caso in cui la gravidanza sia il risultato di stupro o incesto). Quando gruppi religiosi invitarono i propri membri a smettere di effettuare donazioni per indurre Amnesty a cambiare la sua posizione, l’organizzazione rimase fedele ai suoi principi e votò in favore della scelta.

Ciò che dovrebbe importare alla dirigenza e ai membri di Amnesty sono le forti, crescenti e innegabili prove raccolte da accademici e organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Salute, l’Osservatorio sui Diritti Umani e la Global Alliance Against Traffic in Women che dicono di come criminalizzare ogni aspetto del sex work rende maggiormente vulnerabili i/le sex worker alla violenza (sessuale o di altro tipo), alla riabilitazione forzata, agli arresti, alle deportazioni e al contagio da HIV.

E ancora di più dovrebbe avere importanza la voce stessa dei/delle sex worker, che da ogni angolo del pianeta si stanno organizzando – spesso in condizioni di enorme difficoltà – per reclamare i propri diritti e per cambiare le leggi e le politiche che li/le danneggiano.

Organizzazioni guidate da sex worker esistono nella maggioranza dei paesi del mondo e la loro azione raggiunge decine di migliaia di individui nei paesi in via di sviluppo e di economie emergenti, quali India e Argentina. Queste organizzazioni sostengono con forza la decriminalizzazione.

Quando la proposta di Amnesty si sofferma sull’esperienza dei/delle sex worker nei paesi sviluppati, fa esplicitamente riferimento ai/alle sex worker marginalizzat* (spesso migranti da paesi in via di sviluppo), che sono più a rischio di violenza e abusi di polizia.

La figura del/della sex worker altamente privilegiata continua ad essere utilizzata quale spauracchio da chi si oppone alla decriminalizzazione. Gli opinionisti continuano a tormentarsi interrogandosi se i/le sex worker “scelgono” il loro lavoro o se sono “forzat*”, oscurando il semplice fatto che le persone continuano ad esercitare anche in circostanze di estrema difficoltà.

La proposta di Amnesty riconosce esplicitamente “i fattori sistemici e le circostanze di ordine personale legate alla povertà, alla discriminazione e alle diseguaglianze di genere” che possono condurre al sex work e auspica “opportunità di impiego ed educazione per gruppi ed inidividui marginalizzati”. La decriminalizzazione è intesa proprio a sostegno di coloro che non beneficiano di altre opportunità e che continueranno ad esercitare il sex work nonostante i rischi.

Ciò che è pericolosamente assente nelle discussioni tra gli opposti schieramenti è che la criminalizzazione in sé rafforza lo stigma sociale e le condizioni che mettono gli individui a rischio. Sex workers allo stesso modo che uomini che fanno sesso con altri uomini, persone trans, persone che fanno uso di droghe e migranti – differenti identità che spesso si sovrappongono – vengono resi maggiormente vulnerabili dall’essere criminalizzati. Gli scenari repressivi obbligano i/le sex workers ad agire nell’ombra o in aree isolate dove divengono più vulnerabili a stupri e omicidi. Ancor peggio, lo stigma significa che molte persone guarderanno ai/alle sex worker come “meritevoli” di abusi. Cambiare i valori culturali e la norma sociale per cui i/le sex worker non vengano stigmatizzat* potrà occupare decenni o secoli – ma la decriminalizzazione può essere acquisita in questa epoca.

La dirigenza di Amnesty dovrebbe sostenere la propria ricerca e votare in favore della decriminalizzazione. Sex worker di tutto il mondo nutrono aspettative in questo senso e non si meritano nulla di meno.

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