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La ragazza che non sapeva dire di No

È difficile percepire la violenza se non ti hanno insegnato a farlo. Per esempio. Fintanto che mia madre mi diceva che era giusto punirmi perché non la aiutavo a casa io pensavo che quella violenza fosse giusta. La famiglia è il primo luogo in cui ti ingannano, frequentemente, e ti confondono così tu non distingui e tutto diventa un po’ più ambiguo. Ti insegnano che la violenza che subisci è colpa tua, dopodiché si incazzano se qualcuno, fuori, fa le stesse cose che fanno loro perché in quel caso la violenza diventa inaccettabile.

Allora diciamo pure che la famiglia è il primo luogo in cui ti insegnano a tenere la bocca chiusa, ti insegnano l’omertà, perché parlare nuoce ai tuoi cari e l’unica violenza della quale puoi parlare è quella che arriva fuori dal nucleo familiare. Inutile dire che la maggior parte delle violenze, invece, avviene proprio dentro casa. In ogni caso questa incapacità di percepire la violenza, appresa in anni e anni di omertosa dissimulazione delle dinamiche familiari, mi è costata sangue e tempo.

Il primo ragazzo fu gentile, e non pretese molto, a parte darmi un cazzo in bocca. Il secondo voleva l’ano, perché doveva piantarci la bandierina e dire che lui era il primo ad aver consumato un rapporto anale. Il terzo mi allargò le cosce e senza chiedermi niente mi ficcò la lingua in gola e mi penetrò senza preliminari. Nessuno mi aveva detto come fare sesso per il mio piacere. I miei, anzi, erano piuttosto moralisti, inadeguati, omertosi anche in quel caso, su quel che è il sesso. Non ho mai potuto chiedere a mia madre se mio padre la penetrasse davanti o dietro. Mi sarebbe piaciuto saperlo, tutto qui.

Guardando la televisione mi illudevo di poter avere relazioni piene di passione, fatte di sentimenti e belle frasi d’amore.
Conobbi un uomo, più grande di me. Era sposato e diceva di essere innamorato di me. Solite cazzate che alcuni uomini ti rifilano per scoparti. Devo comunque ringraziarlo perché fu il primo che mi trattò con delicatezza. Mi insegnò il piacere e quando mi disse che non sarebbe più riuscito a trovare il tempo per incontrarmi non dissi nulla. Gli sorrisi e dissi okay, va bene così. Poi fu la volta di un ragazzo incontrato per strada. Chiedeva monetine e suonava la chitarra. Aveva un tatuaggio colorato lungo tutto un braccio e finiva giù in fondo alla schiena.

Mi incuriosiva e gli chiesi di togliere la maglietta per farmelo vedere e mentre accarezzavo il suo tatuaggio lui ebbe un erezione e mi portò dentro un furgoncino che condivideva con altri amici. C’era una gran puzza di piscio di cane ma il chitarrista tatuato mi spogliò senza riguardo e poi si fermò a contemplare la mia pelle. La trovò liscia e gradevole al tatto. Queste furono le sue parole. E mi parlava, accarezzandomi i capelli, mentre la sua penetrazione svolgeva il compito assegnato. Concluse abbastanza in fretta, colpa dell’eccitazione, disse lui, e chissà perché ogni volta che un uomo deve affrontare le proprie insicurezze in fatto di sesso gli viene più semplice addebitarle a lei.

Sono rimasta con lui per circa un paio di settimane. Ci muovevamo lungo i paesi sulla costa e tra un bagno al mare e una schitarrata lui trovava anche il tempo di dedicarmi un po’ d’amore. Poi disse che doveva andare in un altro Paese, lontano da me. E’ stato bello, ciao, finisce così. Dopo un periodo di discreta solitudine, in cui tra l’altro provai a essere gradita nella comitiva di una mia conoscente, uno dei tizi del gruppo mi fece chiaramente capire di voler fare sesso con me. Il fatto é che in apparenza, per il mio aspetto o forse per la mia maniera di parlare, lentamente, con qualche balbettio, gli uomini pensano di non dovermi trattare con molto riguardo. È come se mi facessero un regalo già solo a darmi confidenza. Tra l’altro ero oramai conosciuta come quella che la dava facilmente, fica, culo, bocca, o tutto insieme contemporaneamente. Dicevo: lui mi fa capire che vuole fare sesso. Siamo in campagna, in casa di un suo amico. Mi porta in una stanza, dove c’è un materasso freddo. Mi prende la mano e la porta sul suo pene e mi dice “vediamo che sai fare”, come se dovessi vincere un premio o fossi in competizione con qualcuno. Cosa poteva saperne uno così del piacere femminile e del fatto che avevo diritto a godere anch’io? E se fossi stata io a dirgli “vediamo che sai fare” cosa mi avrebbe risposto? Che gli causavo ansia da prestazione?

Non fu molto soddisfatto del mio tentativo di sega. Mi disse di provare la fellatio. Non gli piacque neppure quella, allora mi spogliò e disse che dovevo mettermi alla “pecorina”. Non so perché dissi di si. Per me era l’unica forma di attenzione ricevuta. Volevo essere toccata, non in quel modo ma per lo meno pensavo di contare qualcosa, per lui o altri, dopo che mi avevano usata. Il giorno dopo mi chiese di vederci ancora. Io mi illudevo di aver trovato il grande amore. Senza trasporto né attenzione mi penetrò più volte, perché sbagliava o non so cosa volesse fare in realtà. Non riuscì nel suo intento. Mi disse “rivestiti” e andai via. Da sola. Non so cosa disse agli altri del gruppo, fatto sta che le ragazze mi dissero chiaramente che non volevano puttane nella comitiva e che io ero quella che si sarebbe scopata anche il loro fratello. Non ho negato, sarebbe dipeso dal fratello, ma nei loro sguardi e nelle loro parole, non trovai altro che odio, veleno, ipocrisia e tanto moralismo. Perché loro non la davano così facilmente. Loro avrebbero atteso il grande amore. Figuriamoci.

A questo punto la mia storia dovrebbe finire con un uomo fantastico che oggi mi porta tante cose buone, con una sorta di riscatto di qualche tipo, un meraviglioso lavoro, la conquista di un ruolo importante nella società, invece io sono sempre ferma a farmi usare tutte le volte che qualcuno me lo chiede. E’ il destino delle babbe di paese, tipo quella che la madre non fa uscire moltissimo perché spera di poterla dare in matrimonio e invece resta attaccata alla sua gonna anche se si fa scopare dal vecchio vicino. Sono cresciuta, dovrei aver capito e oggi ho gli strumenti per rifiutare relazioni insoddisfacenti o violente, ma non ce la faccio. Non riesco a dire di no. Non mi sento sbagliata per questo e sarei felice di raccontare questa storia in modo positivo se quello che ho fatto e ricevuto fosse per me piacevole. Ma non lo è. Allora perché mi faccio del male? Perché non riesco a dire di no?

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

1 pensiero su “La ragazza che non sapeva dire di No”

  1. Non sei sola. Ho la stessa difficoltà a dire a dire no, purtroppo su molti fronti: lavoro (quindi mi faccio sfruttare giustificandola sotto l’ipocrita esperienza); nelle relazioni (ci metto tutta me stessa e non rimane niente per me); ecc…
    Ho cominciato un percorso psicologico olistico perchè da sola non riuscivo più ad affrontare la quotidianità. Non perchè mi ritengo sbagliata ma non voglio più star male adottando sempre i soliti schemi che mi portano a vivere questo disagio. I risultati devo ancora vederli. Leggere la tua storia è stato come leggermi dentro, grazie a te che l’hai raccontata e a te che l’hai pubblicata.
    P.S. La masturbazione mi aiuta molto, costruisco nella mia mente me che scopo con me, un’latra me che me la lecca e così via con le fantasie.

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