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Ho per compagna una cicatrice e te la spiego, figlia mia

Tutte le volte che guardo la mia cicatrice ricordo quello che è successo nel 1998. Sono trascorsi molti anni ma la cicatrice non mi permette di dimenticare. Perciò ho scelto di conviverci. C’è questa traccia qui con me e quasi le voglio bene. La capisco, mi commuove, è parte di me.

Era una sera di maggio. Avevo indossato un vestito nuovo. Mi piaceva e avevo abbinato un paio di scarpe che adoravo. Mi guardavo allo specchio e mi sentivo una gran figa. Mi sono truccata un po’, giusto un filo di colore sulle guance e sulle labbra. Un po’ di rimmel. Due orecchini che portavo sempre e una collana con un ciondolo di legno a forma di luna.

Sono andata a prendere la mia amica e poi siamo andate all’appuntamento con una comitiva di ragazzi e ragazze. Ci siamo visti davanti una gelateria. Poi siamo andati insieme a prendere una pizza. Mi sono ritrovata a fianco un tizio che non conoscevo. Era nuovo del gruppo. Abbiamo parlato tanto e dopo due birre e un paio di bicchieri di vino bianco io ero letteralmente ubriaca. Non reggo bene l’alcool anche se ero cosciente e quindi mi ricordo tutto.

Uscendo sono finita in macchina con il tizio e ho poggiato la testa sulla sua spalla. Mi girava la testa e avevo una gran nausea ma ridevo. L’alcool ti fa questo effetto a volte. Lui fece un giro lungo. Accompagnò a casa quelli che erano saliti con noi in auto e alla fine avrebbe dovuto accompagnare anche me. Invece mi portò in un posto, bello, se ci penso bene. In altre circostanze lo avrei proprio apprezzato. Un prato verde, una chiesetta con dei mosaici all’ingresso. Era una meta turistica e da lì vedevi tutta quanta la città.

Solitamente si andava in quel posto in estate perché solo lì riuscivi a respirare, con il vento fresco e le stelle attaccate al cielo. A maggio c’eravamo solo noi. Mi chiese di scendere e io ne approfittai per prendere un po’ d’aria. La nausea diminuiva e lui mi afferrò per la vita per impedirmi di cadere. Ridevo e rideva anche lui. Poi mi disse che sarebbe stato bello fare l’amore, lì, su quel prato. Dissi che, certo, sarebbe stato bello, ma era un’affermazione che non si riferiva a quel momento e certamente a noi.

Lui lo prese per un si, immagino. Dal bagagliaio prese una coperta, tenda, tessuto, non so dire. So che pungeva la pelle e mi dava un prurito enorme. Mi disse di stendermi e io obbedii. Chiusi gli occhi e ad alta voce cantavo una canzone. Una canzone stupida. Che idiota sono stata. Cantavo e ridevo, da sola. Lui cominciò a toccarmi e io ero infastidita. Non mi piaceva. Gli allontanai la mano e tentai di rialzarmi. Ripetevo “andiamo… andiamo…” e volevo mi riaccompagnasse a casa.

Per lui non era un’opzione valida. “Ma come, mi hai fatto arrivare fin qui. È tutta la sera che mi usi da stampella e non vuoi neppure ricambiare?” E io pensai, ma ricambiare come? Per cosa? Era lui che aveva scelto quella destinazione e se voleva sottrarsi al mio barcollare poteva andare via e basta. Mi tirò giù e si mise sopra di me. Rideva e nel frattempo mi tirava su il vestito. Gli dissi che stavo per vomitare e lui imperterrito continuò. Ero talmente rincoglionita da non riuscire neppure a spostarlo con le mani. Facevo gesti che non miravano giusto, ma lui sapeva che dicevo no.

Tolse le mutandine, mi penetrò, concluse e poi mi aiutò a rivestirmi e mi trascinò in macchina. Quando mise in moto ed era già per strada mi prese un moto di reazione e avevo voglia di scappare, non volevo stargli vicino. Aprii lo sportello della macchina e mi lanciai. Non riuscii a saltare perché lui mi trattenne, rischiando di fare un incidente. Io guadagnai un livido nella testa e un taglio all’altezza dell’orecchio. Era un taglio profondo, con tanto sangue che mi riempì la faccia. Mi accompagnò al pronto soccorso. Disse che ero la sua ragazza e che ero caduta non so dove. Mi ricucirono e mi mandarono via. Per la medicazione e per togliere i punti sarei dovuta ritornare qualche giorno dopo.

Quando arrivai a casa, tramortita, completamente rincoglionita, con i miei che facevano mille domande e il dolore che sentivo sulla tempia e all’orecchio, posai la testa sul cuscino e mi svegliai il giorno dopo. Elaborai tutto quello che era successo, chiamai un amico per farmi dare il numero del tizio. Gli mandai un messaggio: “tu sei uno stupratore”. E lui rispose che io ero pazza. Se non c’era lui sarei rimasta sanguinante in quel posto e non aveva nulla di cui scusarsi. A scusarmi dovevo essere io.

Non lo dissi a molte persone. Smisi semplicemente di frequentare quella compagnia. Non mi avrebbero creduto e poi mi avevano visto parlare con lui per tutta la sera. Avrebbero concluso che ero stata io a provocarlo o qualcosa del genere. Non ne ho ricavato un grosso trauma. Ho continuato a vivere. La cicatrice si fece via via meno visibile e io mi allontanavo sempre più da quella sera. Ho vissuto e vivo. Non mi lamento, non me ne frega niente di quel che avrà potuto dire lui. Io so qual è la verità e tanto mi basta.

Sono sposata. Ora ho una figlia. Non so come spiegarle che può accaderle qualcosa di brutto. Non voglio opprimerla con la mia ansia ma mi sono ripromessa che le racconterò come è fatto il sesso bello e condiviso e spero di evitarle un dolore. Ed è così che le donne, per tanto tempo, secondo me, si sono comportate, passando di mano il testimone, di madre in figlia, dolore su dolore, perché è un’eredità importante, l’esperienza, la consapevolezza, e quando quell’eredità diventa parte di te allora è più facile che tu riesca a riconoscere uno stronzo, quando ne vedi uno, e a reagire come ti piace. Se ne riconosci uno, figlia mia, mollagli un calcio anche da parte mia e poi torna a casa e abbracciami, perché io sono sempre qui per te e mai, ricorda, proprio mai dirò che è stata “colpa” tua.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

11 pensieri su “Ho per compagna una cicatrice e te la spiego, figlia mia”

  1. E purtroppo, ancora ieri sera, una mia amica fb che sempre ho ritenuto intelligente e sensibile, madre di due maschi, ha detto che certe se la cercano.
    Finché una donna la penserà così ci sarà sempre un uomo che si sentirà giustificato a farlo.

        1. qualcuno dunque mi spieghi perché capita in misura così sproporzionatamente maggiore alle donne di incontrare platani (e si: il paragone non c’azzecca manco un po’, era per rispondere)… solo loro corrono su strade piene di curve?

          1. E anche basta paragoni a capocchia 😦 Purtroppo colpevolizzare la vittima è una delle pratiche sociali più antiche, e non si limita solo allo stupro, ma su questo tema assume tratti veramente odiosi. Questo fenomeno dei paragoni a capocchia che abbondano sempre nelle discussioni sullo stupro poi, è veramente imbarazzante, almeno per me.
            Il bello è che questi paragoni del cazzo compaiono in tutte le dicussioni, indipendentemente dai dettagli del caso specifico in oggetto e già questo così, solo a un livello logico dovrebbe far venire qualche vago sospetto che non si trattino proprio di ragionamenti.
            In generale, in un paragone si semplifica la situazione ad un’altra, facendo astrazione dai particolari inessenziali, perchè si ritiene che quel paragone ci permetterà di cogliere meglio i punti essenziali della situazione, in vista di uno scopo. In fatto di astrazione siamo bestiucce piuttosto avanzate e sofisticate il meglio attuamente in circolazione sul pianeta (ops…specismo…). E’ la nostra specialità guardare e agguantare la realtà facendo astrazione da ciò che non è interessante ai nostri scopi, ma soprattutto usare modelli per descrivere il nostro sguardo sull’ambiente e le nostre intenzioni su di essa ai nostri simili.
            Questo fa di noi anche maestri nel nascondere le cose a noi stessi e agli altri producendo modelli e discorsi che volutamente nascondono agli altri il nostro sguardo e la nostra mano sull’ambiente e su di loro.

            Ciò che accomuna questi paragoni è che le situazioni semplificate che richiamano per descrivere “le dinamiche dello stupro” fanno astrazione (viene oscurato) proprio dal soggetto che attivamente stupra come soggetto di azioni responsabili, mentre ciò che viene evidenziato come soggetto di azioni responsabili è chi subisce lo stupro.
            Anche a un livello diciamo così..”tecnico” questo è chiaramente paradossale se veramente si volesse “descrivere”. Chi stupra, è una persona dotata di volontà, di una storia, di una educazione, di relazioni con la società, di uno sguardo e un’intenzione sull’ambiente e non è semplificabile a una legge fisica, o al “caso”, o a un particolare inessenziale alla situazione che stiamo modellando. Davvero possiamo farne astrazione nei nostri paragoni fino a farlo sparire?
            Ma appunto i paradossi spesso si risolvono cambiando contesto ed è evidente che questi paragoni a base di rolex-in-vista/macchine-lasciate-aperte/guidate-in-modo-imprudente/mercanzia-esposta/etcetcetce non sono altro che un modo di ripetere: “se accade, è colpa tua: te la sei cercata” cercando forse di nascondere anche a se stessi i presupposti di fondo di questo colpevolizzare la vittima.
            Nei paragoni più grezzi, tipo “se vai in giro col rolex a Scampia, poi…” si fa poca strada in termini di astrazione dal livello 1: “se mostri il culo poi….” e si vede subito la base teorica di fondo comune a tutti, qui magistralmente sintetizzata per noi dall’amabile Sorella Bridget

            che ci spiega perchè la donna “arrogante” che non sta al “suo posto” mette in pericolo l’ordine sociale, dove tutti hanno un “loro posto”.
            Ma il “se l’è cercata” vale anche per quelle che come Margaret “non stanno al loro posto” tenendo bocca chiusa e mettendo in pericolo l’armonia della comunità e delle famiglie https://www.youtube.com/watch?v=fdWdcwkhqpM#t=0m30s (nulla in questa scena dello stupro e del processo e condanna di Margaret è casuale: nemmeno il canto d’inizio “The Well Below The Valley” una ballata popolare molto interessante.. ).
            I paragoni più “scientifici” invece sembrerebbero evitare il concetto di “colpa” evidenziando il concetto di “causa”: “se ti lanci da 100 m senza paracadute poi…”, “se guidi in modo imprudente poi vai a sbattere” ovvero “la responsabilità” di chi viene stuprata, ma soprattutto paragona a un “incidente” un atto volontario di un’altra persona, lo stupro.
            Lo stupratore in questi paragoni addirittura non c’è più, sparice del tutto, non agisce. L’ordine sociale dove tutti hanno un “loro posto” (a cominciare dalle donne come ci ricorda la simpatica sora Bridget) è paragonato alle leggi fische.
            Lo stupro diventa “la conseguenza” di aver preteso che le leggi fisiche non richiedessero il loro tributo a chi guida “con la macchina a 200 all’ora su una strada piena di curve sotto la pioggia” e pretende di non essere uno che “se la cerca (…)se incontra un platano”. Notevole… 😦
            La colpa, o meglio la causa è chi viene stuprata, di nuovo. Ybris. Arroganza come ci diceva sora Bridget. E punizione.

            Vabbè… ho scritto troppo parlando dell’ovvio..in realtà su questo commento te, Lucia e Antonella avevate già detto tutto in due parole…Però te la immagini una raccolta di “paragoni per spiegare lo stupro”, catalogati per oggetti, azioni..gradi di mascheramento di chi stupra…una cosa tipo la smorfia. Magari c’è già…

      1. per alahambra. Detto male (effettivamente) ma se ho capito il commento che hai scritto nel post dedicato a Sergio e alla falsa accusa che hai subito, a cui ho risposto (commento ancora in moderazione, non so se per censura o per altro, visto che non c’è nulla di offensivo, ma tant’è,.. giustamente ognuno ha il diritto di pubblicare i commenti che vuole a casa sua) poni una questione interessante. Dall’altra parte si potrà infatti dire che “capita però sempre agli uomini di subire false accuse e mai alle donne” e ci si chiederà il perché. Perché gli uomini se le cercano? Perché gli uomini non denunciano? Perché gli uomini hanno una sensibilità diversa nel rapporto sessuale per cui se lo fanno da ubriachi anche se sollecitati se ne fanno una ragione anche se non gli è piaciuto? Perché gli uomini hanno il pene e le donne la vagina? Perché le donne sono più “empatiche” e capiscono quando è il caso di mollare, sia che siano sobrie sia che siano ubriache? Mah.. certo è che il tuo “invito al silenzio” dell’altro post non è stato accolto. La mia considerazione cestinata e continuiamo così.. con le barricate … Un saluto ad Eretica che mi pare definitivamente passata all’emergenza stupri/educhiamo all’empatia chi stupra di più.. 🙂

        1. È così Rita. Io mi inalbero perché si cerca sempre “la colpa” e quindi l’attribuzione di responsabilità che però cade sempre da una sola parte.
          E allora cerchiamo di insegnare a tutti, ragazzi e ragazze, il corretto comportamento ed il rispetto reciproco e non continuiamo a dire pedissequamente che le donne possono fare tutto in nome della libertà. Semplicemente non è così, perché i comportamenti producono una reazione che non sempre è gestibile. Quindi assolutamente Sì alla libertà di espressione personale, ma assolutamente no alla deresposabilizzazione del posso fare quello che voglio”.

    1. sbagliato dire che se la cercano. Giusto dire invece che c’è una grande carenza di buonsenso e di responsabilità per se stess@

  2. sei proprio brava! Mi dico che ci vuole coraggio a raccontarsi ed esporsi. perchè certe situazioni ti attaccano dietro un senso di colpa appiciccaticcio e viscido che non te lo riesci a scollare, e quindi spesso non si raccontano. Una sera di ormai 10 anni fa, a una festa in cui ero abbastanza ubriaca, mi sono trovata in un corridoio buio con uno che mi piaceva. A un certo punto salta fuori un suo amico, che conoscevo ma non mi piaceva. Iniziano a toccarmi, a sollevarmi la gonna, ad abbracciarmi. Volevano fare una cosa a tre, idea lontanissima da qualsiasi mio immaginario, anche da sbronza. Io mi ribello, mi dicono di non far casino, mi sa che qualcuno passa per caso e tutto finisce lì. Io lo racconto ai miei amici. Quello che mi piaceva, qualche giorno dopo, mi dice che ha sentito girare voci strane, non vere: eravamo tutti ubriachi, c’era stato un fraintendimento, in più lui è felicemente fidanzato, e si scusa. Io resto con la sensazione di essere mitomane e un po’ esagerata, mi sento stupida perchè quelle non sono cattive persone, non volevano farmi male. Questo episodio è passato in secondo piano rispetto a molte esperienze belle di quello stesso anno, caduto quasi nel dimenticatoio col tempo, ma, cavoli, è ancora lì, e io mi chiedo se sono stata più stupida o fortunata.

  3. Lo ripeto per l’ennesima volta al mondo intero. Questo mondo non è ancora pronto ad accettare la completa libertà di noi donne nel fare ciò che si vuole. Nel divertirci la sera, nel bere fino all’ubriachezza, nel vestire come diavolo vogliamo senza esser prese per provocatrici. Se si considera una poco di buono una donna che porta con se dei preservativi giusto per proteggersi se lei accetta di vivere liberamente il sesso, beh, siamo ben lontane dall’uguaglianza dei diritti. Ragion per cui io, quando domani avrò una figlia, quando cresceranno le mie nipoti, ancora una volta dovrò dire di fare attenzione, di stare all’erta, di vestire bene e coperte, di non girare sole la notte, perchè non ci sarà mai un tempo in cui possiamo sentirci protette.

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