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La Maledizione di Antonia e la rabbia che può diventare bellezza

Se fossi capace di uccidere qualcuno, ucciderei te. Non posso ucciderti, ma posso maledirti. E la mia maledizione ti perseguiterà per tutta la vita.” (L’Albero di Antonia, premio Oscar Miglior Film Straniero 1996)

Eretica cara,

quanto ho pensato a questa scena del film “L’Albero di Antonia”, nei giorni scorsi. Alcune delle cose accadute dopo la sentenza della Corte di Appello per i fatti della Fortezza da Basso di Firenze, il delirio rabbioso di opposte fazioni sui social, ma più ancora un breve scambio sulla pagina Facebook di Abbatto i Muri, mi hanno riportato alla mente questo particolare episodio di quel bel film di molti anni fa.

A conclusione della partecipata e riuscita manifestazione dello scorso 28 luglio (che, contrariamente a quanto hanno urlato e ripetuto allo sfinimento maschilist* ossessionati dall’assoluzione dei sei imputati, si riproponeva di mettere in discussione un impianto culturale e non già l’esito processuale) numerose sono state le persone che hanno portato la protesta nel centro della città di Firenze. Ed è stata una scelta forte e importante, secondo me. Il mio profondo rispetto per le compagne che hanno dato voce e gambe alla comune indignazione, che hanno saputo muovere le energie giuste e ritrovarsi e darsi e darci forza, al di là del dolore. Se non che c’è stato uno striscione che recitava “L’Italia stupra impunita, se non c’è giustizia ci sarà vendetta” e su questo ci sono stati scambi di opinioni interessanti. Tesi ma franchi. Da una parte chi, sfiduciando tribunali e istituzioni maschiliste e patriarcali, chiamava all’autodifesa e rivendicava l’uso della parola “vendetta” come provocazione e denuncia del sistema di oppressione che ci vuole strette nella dicotomia “sante o puttane”. Dall’altra tu (e con te altr*), che pur condividendo le ragioni della rabbia, invitava ad evitare i toni giustizialisti perché “usare la parola vendetta sa di chiamata al linciaggio, forche, gogna, cose che non ci piacciono”.

Ed ecco perché mi è venuto in mente il film. Perché la protagonista è accecata dalla rabbia, ma lo stesso compie una scelta che rompe lo schema della violenza (e lo fa usando la parola!). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare c’è violenza nell’azione di Antonia. Il suo irrompere nella taverna, il fucile imbracciato, lo sguardo carico di odio e disprezzo per chi ha usato violenza sulla nipote bambina. E poi la maledizione, potente, come solo le parole sanno essere. Ma Antonia non chiude il cerchio che farebbe di lei un essere non troppo dissimile da chi è stato causa del suo dolore. Non uccide. Si sottrae a qualcosa rifiutando con la ragione qualcosa che sente non appartenerle. Non si sottraggono invece i giovani usciti a guardare la scena, che attendono che la donna torni verso casa per pestare a sangue il responsabile dell’odioso crimine.

Ancora oggi, sulla mia bacheca Facebook, un amico credendo di farmi cosa gradita invocava linciaggi a punire chi ci impedisce di essere libere. Ecco io invece credo ci sia necessità di invertire la tendenza. Non per fare di noi sognatrici inermi, passivamente in attesa di essere graziosamente risparmiate dal mondo che non vogliamo. Ma perché si possa imparare insieme a trasformare la rabbia in linguaggi diversi ed in azioni che sappiano spezzare la catena di certe vecchie, pessime parole d’ordine (“uscite adesso, ve lo facciamo noi un bel processo”).

Grazie a te e alle compagne scese in piazza. Tutte. Credo che da questa dolorosa vicenda possa nascere un nuovo inizio.

A.

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1 pensiero su “La Maledizione di Antonia e la rabbia che può diventare bellezza”

  1. Una lettera che fa riflettere.
    Pare che si venga subito bollati come “maschilist* ossessionati dall’assoluzione dei sei imputati” a dire che la manifestazione del 28 sia stata organizzata sulla convinzione che (1) la ragazza sia stata stuprata e, oltre a questo, sulla convinzione che lo stupro (2) sia rimasto impunito in virtù di una impunità garantita dalle istituzioni a questo tipo di reato in base a una “cultura” (ovvero qualcosa di più un “errore giudiziario”: un errore “sistematico”, culturale).

    Ora non mi permetto di dire a un’altra persona cosa dovrebbe ritenere vero e cosa no e non entro nel merito se (1) e (2) siano o no vere, ma sia come sia, per A. lo sono. Se così non fosse, quale sarebbe stato il senso di girare per le strade di Firenze “maledicendo” i ragazzi?
    Identificarsi con Antonia ha anche questo significato: nel film, “lo stupratore della nipote di Antonia” è certamente lo stupratore della nipote di Antonia. E’ nella realtà che non esistono “spettatori onniscienti” che possono garantire senza dubbio “come stanno le cose”. Si evoca “Antonia” perchè si ritiene che il paragone seguente sia pertinente alla situzione alla quale si fa riferimento.
    – Chi ha portato la protesta nel centro della città di Firenze –> Antonia armata e arrabbiata
    – Ragazza della Fortezza –> la nipote di Antonia
    – Gli assolti –> lo stupratore della nipote di Antonia
    – Lo striscione e gli atti “controversi” alla manifestazione –> la maledizione di Antonia
    – Firenze silenziosa –> il bar dove lo stupratore della nipote di Antonia se ne sta tranquillo
    – Chi invoca i linciaggi sui social –> i ragazzi che pestano lo stupratore maledetto da Antonia
    E queste analogie le si vedono dopo aver agito perchè non si avevano dubbi sulla verità di (1) e (2), giusto? Non credo che si sia evocata Antonia per convincersi che (1) e (2) sono vere. Spero non accada mai una cosa del genere.

    Ora, la cosa curiosa è che i presupposti (1) e (2) accomunano sia Antonia, sia chi si è dissociat@ dalla sua maledizione magari sottolineando che la manifestazione “non era stata organizzata con l’intenzione di dare il via a gogne o a linciaggi virtuali ed hanno ferito ancora una volta, la donna che denunciò lo stupro che ha condannato le invocazioni di forche e linciaggi virtuali”. https://ilportodellenuvole.wordpress.com/2015/07/29/fortezza-da-basso-la-manifestazione-e-quella-nota-stonata-della-gogna/
    So che suona da maschilist* ossessiv*, ma se i ragazzi fossero stati condannati, con ogni probabilità non ci sarebbe stata nessuna manifestazione e chi ritiene (1) e (2) ipotesi discutibili o false non fa una manifestazione. Di certo, le motivazioni ufficiali della manifestazione erano queste:
    – le motivazioni della sentenza di Firenze sono inaccettabili;
    – questa sentenza ha leso l’autodeterminazione di tutte le donne;
    – il processo è stato fatto alla ragazza e alla sua vita;
    – vogliamo sapere perché la procura generale non ha fatto ricorso facendo scadere i termini.
    – Riaffermiamo la nostra libertà: siano processati i violenti e non le vittime!
    https://www.facebook.com/events/1013313712014907/
    Al più Antonia potrebbe divergere da chi vuole “sapere perché la procura generale non ha fatto ricorso facendo scadere i termini” perchè a priori rifiuta i tribunali in quanto “istituzioni maschiliste e patriarcali”, ma Antonia, ha solamente detto e soprattutto fatto ciò che stava nei presupposti di quella manifestazione. Maledire i nomi dei ragazzi, ricordare che non c’è stata giustizia è conseguenza logica e pratica della convinzione che (1) la ragazza sia stata stuprata e che (2) il tribunale abbia lasciato impunito tale stupro adeguandosi una cultura tesa a processare le vittime ed assolvere gli stupratori.
    Perciò Antonia ha rivendicato giustamente la coerenza della sua condotta rispetto ai presupposti della manifestazione. Il disaccordo era sui modi, ma la discussione interna a coloro che comunque ritenevano opportuno realizzare la manifestazione pare abbia portato a una comprensione reciproca dei rispettivi modi di condividere le stesse convinzioni e gli stessi obbiettivi.

    Bene. Ora sappiamo che Antonia rifiuta la violenza, non spara e non si ferma nemmeno a gustarsi il pestaggio dello stupratore. Maledice soltanto. Non approva chi eventualmente si inventerà di fare qualcosa di più, se ne andrà comunque via trascinando il suo fucile.
    Anche dopo la giusta rabbia (essendo (1) e (2) ritenute vere) elevata a bellezza però, rimane sempre da capire la ragione per cui si continui a insistere che la manifestazione non fosse contro gli assolti, o che non mettesse in discussione “l’esito processuale”. Ma questo è il meno, del resto è frutto di ossessione maschilista, e poi c’è un aspetto più importante da chiarire.

    Una volta entrati in una metafora è bene anche uscirne, così, tanto per non sentirsi Antonia sempre e comunque, in futuro, anche quando magari potrebbe capitare la volta che non sia proprio il caso di maledire qualcuno come si è fatto la notte del 28 luglio a Firenze.
    Perciò dopo questo chiarimento interno tra Antonia e chi sulle prime aveva preso le distanze dai suoi modi, dopo aver visto il bellissimo film, quello che sarebbe importante capire, fuori di metafora, è dove si sia spostato il limite oltre il quale vanno prese (e tenute) le dovute distanze dalle “note stonate” in una manifestazione come quella del 28 dove non si saranno fatti processi pubblici, ma non si avevano certo dubbi su come sono andati i fatti (1) e perchè (2), identificando vittime e soprattutto colpevoli al punto che “numerose sono state le persone che hanno portato la protesta nel centro della città di Firenze” per maledirli.

    Stando a questo post sembra che identificarsi con “Antonia che maledice pubblicamente lo stupratore di sua nipote” per gridare il nome di gente ritenuta stupratori per le strade di Firenze non sia più “gogna e giustizialismo ” o “sentimento che c’é dietro tipo caccia alle streghe” come si pensava all’inizio ma sia diventata invece “rabbia che può diventare bellezza”.
    L’amico di A. , invece, che invoca linciaggi via tastiera sulla sua bacheca FB pensando di farle cosa gradita, rimane violenza e giustizialismo da rifiutare. Evidentemente questa rabbia non ha alcuna possibilità di elevarsi a bellezza.

    Basta che la rabbia possa elevarsi a bellezza e ci si solleva dalla responsabilità, dalle conseguenze, dal significato dei propri bei gesti rabbiosi? Prima che “Antonia” ispiri altri “gesti importanti” in futuro e magari dopo il maledire sdogani pure il pestaggio finale come “rabbia che può diventare bellezza” sarebbe il caso di chiarirsi un po’ le idee su questo punto.

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