Sergio è un insegnante di musica. Suona il pianoforte. Ha 56 anni. Insegnava a ragazzini ma anche a persone adulte. Una delle sue “alunne”, più che maggiorenne, un giorno le confidò di avere una cotta per lui. Lui dapprima rimase impassibile e rispose di non ricambiarla e poi iniziò a pensare a lei senza più smettere. Si innamorò dell’innamorata. Forse per narcisismo e perché gli piaceva essere adorato da una splendida 24enne o forse, semplicemente, perché voleva darsi una possibilità. In fondo era un bell’uomo, con una separazione alle spalle, niente figli e una vita ricca di interessi. Non gli mancavano le possibilità di incontrare qualcuna di cui innamorarsi ma lei era così talentuosa, intelligente. Cominciarono a vedersi in altri orari. Lei arrivava verso le cinque del pomeriggio e andava via intorno alle sette, sette e mezzo. Facevano l’amore, parlavano, ridevano, non c’era nulla di sbagliato. Poi a lui venne la bella idea di vederla in altri orari. Voleva portarla a cena, a vedere un concerto, voleva che lei facesse a tutti gli effetti parte della sua vita. Scoprì così, per via della ritrosia della ragazza ad accettare inviti, che lei era fidanzata e che probabilmente si sarebbe sposata nei mesi successivi, o tra un anno. Così Sergio diventò l’amante delle cinque, ormai dipendente da lei e intenzionato a farle cambiare idea. Chissà perché ma quando pensi di perdere una persona la ami ancora di più e non vuoi altro a parte che farle piacere.
Due mesi dopo l’inizio della storia lei, improvvisamente, gli disse che non potevano vedersi più. Il fidanzato era diventato sospettoso o forse lo sapeva, chi lo sa. Dopo una settimana Sergio viene aggredito sulla porta di casa da due giovani uomini. Uno dei due verosimilmente doveva essere il fidanzato della tipa. L’altro sarà stato un amico e insieme lo hanno riempito di botte ricordandogli che uno che molesta le donne fa una brutta fine. La ragazza aveva “confessato” al fidanzato di avere si avuto appuntamenti sessuali con Sergio, ma mai di sua spontanea volontà. Lui l’aveva costretta e poi l’aveva addirittura ricattata con un video che avrebbe potuto consegnare nelle mani del fidanzato. Sicchè aveva preferito dirglielo lei, a costo di subire conseguenze, perché desiderava non avere addosso, mai più, le mani di Sergio.
Non ci fu alcuna denuncia perché che la ragazza avesse paura di essere smentita da una serie di fatti. C’erano testimoni che l’avevano vista uscire con un bacio in bocca prima di varcare la soglia, e altri testimoni che l’avevano sentita ridere e poi l’avevano vista mentre Sergio parlava in video chiamata con amici lontani. Lei non denunciò ma lo disse al fidanzato e il fidanzato lo disse ai suoi amici e poi vennero a saperlo i genitori della ragazza e, per dirla in breve, Sergio dovette trasferirsi perché in quel luogo si conoscevano tutti e addirittura c’era chi aveva cominciato a mormorare che lui molestava anche le alunne bambine. Con il trasferimento Sergio rinunciò al lavoro, all’insegnamento, per paura che qualcuna avesse ancora da ridire, rinunciò agli affetti, fu scansato come la peste da amici e qualche parente e ricominciò da capo andando a lavorare per un negozio in cui si vendono strumenti musicali.
Io non posso sapere se quello che lui dice è vero, perché è la sua versione della storia e mi piacerebbe tanto conoscere quella della ragazza, ma quello che è interessante del suo racconto è il fatto che Sergio si è a lungo interrogato sul significato della parola consenso. Quando si può ritenere che lei ha acconsentito? E quando no? Se dice si all’inizio è consensuale? E se dice no a rapporto iniziato diventa stupro? E se lei non dice nulla ma semplicemente sono i corpi a parlare, come si fa a capire se lei ha detto si o no. Se lui la tocca e lei produce gemiti e non dice no è consensuale? Non è che poi dirà che era impaurita o che in realtà non lo voleva? E come si fa a tutelarsi da una accusa ingiusta o da una assenza di consapevolezza su quel che accade se si tratta della parola di una donna contro la sua? Allora l’ho invitato a leggere il testo sul consenso trattato attraverso la metafora del thè. Ho cercato di spiegargli che bisogna possedere un po’ d’empatia e non restare in contatto solo con il proprio cazzo. Gli ho detto che può anche darsi che a lui sia successa una cosa terribile e che quella donna abbia mentito, perché non giudico le persone, giuste o sbagliate, vittime o carnefici, in base al sesso, ma resta il fatto che non si tratta di sospettare di tutte le donne come se fossero pronte a raccontare menzogne. Si tratta di un incontro tra diverse sensibilità. Ci sono volte in cui lui non sa di aver stuprato o lei non ha la percezione chiara di quel che è uno stupro, così entrambi, pur vivendo un disagio, non sanno manifestarlo. Lui non sa smettere e lei non sa dire di no.
In queste condizioni, lui dice, come si fa a stabilire che lei sia davvero sincera? Come faccio ad assicurarmi che il suo consenso resti tale anche dopo una settimana o un mese dal rapporto sessuale? Ci sono altre cose che Sergio non sa, ovvero il fatto che lo stupro produce un trauma in chi lo vive in quanto tale, e quel trauma pesa psicologicamente come pesa ogni forma di prevaricazione violenta che coinvolge il tuo corpo. Chi si occupa di violenze non ha le fette di prosciutto negli occhi e immagino sappia distinguere una donna stuprata da una che mente. Immagino lo sappiano fare le persone che si occuperanno via via della faccenda, perché è una storia che si sottopone a giudizio. E sono d’accordo con il fatto che coprire di infamia una persona per X motivi sia gravissimo, ma lo è altrettanto la mancata consapevolezza di quel che è uno stupro.
Sergio, stimolato dai racconti di questi giorni, mi ha detto di non sentirsi più a suo agio con nessuna donna. Non si affida e non si fida. Non sa come risolvere questo problema e oltretutto c’è ancora gente che quando lo incontra, nonostante lui abbia cambiato città, ricorda di quella questione che per poco non finì in pasto ai media. Questa è la domanda di Sergio: come si fa a difendersi dalle calunnie?
Gli ho fatto una domanda secca: ma se tu davvero avevi testimoni che avrebbero confermato la tua versione perché non l’hai denunciata? Mi dice che non l’ha fatto perché comunque avrebbe vinto lei. Vittoria o no, in un processo, la storia avrebbe avuto ancora più clamore, se ne sarebbero occupati i media, l’avrebbero messo alla gogna in ogni luogo e a lui sarebbe comunque rimasto attaccato il marchio del mostro. Perciò ancora chiede: come si fa a tutelarsi da chi mette in giro voci false su di te? Secondo voi come si fa?
Per rispondere alla tua domanda, non può. Se passa il messaggio che se una donna sente di essere stata stuprata allora è stata stuprata per forza, anche se ha detto sì e col corpo ha fatto di tutto per mostrare che voleva far sesso, l’uomo è totalmente indifeso di fronte a questo e sarà impossibile distinguere tra chi dice il vero (di essersi sentita stuprata e di aver detto di sì lo stesso) e chi è in malafede.
Poi noto un pregiudizio sessista: avresti mai detto ad una donna “Io non posso sapere se quello che lei dice è vero, perché è la sua versione della storia e mi piacerebbe tanto conoscere quella del ragazzo”? Mi ha stupito molto.
Ah, con la metafora del the c’è almeno una delle storie che hai pubblicato in cui lo “stupro” sarebbe avvenuto comunque.
“Poi noto un pregiudizio sessista: avresti mai detto ad una donna “Io non posso sapere se quello che lei dice è vero, perché è la sua versione della storia e mi piacerebbe tanto conoscere quella del ragazzo”? Mi ha stupito molto.”
Sì, l’avrebbe detto e l’ha detto in altre occasioni. Il pregiudizio è tutto tuo, mi sa.
Non ho mai letto una sola volta chiedere la versione del ragazzo ad una ragazza abusata. Se non ti piace pregiudizio sessista, allora dirò che è un pregiudizio verso una categoria (i presunti abusati hanno ragione a prescindere, sempre).
“Ah, con la metafora del the c’è almeno una delle storie che hai pubblicato in cui lo “stupro” sarebbe avvenuto comunque”,
quale se posso chiedere?
https://abbattoimuri.wordpress.com/2015/07/14/che-fortuna-che-non-abbia-chiesto-anche-un-pompino/
grazie, sì sono d’accordo, anche a me quel racconto ha lasciato perplessa
Non mi è mai capitato di conoscere personalmente uomini rovinati da una falsa accusa di stupro, però ho conosciuto donne, ragazze e anche ragazzine rovinate da false accuse di essere “una che la dà in giro”. Potrebbe sembrare meno grave, perché stuprare è un delitto e darla in giro no (anche se una buona parte della nostra società tende a considerarlo quasi altrettanto grave), ma i risultati sono comunque disastrosi. Essere pubblicamente accusata di essere una “facile” può essere sufficiente a rovinare i rapporti con i genitori, a procurarti le attenzioni indesiderate di tutti i pervertiti del paese/quartiere e ad allontanare quelli che non lo sono, e anche a renderti una testimone poco credibile in caso di stupro o stalking. Addirittura conosco una ragazza che a causa della sua reputazione di “troia” è stata vittima di bullismo e violenza da parte delle compagne di classe (aizzate da un paio di tizie che temevano che lei “rubasse” i loro fidanzati), nel menefreghismo dei compagni, e ogni volta che qualcuno le mostrava solidarietà, finiva per chiedere sesso in cambio.
Ho visto succedere molte volte cose del genere, e come l’autore del brano mi sono chiesta come si può fare a difendersi dalle calunnie.
Sinceramente non ho la risposta, ma in base alle mie riflessioni io non credo che chi dà inizio alle gogne sia davvero sempre convinto della colpevolezza di chi viene messo al palo. Le gogne si fanno non per senso di giustizia, ma perché il popolo ha bisogno di streghe da bruciare, una volta ogni tanto. Politici e media fanno a gara a presentare ogni volta il mostro di turno su cui sfogare la rabbia, e va a finire che ci si unisce al corteo degli Inquisitori più per sfogare paure e frustrazioni che per reale convinzione della verità dell’accusa. Chi si convince senza prove della colpevolezza di un accusato di stupro lo fa perché sente un gran bisogno di convincersi che gli stupratori, o almeno la maggior parte di loro, possano essere isolati e resi inoffensivi.
E’ così che abbiamo condanne senza processo per l’uomo accusato di stupro, ma anche per il musulmano accusato di terrorismo. Se fai presente che a Guantanamo e ad Abu Ghraib sono finiti anche tanti innocenti la maggior parte delle persone farà spallucce e ti dirà che pazienza, meglio cento innocenti arrestati e torturati che un singolo terrorista in libertà. La mentalità per lo stupro è molto simile: arrestiamo o isoliamo tutti gli accusati, se finisce in mezzo qualche innocente è un peccato ma melius abundare quam deficere.
E’ una mentalità orrenda, che comprende ma non si limita alle false accuse di stupro, ma non so come si possa fare a cambiarla.
Questa cosa dello stupro sta diventando ossessionante, nel senso che se ne parla a fiumi ma che non si arriva mai a capo di niente. Tu parli di sensibilità che uno dovrebbe avere quasi per dogma e scienza infuso, io dico che dovrebbero parlare i fatti.
Da ragazza poco più che maggiorenne mi è capitato di fare sesso con uno. Il tutto piuttosto squallido. L’ho fatto perché gli eventi ci han condotto lì e perché in quel preciso momento dire di no non mi sembrava adeguato. Quindi lo abbiamo fatto, io distratta e chiaramente svogliata. La mattina dopo non ero per niente contenta né fiera di me, e certo, il lui della situazione avrebbe potuto capire.
Ma mai, neanche in per un momento m’è venuto il pensiero di essere stata stuprata, mentre sono convinta che a tante, pentitesi la mattina successiva, il pensiero sarebbe venuto eccome. Perché è più facile dichiararsi vittime piuttosto che di aver fatto un errore. E attenzione sono straconvinta che loro credano fermamente in quel che dicono, solo che chi poi raccoglie i cocci sono i denunciati, quasi mai i denuncianti. I fatti do questi giorni questo raccontano con buona pace di chi, come me, crede ancora che una sentenza abbia un significato al di là dei processi del popolo.
Sono stanca ed amareggiata perché tutto questo parlarci addosso non fa bene alle donne come non fa bene agli uomini. Proclamare la libertà di intenti ma poi nascondersi vigliaccamente dietro parole ricorrenti (morale, pregiudizio, diritto, patriarcale e via discorrendo).
Ci vuole un po’ di silenzio.
quoto il tuo intervento fino all’ultima virgola compresi gli spazi, soprattutto qua “E attenzione sono straconvinta che loro credano fermamente in quel che dicono”, perché davvero, il punto analizzato poco è proprio che esista una diversa percezione, una diversa sensibilità all’uso del corpo, al valore del corpo per cui mi pare che un incontro sessuale in qualche modo iniziato e portato avanti con scarsa convinzione e risultato squallido sembra avere diverse ripercussioni sulla psiche di un uomo rispetto a quella di una donna, indipendentemente dalle cause se ne notano gli effetti nelle rivendicazioni che tirano sempre in ballo la libertà di intenti sempre frenata da morali, pregiudizi, patriarcati, come giustamente tu fai notare. E alla fine è anche abbastanza ovvio che dall’evidenza e da queste diverse ripercussioni nascano le barricate fra “uomini predatori che si spartiscono il corpo a pezzi di una donna” e “donne calunniatrici emotivamente instabili” nelle opposte interpretazioni. Tu ne dai la spiegazione della scarsa propensione all’assunzione di responsabilità ed è plausibilissima come spiegazione, a mio avviso. Ci si rifletta magari mentre stiamo in silenzio. Se ci riusciamo. Cosa di cui dubito e parlo anche a me stessa
non esageriamo .. il consenso seppur tacito, se pure avviene come hai detto che a volte lui nn sa smettere e lei non sa dire di no (ma se non ha proprio detto no in niente e per niente manco omettendo, beh poi non è che puoi far finta che ti hai fatto o non fatto qualcosa) si sente .. se mi baci, se prendi iniziative è chiaro che il consenso c’è .. mica ti obbliga nessuno a farlo.. se poi fingi hai finto consenso .. e dunque alla fine è problema tuo .. non può diventare mio .. si finge anche l’amore, che forse è pure peggio .. poi c’è il problema del consenso alla singola cosa durante un rapporto consensuale qui i margini si fan più sottili e confusi .. perché negarsi all’interno di un rapporto consensuale è più complicato .. specie mentre ambedue si è cmq eccitati . però alla fine prevale il buon senso .. nn si va mai come treni .. si va per tappe .. se l’altro mostra ritrosia si osserva meglio, si chiede anche .. e anche così ci sono situazioni borderline perché l’altro davvero nn sa se acconsentire o meno perché indeciso .. ma alla fine ci si prende la responsabilità anche della propria indecisione . se nessuno forza davvero e se ci si ascolta difficile ci siano grossi equivoci .. se poi a posteriori si capisce che era meglio astenersi perché si è vissuto qualcosa con disagio si ripercorre l’accaduto mentalmente e se obiettivamente l’altro è stato messo in confusione da noi stessi perché confusi e cmq non ci ha violato e cmq sappiamo, perché magari visto in altre situazioni, che esprimendosi meglio si evitava, semplicemente non si ripete l’esperienza, magari si fa presente, di parla del disagio vissuto a posteriori .. lo stupro è qualcos altro, eh .. non è questione di cosa, ma di come,
quanto al caso in questione se davvero era una relazione consensuale, anche se forse nel tipo di rapporto è possibile pensare da parte di lui ad una fascinazione e da parte di lei anche ad una certa sudditanza psicologica, se il protagonista aveva dei riscontri io mi sarei rivolta ad un legale .. non avrei denunciato credo per le medesime ragioni di lui, anche se ci avrei fatto un pensiero prima di cambiare la mia vita .. ma avrei cercato di mettere la ragazza di fronte alla realtà .. non con toni accusatori, ma per salvaguardarmi . anche alla presenza del suo ragazzo, di un legale di lei . anzi sicuramente avrei voluto ci fosse un legale di lei . in modo da finirla .. e se si scoprivano problemi relazionali rimasti inevasi era il momento di chiarirli invece di sparare calunnie.
Alla domanda “come si fa a tutelarsi da chi mette in giro voci false su di te?” credo che si possa rispondere con questo racconto zen:
“Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari.
Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
La cosa mandò i genitori su tutte le furie.
La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin.
Ormai egli aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine.
Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza madre non resistette più.
Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, quel che disse fu: «Ah sì?»”.
Bellissimo racconto.
Ci vorrebbe una pazienza infinita nel dire, e aspettare di dire quel “ah sì”? La maggior parte di noi proverebbe rabbia e frustrazione nel sentirsi accusati ingiustamente e vedersi crollare quella reputazione che, con fatica, ci si è costruiti.
Popolo infame, quando imparerai a non giudicare? Solo Dio può farlo, nella sua onniscienza!
Basta semplicemente essere centrati. Invece di vivere in una condizione interiore centrifuga, in cui tutto continuamente ci sfugge di mano, dovremmo scoprire che abbiamo un centro, e risiedere là. Questo ci consentirebbe di ritrovare l’orientamento, e di non dipendere mai dal giudizio degli altri. Non possiamo raggiungere nessun equilibrio se non partiamo da noi stessi, ma non mi riferisco naturalmente ai nostri capricci: mi riferisco a ciò che siamo veramente.
Non so che tipo di insegnante è Sergio, che tipo di relazione di insegnamento intratteneva. Ma esistono delle norme di legge precise, che vincolano alcune persone che ricoprono posizioni particolari a non intrattenere relazioni: la relazione insegnante/alunno è una di queste, ad esempio, in cui l’insegnante diventa anche passibile di provvedimenti disciplinari, e ciò indipendentemente dal consenso della controparte. Per le medesime regole, un docente non può avere in classe parenti, amici o persone con cui ha strette relazioni.
Ci sono dei motivi per cui esiste questa regola – fra i quali proprio la tutela dell’insegnante – regola che gli insegnanti dovrebbero conoscere e, a mio avviso, anche palesare agli alunni.
Mai appartarsi da soli con un discente, neppure in ascensore. Sono attività per svolgere le quali è assolutamente necessario apprendere a difendersi da ogni possibilità di manipolazione.
Poi sarebbe utile conoscersi bene prima di instaurare una relazione sentimentale/sessuale, evitando nelle prime fasi di rimanere appartati da soli ma prediligendo piuttosto frequentarsi in gruppo con altri, conoscere gli amici di lei e di lui e via dicendo.
Sergio non si dovrebbe preoccupare delle chiacchiere, purtroppo negli ambienti artistici, dove impera il protagonismo, i pettegolezzi nascono spesso dal nulla e sul nulla, anche senza alcun appiglio con la realtà. La storia di Hakuin non scade mai.
Questo post mi lascia perlpesso…
Dal tuo resoconto Sergio sembra una persona colta, e costantemente in relazione con le persone. Ciò non vuol dire che i messaggi del consenso e del piacere siano univoci e inequivocabili. Quante incomprensioni nascono anche quando due cercano di “sentirsi” con la massima cura reciproca? E sono convinto che cominciare a stimolare un confronto su questi temi già i ragazzi sia ormai necessario dato che oggi, piaccia o meno, è inevitabile entrare in contatto con vissuti e retroterra culturali sempre più variegati e mutevoli. E non mi riferisco solo ai migranti, già da decenni in Italia la maggioranza delle persone non vive più in un paesino per tutta la vita. Pare invece che si stia tornando a moralismi e a fare della sessualità tutta, etero compresa un tabù. Ma vabbè..
Quello che non mi torna però nel tuo post è che stando al racconto di Sergio, il suo disorientamento la sua perdita di fiducia nella capacità di capire i segnali dell’altra, come la paura di essere calunniato è più probabile che derivi dalla sua brutta esperienza che da scarsa educazione all’empatia. Questo a meno di non credere che più o meno consapevolmente Sergio abbia mentito in tutto o in parte, e stia cercando di “autoassolversi”.
Dici: “Allora l’ho invitato a leggere il testo sul consenso trattato attraverso la metafora del thè. Ho cercato di spiegargli che bisogna possedere un po’ d’empatia e non restare in contatto solo con il proprio cazzo.” …..
Ora..Che cosa avrebbe dovuto spiegare a Sergio il post del thè?
https://abbattoimuri.wordpress.com/2015/03/16/consenso-se-capisci-quando-lei-vuole-un-te-perche-non-sai-quando-vuole-il-sesso/
La blogger si rivolge a chi, per una qualche ragione, ritiene legittime una o più di queste regole del cazzo.
1. Se lei “si lascia corteggiare” dice sì al sesso.
2. Se dice si al sesso, lo fa in modo irrevocabile a cosa intendi tu per sesso, tempi, modi, etc.
3. Se per qualche ragione è priva di sensi o non è lucida sta dicendo si al sesso.
4. Se oggi ha detto sì al sesso, ti deve dire si al sesso pure domani (e quindi, per induzione matematica pure dopodomani, e dopodopodomani, e dopodopodopodomani etc… )
5. Vale il silenzio assenso.
La blogger spiega con una metafora che le queste regole NON sono legittime. Ok.
E’ però difficile credere che il post sia seriamente destinato a “spiegare il consenso” dato che gente tipo il pelato della vignetta non cambierebbe certo idea dopo la lettura.
Infatti il tono della blogger, è più credibile come una perkulatio nei confronti di chi vuole solo infilarlo fingendo di non capire l’ovvio, che come un “far scoprire il consenso” a dei minorati empatici (e mentali). Il post suona come un “ci sei o ci fai? Se ci sei, provo a spiegartelo (perkulandoti..perchè ci fai..all’okkio)”.
Intendiamoci, il post del thè è ok, è simpatico e la perkulata fa riflettere, ma dipende dal contesto…il mio dubbio è: era veramente il contesto di Sergio?
A Sergio non sarà sfuggito che la blogger ricorda che le discussioni attorno al “consenso” sono state alimentate dal dibattito sull’introduzione delle regole sul Consenso Affermativo nei campus universitari e avrà notato la sua insofferenza verso la “marea di commenti e critiche” che montano su questo argomento, perchè, a quanto pare, il campionario in possesso della blogger la porta a concludere che tale marea di commenti e critiche non possano che provenire da tipi come il pelato della vignetta e minorati empatici (e mentali) ai quali è riservata la spiegazione del thè.
Sergio non ha modo di appurare se effettivamente la blogger riceva sul tema solo “riflessioni” di stupratori e buzzurri, o se la blogger stia prendendo la posizione più insostenibile sull’argomento per farne l’etichetta del sacco dove buttare tutte le critiche (mossa standard per sottrarre alla discussione critica una certa posizione su certo argomento). Di certo Sergio sa che le sue questioni non sono le benvenute a cominciare da quella che lo tormenta, che riguarda l’eventualità che una donna possa rovinargli la vita dichiarando consapevolmente il falso dopo essere stata consensualmente e consapevolmente con lui e non venire creduto nemmeno di fronte a prove oggettive.
La blogger non è certo tenuta a trattare questa eventualità, ci mancherebbe, ma forse il messaggio che sarà arrivato a Sergio dalla lettura del post del thè, più che un generico “bisogna possedere un po’ d’empatia e non restare in contatto solo con il proprio cazzo”, sarà stato che forse in qualche modo, più o meno sottile, ha ottenuto sesso dalla ragazza senza tenere conto del suo consenso, magari forzandola psicologicamente, che forse non se ne rende conto nemmeno lui, che dovrebbe riflettere molto, farsi guidare, per arrivare a capire che ciò che gli è capitato…in fondo…potrebbe essere anche un po’ colpa sua…se non tutta.
Non mi meraviglia che sia rimasto ancora più disorientato.
Domanda secca: Eretica, ma non è che tu a Sergio, semplicemente, non gli credi?