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Che fortuna che non abbia chiesto anche un pompino

Sto guardando l’ultimo rotolo di carta igienica. Poi dovrò pulirmi il culo con la carta del giornale. Ad avercelo il giornale. Mi pulirò con le pagine di un romanzo dell’ottocento. A me sono sempre piaciuti molto poco i tardo romantici.

Mi manca anche il bagno schiuma che ho allungato all’infinito con un litro d’acqua aggiunta in varie sessioni. Oramai diciamo che mi lavo con lo sputo e con una bolla simulata che viene fuori dall’apposito contenitore. Ho saltato due bollette della luce e sto sopravvivendo immaginando che tra un po’ non avrò più neppure l’elettricità. Allora mi converrà tagliare i capelli a zero, così potrò lavarli col sapone e asciugare la testa al sole.

Il gas? Sto usando un fornelletto da campeggio. Per non consumarne perché non ho un soldo per pagare neanche quello. Sono qui, sola, a fare resistenza pur di non dargliela vinta. Dargliela vinta a chi, poi, chi lo sa. È una sfida con me stessa, se non fosse che mentre tengo i pugni stretti la rabbia diventa rassegnazione e la rassegnazione depressione.

Stasera viene un mio amico e già che c’è porta la pizza. E per stasera, almeno, ho qualcosa da mangiare. Non so davvero come ho fatto a ridurmi così. Molte scelte sbagliate, credo, o è solo sfiga. Niente lavoro, niente di niente. Io che non ho finito l’università perché quando avrei potuto lavoravo, in nero con promessa di stabilizzazione, e pensavo che mi sarebbe andata così bene per sempre.

Avevo uno stipendio, idiota che non sono altro, e poi però mi guardo attorno e penso che anche chi ha preso una laurea fa il morto di fame. Come me. O poco meglio. Sono in uno di quei periodi in cui va tutto male. L’ultimo lavoro, l’ultima bolletta, l’ultimo rotolo di carta igienica, e non posso neanche piangere perché consumerei altra carta con il moccio che viene giù dal naso.

Ho da fare l’ultimo lavaggio di lenzuola e asciugamani. Lo faccio prima che mi taglino la luce, così almeno per qualche giorno ancora potrò contare su un po’ di igiene. Quando il mio amico arriva lo abbraccio e lo bacio  e mi fa lo stesso effetto che fa un santo. Porta con sé il buon odore della pizza e credo che lui abbia capito male, perché appena tento di sciogliermi dall’abbraccio lui non mi molla e mi infila una lingua in bocca.

Nella mia testa mi suona come una forzatura. Lui sa che sono nei guai e in condizioni di bisogno. Vorrà mica un pagamento in natura per la pizza? Davvero devo prostituirmi per così poco? In effetti si, credo sia proprio quello che lui ha in mente. Sediamo vicini, sul divano, mentre io penso alla misura di gratitudine che lui ha in mente. Sta dividendo la pizza in varie porzioni. Cominciamo a mangiare. Io spero che lui abbia smesso con quelle intenzioni.

Sorride, lo stronzo, e non può certo immaginare quale paura, che genere di pensieri mi passano in testa. Mi sento stretta in una situazione ambigua, di quelle che io so che tu sai che io so e bisogna comportarsi di conseguenza. Mi aspetto che da un momento all’altro lui mi metta a quattro zampe e dica qualcosa tipo “non fare la difficile”.

L’ho visto fare in un film. Ma è possibile che la vita sia una copia di una storia inventata? Voglio sperare che almeno lui non sia così banale. Potrebbe starci una scopata ma almeno aggiungi un paio di preliminari.

Sento caldo, sono nervosa. Tolgo la camicia e resto con una canotta viola. Canotta e gonna leggera. Sono scalza. Mi piace camminare a piedi scalzi e penso a quando non avrò modo di stare più in una casa dalla quale mi sfratteranno e allora non saprò dove poggiare i piedi. Il terreno deve essere un luogo conosciuto altrimenti ti fai male, diceva mia madre. Guarda bene dove metti i piedi. E io guardo, mamma, ma più mi sforzo e più piglio buche.

Ci sono vetri, chiodi, lame taglienti. L’amico chiede di andare al cesso e io non posso non pensare alla carta igienica che consumerà. Torna con un sorriso sulle labbra. Chiede se ho voglia di uscire e il tono non mi sembra ricattatorio. Dico di no, ma lui sa che mi sono stancata di stare in giro a scrocco. Non mi va di passeggiare e posso pagare nulla, e se non hai da pagare non puoi fare un cazzo.

Mi sta toccando il ciondolo della collanina. Chiede cos’è, anche se quel ciondolo l’ha visto un milione di volte. È un pretesto. Si avvicina e mi tocca, con calma, le spalle, i capelli, i fianchi. Quando arriva al seno lo fermo. Non avrei dovuto, dico, scusa. E in testa penso ma perché cazzo mi sono scusata?

Allora vai, finisci, prenditi il pagamento in natura per una pizza con la pasta mezza cruda. Mi dice, come sono soliti fare quelli che ti ricattano coi sensi di colpa, se non vuoi non lo facciamo. Ma figurati se non voglio, dai su, finiamola con questa pantomima e poi passiamo oltre.

È lento, credo voglia eccitarmi, ma la sua lentezza mi disturba, a questo punto mi pento di aver auspicato i preliminari e prego affinché lui faccia prestissimo. Lo guido, e lui mi dice “aspetta”. Starà sul serio pensando che mi piace? Lo guido ancora, fingo di essere molto eccitata e di volerlo subito, dentro, di più, spingilo fino a toccare l’intestino, grattami l’esofago, fammi vedere quanto ce l’hai grande. Lui è al massimo della sua erezione. Con le sue dita penso avrebbe potuto fare meglio. Ma cosa importa. Mi metto anche a fare considerazioni superficiali. Uno che ti ricatta emotivamente per scoparti che importa se ce l’ha efficiente o meno.

Finisce abbastanza presto, esige di sentire la mia eccitazione. Mi vuole calda, desiderante e consenziente. Fingo un orgasmo. Lui mi bacia con la sua bocca che sa di melma e tento di distrarlo con una posa plastica che lo trascina in basso. Respira sulla pancia invece che sulla mia faccia.

Si sente un Dio, pensa di aver fatto una cosa figa, di avermi fatto godere. Mi bacia ancora prima di andare via, perché al peggio si può aggiungere ancora altra merda. E’ trascorso un giorno e sento una comune amica. Mi dice che lui è felicissimo perché pensa che io gliel’ho data consensualmente. “Mi ha stuprata”, dico io. E lei mi dice che è impossibile, ma chi, lui? Non ci credo. E’ un bravo ragazzo. Si, certo. È un fantastico ragazzo. Uno di quei fantastici ragazzi che solo perché esistono si aspettano un pompino. A proposito, almeno quello non gliel’ho fatto. Che fortuna che lui non l’abbia chiesto.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

18 pensieri riguardo “Che fortuna che non abbia chiesto anche un pompino”

  1. Qua ci vorrebbe una bella e lunga chiacchierata con la protagonista del racconto, per cercare di capire ben bene il contesto complessivo della situazione e soprattutto quel che davvero le passasse per la testa. Stupro è stupro nel senso che non è stato di certo un rapporto consensuale, sembra piuttosto che i due non avessero nessun tipo di dialogo (e mi chiedo: perché?), che ognuno nuotasse nelle proprie fantasie solipsistiche.
    Piuttosto penso che il post volesse stimolare una riflessione sulla schiavitù economica.

  2. Anche a me manca qualche passaggio, anzi forse quello più importante, quello dove si comunica all’altro che non si vorrebbe. Questo racconto parla di un’amicizia, ma una del tipo che non si possono manifestare le proprie difficoltà economiche e psicologiche. Non mi sembra un granché come relazione. La protagonista si sarebbe dovuta comportare diversamente, anche a costo di pagare conseguenze peggiori come non mangiare una pizza, se si è sentita stuprata. Ma davvero stiamo parlando di stupro in questi termini?
    Allargare il concetto di stupro fino ad un limite del genere non penso che faccia bene a chi questa violenza l’ha subita veramente.

  3. Parlare di stupro mi sembra fuori luogo, poteva mandarlo via e non lo ha fatto.
    C’era un ricatto emotivo, certo ma dalle riflessioni che ha fatto non mi pare una persona incapace di difendersi. L’unico stupro che vedo è quello del denaro sulle vite delle persone.
    La povertà distrugge la dignità e l’autostima, questo sì.
    Detto questo, voglio dire che questa donna è vittima di tante cose, anche di un uomo meschino che non solo voleva farsi una scopata a buon mercato, ma addirittura ha preteso di passare per irresistibile amatore.
    Come uomo le chiedo scusa per quelli come lui e le auguro di incontrare un amore vero, perché è una donna bella interiormente e di fronte a lei io mi inchino.

  4. La donna che mi ha raccontato specifica, affinché capiate meglio, che lei non lo ha denunciato e che lo stupro per lei è rappresentato da quella enorme pressione, economica, in primo luogo, che l’ha messa in condizione di dover sentirsi in obbligo al punto da farsi toccare anche senza volerlo. un po’ come quel senso del dovere che ti mette in condizione di dover subire molestie sul lavoro. perchè le cose non sono mai bianche o nere e in mezzo c’è una complessità che sfugge alla trattazione giuridica di un caso come questo ma che pure esiste. non è uno stupro per come lo intendete voi e forse neppure per come lo intende un tribunale, ma per lei è stato così. l’amico sapeva bene quello che lei stava vivendo eppure non ha esitato a esigere riconoscenza, sapendo che lei non poteva rifiutarsi. non ha esitato a vivere tutta la vicenda semplicemente guardando a se stesso, ai propri bisogni, senza capire minimamente quello che passava per la testa della ragazza. come si fa, si chiede lei, a stare con una donna senza stabilire un minimo di empatia? davvero voi non vi rendereste conto del fatto che una donna non ha alcuna voglia di stare con voi?

    1. Mi rendo conto se una donna non vuole stare con me. Non avrei alcun rispetto di me stesso nell’approfittare di situazioni come questa. Ripeto: un uomo meschino ma non uno stupratore nell’accezione comune del termine.
      E con questo non credo di voler giustificare il suo comportamento, tutt’altro.

    2. Lui si è approfittato di lei, non ha usato empatia, è stato stupido ed è pure convinto di averle fatto del bene, di averla fatta godere. Ma non credo sia stupro, perchè lui era convinto fosse consensuale. Lei ha anche finto per farlo finire prima. Non lo sto difendendo, e non sto accusando lei, per niente, capisco la situazione e si è trovata psicologicamente costretta e capisco che si possa sentire stuprata, ma lui ha anche provato a chiederle se non voleva si sarebbe fermato, avrebbe dovuto capire che il suo si era un no, ma se io fossi un uomo una donna mi dice si come faccio a capire che in realtà mi sta dicendo no?
      Secondo me è stato più imbranato che violento, più ingenuo che stronzo, ciò non toglie che le ha fatto del male, anche se involontariamente, l’ha ricattata mentalmente, ma probabilmente nemmeno se ne è reso conto.
      Se lei ora gli dicesse quello che prova secondo me lui si sentirebbe una merda, perchè quella non era la sua intenzione. O almeno, è quello che interpreto dal racconto.
      Magari a modo suo era pure convinto di darle conforto visto che si trova in una situazione difficile.
      Fossi in lei se lo dovessi incontrare glielo direi, per farlo sentire una merda almeno quanto si sente lei ad essere stata usata.
      Sul fatto che lei poteva dire di no e difendersi ecco, non ne sono convinta, lei era in una situazione difficile e si sentiva sotto ricatto quindi credo che la sua reazione sia stata normale, un meccanismo di difesa automatico, non era molto diverso dell’essere bloccate ed immobilizzate, l’unica differenza è che chi blocca e immobilizza lo fa apposta per prevaricare e per ottenere ciò che vuole, questo ragazzo lo ha fatto senza volerlo, o almeno credo.

  5. Copio quello che avevo scritto su Facebook. Sono due o tre commenti fatti durante la discussione, ma li inserisco di seguito.
    Situazione veramente orrenda, dal racconto purtroppo non si capisce poi tanto lo svolgimento della situazione. Amico in che senso? Da quanto si conoscevano? Era qualcuno in grado di capire di starla mettendo veramente a disagio e non che lei ha mormorato “no, scusa” e poi “sì, scopami” solo per uscire dall’imbarazzo o una persona che la conosceva solo superficialmente? Magari è uno di quei cosidetti “bravi ragazzi” che hanno un concetto estremamente maschilista del romanticismo e pensa di averla aiutata in una brutta situazione (anzi mi parebbe che sia così dato che ne ha anche parlato all’amica di lei). E’ anche vero che è difficile che uno pensi di averti costretto se fingi piacere tutto il tempo, anche se dentro lo insulti. E’ un po’ come la storiella del tè che avete pubblicato qui e che funziona benissimo per far capire il consenso: se ti invito a casa mia e ti offro un tè e tu sei troppo beneducato per rifiutare anche se non ti va e lo bevi dicendo anche “uuuh, ma è buonissimo”, come faccio io a pensare che ti ho costretto a berlo solo perché lo avevo preparato e te l’ho offerto? Non so, a me è capitato qualcosa di vagamente simile più di una volta, cioè di fare sesso senza desiderarlo, anzi controvoglia, perché l’altro aveva leggermente (senza ironia) insistito e mi sentivo in colpa a bloccare tutto. Però non mi sento stuprata. Non ne avevo voglia, ma ho detto di sì. Loro hanno insistito, ok, ma potevo dire di no comunque, però ho avuto paura di essere “sgradevole”, “antipatica”, “maleducata”, quello che vi pare. A volte è successo anche in situazioni in cui io ero indubbiamente fragile psicologicamente, ma posso dire che si sono approfittati di me? Non credo proprio… se io non te lo faccio capire, da cosa dovresti dedurlo?

    Non mi pare così scontato capire quello che un altro prova. Non ci si riesce neanche se l’altro è chiaro ed esplicito a spiegarsi, se poi finge tutto il tempo è pressoché impossibile. Tanto più in questa società in cui agli uomini è insegnato molto poco a fare attenzione ai sentimenti altrui. Empatizzo con lei per il dolore e il disgusto e l’umiliazione, ma non mi sento di accusare lui. Ci sono persone che nella medesima situazione si sarebbero rifiutate di fare sesso. L’amico ha imposto di ricevere riconoscenza? Lei non poteva rifiutarsi? Come scrivi anche tu non è tutto bianco e nero, è una situazione al limite. Che vuol dire “esigere”? Che vuol dire ” non potere”?

    Ben per te (Eretika) che riesci a empatizzare così tanto con gli altri da non avere mai dubbi su quello che stanno provando. Io ne ho continuamente, non sono per niente convinta che tutti quelli con cui ho fatto sesso ne avessero davvero voglia, così come sono sicura che io a volte ne avrei fatto decisamente a meno, ma che non l’ho fatto capire in nessun modo. Mi è capitato di subire delle avances sul lavoro e l’ho vissuta malissimo, come una vera sopraffazione e mi sono data subito alle peste. Forse se non avessi potuto rischiare di perdere quel lavoro e non avessi potuto rivolgermi a un sindacato ci sarei stata. Non lo so, non credo. Ma sono situazioni sempre molto al limite, dare tutta la colpa a uno o all’altro veramente non mi sembra empatico. La trovo una storia molto complessa e le accuse sia di “stupro” che di “essere visionaria” troppo gravi per prendere le parti di uno o all’altro da un racconto online di mezza pagina (di una sola dei due).

  6. Capisco il suo dolore, capisco che per lei sia stato difficile. Ma qui il carnefice è la sua brutta situazione, non il ragazzo. Lei è vittima di una situazione che le ha fatto dire “va bene, ci sto”, ma nessuno l’ha obbligata. A lui è andata bene, anzi benissimo, ha fatto i suoi interessi. Ma penso abbia anche pensato che forse stava facendo anche quelli di lei. Io cerco di immaginare com’è lui. Provo a mettere nella situazione delle persone che conosco, per capire come le persone potrebbero reagire. Penso a che tipo di ragazzo possa essere. Potrebbe essere una merda umana, come un ragazzo docilissimo che si è fatto i film in testa, potrebbe essere un grande stronzo, come potrebbe essere un tipo poco attento che ha solo pensato di aver fatto tredici. E allo stesso modo cerco di pensare a come possa essere lei, senza togliere niente a quello che è il suo dolore.
    Dal racconto non mi sembra che il ragazzo fosse intenzionato a farle del male.
    Mi immagino anche al posto dell’amica a cui l’ho raccontato. Mi immagino il culo che non avrei fatto al mio amico se la mia amica mi avesse detto “mi ha violentata” senza sapere tutto il contesto. Però mi immagino anche lui, dopo un “ma che cazzo hai fatto?” quando pensava solo di avere avuto una notte di sesso con qualcuno.
    Un “ti invito a casa” e un “no, non usciamo, preferisco stare a casa” e una concessione a certe avances, porta quasi inevitabilmente a qualcosa di fatto, se non si vuole si dice “oh, bambolotto, metti via quel coso e gira i tacchi”. Il “mi sentivo in colpa e in debito e allora me lo sono fatto” è un problema sociale, è un insegnamento sbagliato che ci arriva fin da piccoli dal cattolicissimo “senso di colpa”. Non c’è nessun senso di colpa a dire “no guarda, non me la sento” e magari sarebbe meglio “ripagare” le persone in altri modi.

  7. Io credo lei sia vittima di se stessa . E’ capitato anche a me di non aver di che mangiare , ne ho parlato commentando altri post. Ma non ho fatto questo genere di scelta ,perché alla fine la sua è stata una scelta. Mi sono arrangiata in altri modi anche se in quel periodo , per mangiare a sufficienza , avevo puntato sulle mense popolari . E anche sui dormitori pubblici , nel caso non fossi riuscita a pagare la bolletta del gas in inverno , per dormire in un posto un attimo riscaldato. Si tratta di scelte consapevoli.

  8. Scusate l’ennesimo commento. Dire che non si può piangere perchè non si ha la carta per asciugarsi , e poi dire che si può fare una lavatrice è una forzatura immensa. Neppure io posso permettermi i rotoloni scottex , infatti uso tovaglioli vecchi un po’ per tutto. Poi butto in lavatrice.

  9. Vediamola da lato di lui.
    Conosco Tizia. Siamo amici da un sacco di tempo. So che sta passando un periodo del cavolo e vorrei darle una mano. La sento e la invito a cena. Capisco che non ha una lira e, per non farla sentire in difficoltà in pizzeria, mi offro di portarle io la cena a casa.
    Arrivo e mi abbraccia con una intensità notevole, penso che voglia anche altro e la bacio. Del resto non mi aveva mai abbracciato così prima, altrimenti le avrei sempre dato dei baci in bocca.
    Capisco che ha fame e ci mettiamo a mangiare. Lei si leva la camicia e ci leggo una conferma del fatto che che voglia farsi una storia. Per evitare equivoci le chiedo se vuole andarsi a fare un giro. Lei mi risponde di no: vuole rimanere a casa con me (mi avrebbe detto, che era stanca se voleva stare da sola).
    la comincio ad accarezzare, non mi dice nulla. Le tocco il seno. Mi ferma. Le dico “se vuoi non lo facciamo”. Lei mi dice no, vai avanti.
    Mi fa un po schifo, puzza, mi sa che non si lava da un po’, evito di leccargliela e non mi faccio fare un pompino: hai visto mai volesse fare un 69!
    Scopiamo alla missionaria, senza infamia né lode, anche se le piace.
    Mi rivesto e me ne vado, le do un bacio prima di uscire.
    Racconto la cosa ad un’amica comune. Mi richiama il giorno dopo dicendo che l’ho violentata!
    Io dico che non è possibile: le ho chiesto tre volte se lo voleva e mi ha risposto tutte e tre le volte di si. Mi dice che non mi denuncia. Evito di denunciarla io per diffamazione.
    Penso che vorrei incontrarla per dirle: “Ognuno attraversa periodi brutti. Se ti trovi in condizioni disperate, senza carta igienica e senza poter mangiare, vuol dire che, a parte me e pochissimi altri, non hai amici che ti diano una mano. Ti sei rovinata economicamente e socialmente proprio per atteggiamenti come questo. Col cavolo che ti darò mai più una mano. Anzi avviso anche i due o tre amici che ti sono rimasti di quello che mi è successo per evitare che capiti anche a loro quello che è capitato a me”

    Aggiungiamo anche il finale alla storia:
    Tizia si ritrova da sola, senza mangiare, senza sapone, senza carta igienica e per mangiare qualcosa deve andare a battere per la strada.
    E’ brutta, sporca, puzza non la vuole nessuno.
    Un disperato come lei, mezzo ubriaco con pochi soldi in mano, la avvicina e le chiede “Quanto vuoi per un pompino?”.
    E lei pensa “Per fortuna mi ha chiesto un pompino”……

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