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Ero depressa: fare la prostituta mi ha salvata!

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Ho trascorso l’adolescenza a farmi male. Atti di autolesionismo, giornate intere chiusa in stanza a non fare niente, a luce spenta. Mia madre mi rompeva le palle ogni quarto d’ora, perché era preoccupata. A mio padre non gliene fregava niente. Trovava da mangiare a casa e tanto gli bastava. Una sera esco e una festa si rivela una trappola per quelle come me. Sono stata stuprata da un gruppo di ragazzi di “buona famiglia” e non mi ha creduto nessuno. D’altronde io ero quella che faceva di tutto per attirare l’attenzione. Ho tentato il suicidio dopo un mese. Mi hanno portata al reparto di psichiatria e ordinato di prendere delle medicine. Avevo accanto altre che non erano combinate meglio di me. Erano più vecchie, adulte, cinquantenni, sessantenni. Tentavano il suicidio, una, due, tre, quattro volte e qualcuna riusciva a crepare senza che nessuno si impicciasse. Bisogna provare e provare per ottenere coraggio e giuste ricette per morire senza dolore. Perché non è così semplice come si dice.

Solo il mese successivo al mio ricovero riuscii a vedere le cose in modo un po’ diverso. Mi sentivo stranamente bene. In giardino c’era il sole che mi accarezzava la pelle. I dottori erano gentili e mi ascoltavano. Attorno avevo persone disperate con problemi molto più gravi dei miei. Io ero solo “depressa”. Loro erano bipolari, schizofrenici, ossessivo/compulsivi, paranoici, alcuni violenti, catatonici, privi di capacità di interagire con il mondo. In confronto a loro io ero lo specchio della salute. Stavo a scherzare con la pluri-suicida che mi raccontava con ironia di quelle esperienze. La faccia della parente che l’aveva trovata la prima volta, le sue parole prive di senso dette la seconda, i vicini di casa che la guardavano come una matta e la temevano e finalmente lei si era liberata di un bel peso. Nessuno più avrebbe osato contraddirla. Poi c’era una tizia che le diceva che era stata toccata dalla morte e che ogni persona a lei vicina avrebbe fatto presto una brutta fine.

Ridevo anch’io, senza pudore, e i soprannomi del reparto erano comici, schizzo, per schizofrenico, doubleface per bipolare, i depressi, compresa me, venivano chiamati tutti essi, non chiedetemi perché. Le infermiere non gradivano le nostre risate e ci guardavano come si guarda la gente spudorata ed indecente. Ci fu quella notte in cui arrivò una nuova che fece il giro del reparto senza mutande, sedendosi ovunque, e pisciando sul pavimento. Il giorno dopo ne ridemmo per ore ore e ore. Non era irrispettoso farlo. Eravamo tutti sulla stessa barca e quando ci portavano le pietanze all’ora di pranzo eravamo soliti sfottere le infermiere che chiedevano “tu sei a dieta?” e dicevamo no: noi siamo pazze e non ce ne frega nulla del peso. Volevano risparmiare sul vitto.

Pazza, mi ero guadagnata quel bollino stampato sulla testa e mai l’avrei più cancellato perché mi sentivo finalmente parte di qualcosa. Avuta coscienza di quel che esiste in quel pezzo di mondo mi sono accorta, osservando, che siamo tutti un po’ pazzi e che la maggior parte finge e nasconde le proprie pene per paura di non essere considerata “normale”. Invece c’era l’area dei derelitti, i reietti, i poveri, i detenuti, i tossici, i pazzi, quelli che non hanno bisogno di nascondersi per esistere perché hanno già svelato i propri limiti. A quell’area mi piaceva appartenere, forse per empatia di classe, ceto, gruppo sociale. Non riuscivo a stare con persone “normali” e non riuscivo a sopportare l’ipocrisia di quella gente. Quando tornai a scuola guardai gli altri in modo diverso. Loro sapevano del mio tentato suicidio e dopo un paio di giorni comunque la notizia non fece più effetto, per fortuna.

Da quell’esperienza io venni fuori più curiosa, in grado di concedermi cose che prima non immaginavo, a frequentare luoghi che non conoscevo fino a decidere, appena maggiorenne, di emigrare e seguire il mio istinto. Tra le persone “anormali”, stigmatizzate, di questo mondo non potevano che esserci le prostitute ed è così che diventai una di loro, felice di esserlo, di conoscere le loro storie, coesistere con quella grande famiglia e sentirmi finalmente parte di un mondo in cui nessuno finge. Non si fingono sentimenti perché il sesso è a pagamento e non si finge di aderire alle convenzioni sociali perché sei fuori da qualunque regola del decoro e della decenza formale. E il fatto di sentirmi parte di quel gruppo non significava nascondermi per paura di affrontare il mondo “perfetto”. Sarebbe stato più semplice confondermi con la melma fatta di gente desiderosa di discriminare ed emarginare chiunque o di opprimerti con l’alibi di volerti aiutare. Io sono qui, in bella vista, un tatuaggio segue le linee dei tagli sulla pelle e un altro reclama forza, la definisce, mi rappresenta come solo un grande drago può fare.

Il mio corpo debole si è fatto forte e la mia mente fragile è diventata indipendente, piena di pensieri positivi e di voglia di vivere per mille anni ancora. Non è la psichiatria che mi ha salvata ma la definizione di una identità che mi ha fatta sentire, finalmente, tutt’altro che sola. E’ la prostituzione che, infine, mi ha salvata. Ed è questa l’esperienza che voglio raccontare.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

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5 pensieri riguardo “Ero depressa: fare la prostituta mi ha salvata!”

  1. L’ha ribloggato su I Tarocchi di Bimbasperdutae ha commentato:
    Come dico sempre, i Tarocchi si trovano nella nostra quotidianità. I personaggi dei Tarocchi sono le persone della porta accanto, un articolo di blog, un santo in una chiesa, un dipinto, un cartone animato.
    La realtà ci svela il senso di ogni Arcano e ogni Arcano ci svela la realtà seguendo un misterioso gioco delle parti.
    In questa storia, il Matto, la Forza gli Amanti e persino il Sole.
    Buona lettura e auguro a tutti voi che la vostra pazzia possa salvarvi dalla follia comune.

    Nec pse, nec metu
    Bimbasperduta.

  2. Bellissima testimonianza!
    C’é bisogno di gente come te che abbia voglia di emergere dall’ombra per raccontate parti edificanti di questo lavoro!
    Grazie
    S

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