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Lettera a mio figlio

E’ la sintesi di un lunghissimo anno trascorso tra mille sofferenze e contraddizioni. Da parte di chi si permette di distruggere il tabù che inibisce la narrazione materna in modo non convenzionale. Eccola. Buona lettura!

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Chiedimi come ci sono arrivata: non lo so.
Non pensavo di farcela. Non credevo sarebbe arrivata l’estate. Ero convinta sarei morta prima. O finita in una clinica. O che avrei superato qualche limite: mi avrebbero arrestata, i giornali avrebbero parlato di me.
Hai un anno, finalmente.
Un anno lento come una tartaruga impantanata. Un anno stressante, terribile. Di ansie, stanchezza, dolore.

Vedo le donne con il pancione e mi sento mancare. Vedo le carrozzine con i neonati e vorrei vomitare. Ma io ce l’ho fatta: almeno un anno è passato. Qualche giorno fa dal foglio del mio conto alla rovescia si è scollato lo scotch: ha iniziato a volare per la stanza. Un segno? Lo voglio leggere così. Un segno della luce che forse è vicina, delle crocette di cui presto non avrò più bisogno per marcare che un’altra giornata è finalmente finita.

Mi sembri ancora così piccolo. Così lamentoso. Così bisognoso. Così attaccato, dipendente, a volte morboso. Eppure hai un anno, fai qualche passo, capisci quasi tutto, dici qualche parola, ci mostri ogni minuto che cosa vuoi, dove vuoi andare.

Il nostro è stato ed è un amore difficile, estremo e contraddittorio, ambiguo e sofferto. Ho avuto il reflusso con te, ho pianto con te. Piango ancora: per tutto. Ci sono state giornate in cui avrei preferito morire, non vederti, non sentirti, tornare indietro. Poi, oggi, riguardo le tue foto: sei così bello, hai gli occhi più potenti che io abbia mai visto. Vorrei sapere cosa sogni, cosa guardi, cosa pensi di me.

Ho dimenticato molto, ho soffocato e seppellito. Mi è servito a esorcizzare, a pulirmi, a rialzarmi. A lasciarmi quel senso di depressione e morte sotto i piedi, a schiacciarlo giù. Anche adesso vivo e cancello, vivo e cancello. Continuo a imbustare i body che non ti vanno più bene, le magliette di una taglia di meno. Ho tolto dal mio raggio tutto quello che mi ricorda un neonato: la carrozzina l’ho buttata via, non ho chiesto a nessuno se la volesse. Lì dentro urlavi e basta.

Nessuno mi ha capita, nessuno mi ha aiutata. Sono stata lasciata sola nel tunnel. Gridavo dal fondo del pozzo: nessuno ha calato la corda per tirarmi su. Ho sentito, invece, sguardi giudicanti appiccicarsi addosso a me, spie accese, antenne dritte. Ho ascoltato parole di troppo, mai giuste, mai adeguate.

Crescerai ancora, il tempo mi farà un regalo impagabile continuando a passare. La mia vita non potrà che essere più bella. Non mi sono pentita di averti portato di qua. Ma una sofferenza così non l’avevo messa in conto. Non ho avuto la forza di affrontarla. Non ce l’ho nemmeno ora. Ci sono stati giorni in cui ti ho odiato con tutta me stessa. Ti amo, figlio.

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3 pensieri su “Lettera a mio figlio”

  1. Sembra l’abbia scritto io.
    Mio figlio é “nato” quando ha compiuto 6 mesi.
    Questo mese fa un anno,in casa non vi é ombra di qualsivoglia oggetto che ricordi un neonato,nulla.
    Trio gettato in una crisi isterica nel bidone Dell’immondizia.
    Abbiamo comprato un passeggino per “bimbi grandi”.
    Anche io ho gridato in fondo al pozzo,nessuno mi ha teso una mano,una corda…
    Solo tanti “FAI LA MADRE”…
    Mio figlio l’ho voluto,ho amato sentirlo crescere dentro di me.
    Poi é nato,e io non ero piú io.
    Ci va tempo,pazienza e determinazione,ho intrapreso un percorso di psicoterapia che un po’ mi aiuta,ma il lavoro piú grande lo facciamo noi stesse.
    Non ricordo dove lessi che “Non si guarisce da una madre che non ci ama”…
    Ecco… Io non voglio questo per il mio bambino.
    Un abbraccio a te.

  2. stessa vita, stesso dolore…. vorrei tanto poter parlare con voi lasciate sole a gridare nel pozzo…. con un compagno sbagliato e con un figlio che ora ha due anni e mezzo ma ahimè ha già imparato la rabbia e la tristezza della madre….

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