In questo pezzo viene descritta, punto per punto, la retorica sex-negative diffusa da attivist* contrari al sex work o al porno. Il pezzo viene interrotto, ogni tanto, da una frase pronunciata dall’antisesso bigott* di turno, tra i quali, come potete vedere in basso, troviamo not* transofobi, fondamentalist* e omofob*. La traduzione è di Antonella, con il contributo di Chiara e la revisione di Eretica. Buona lettura!
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Se sei contrario al sex work, sei un bigotto
di Conner Habib
Dovrei iniziare un pezzo come questo dicendo quanto sono grandi le sex worker, quanto sono importanti i loro diritti. Dovrei “creare simpatia nel lettore” nei confronti di quelle che si spogliano e mettono in scena il sesso. Dovrei mostrarvi pornostar che salvano gatti sugli alberi, sex worker che prestano servizio volontario alle mense dei poveri, stripper che si guadagnano il pane per le proprie famiglie.
Dovrei raccontarvi come ci si sente ad affrontare ogni giorno lo stigma contro le sex worker. Ma questo pezzo non parla di noi.
Parla di come ci si aspetta che siano le sex worker per prime a dimostrare di essere degne di sostegno. Parla del fatto che quando questa simpatia viene espressa sia già carica, in realtà, di fraintendimenti creati ad arte. Parla delle persone che creano queste aspettative. Parla di quanto quel “Mostrateci quanto siete umane!” sia di gran lunga più umiliante e offensivo di un “Mostrateci le tette!”.
Parla di persone a cui non dovremmo più rispondere se non con proteste e rifiuti.
In altre parole, parla di intolleranza. Parla di bigotti.
Per chiarezza ed onestà, farò qui riferimento agli attivisti anti-sex work e antiporno come ai “bigotti anti-sesso”. Quando questa parola mi verrà a noia userò “attivisti anti-sesso”.
Perché? Perché è il sesso ciò che rende il sex work diverso ai loro occhi. Il sesso segna la linea di demarcazione mistica che rende il sex work un lavoro diverso dagli altri. E questo nonostante le loro analisi e le loro conoscenze del sesso siano tutt’altro che approfondite. Non c’è sostanza nelle loro argomentazioni. Le loro tattiche sono tenute insieme solo dall’odio, non da conoscenza o da dati oggettivi. Il loro fondamentalismo è viscerale e i loro obiettivi chiari:
- Distorcere la realtà e creare consenso
- Creare uno scenario di bene-contro-male
- Selezionare testimonianze ad arte
- Recitare la parte delle vittime pur esercitando un ruolo di potere
- Prefigurare scenari di apocalittica urgenza
Questa lista ad occhi esterni potrebbe sembrare esagerata. Per i/le sex worker è invece piuttosto familiare, in maniera estenuante, sfiancante.
- Distorcere la realtà e creare consenso
Ad appena poche miglia da dove sono cresciuto, in Pennsylvania, c’era questo tipo, un tipo qualunque, che frequentava questo centro benessere. La Shiatsu Spa, avete presente, uno di quei centri massaggi di cui la gente parla dandosi di gomito. Un giorno, nel 2006, una massaggiatrice offre a questo tizio dei servizi sessuali, al termine del massaggio. Non potendosi permettere il costo e arrabbiato per non aver ottenuto niente gratis, il tipo denuncia la donna e il centro benessere alla Polizia. Dopo aver fatto il suo dovere come informatore, la polizia gli dà del denaro, con cui avrebbe potuto pagarsi sesso. Che cameratismo!
Con la mazzetta di soldi ottenuta dallo Stato, il tipo fece sesso con dipendenti del centro benessere in quattro diverse occasioni. Le informazioni così ottenute non fornirono elementi nuovi o rilevanti riguardo all’attività, ma crearono “prove” di ciò che era già noto e cioè che si, alcune donne di quel centro benessere offrivano servizi sessuali in cambio di denaro. Quello che ne venne fuori fu ciò che le persone perbene chiamano “scandalo”.
Dopo due anni un giudice lasciò cadere le accuse, citando la condotta della polizia quale “oltraggiosa”.
“Oltraggiosa” o di routine? In un periodo precedente dello stesso anno, in Pennsylvania, un metodo simile fu impiegato in non meno di altri due casi. E dopo che la sentenza relativa ai fatti del 2006 parlò di “oltraggio” non ci furono cambiamenti significativi nei sistemi della Polizia di Stato. Nel 2013, a Homestead, Pennsylvania, il detective Ronald DePellegrin ricevette sesso orale da una prostituta. Dopo aver messo il suo pene nella sua bocca, la arrestò. “Nel corso di una operazione sotto copertura, un ufficiale deve talvolta fare ciò che occorre fare per procedere all’arresto”, spiegò un membro del sindacato di polizia, nel giustificare l’azione di DePellegrin.
Procedere?
Poliziotti e informatori possono contare su giri di sesso gratis in centri benessere, finanziati da fondi governativi, così da “procedere” a loro piacimento, per poter poi trasformare le “procedute” in arresti quando hanno finito.
Dall’altro lato, invece, le sex worker non possono procedere in maniera consensuale, non importa quanto siano chiari i termini della transazione.
Lo scambio di denaro è il momento emblematico del sex work. Nei film, nella narrazione culturale e negli arresti, lo scambio di denaro è quell’istante in cui tutto finisce malamente e si trasforma in qualcosa di illegale. Ma che cosa è il denaro se non il simbolo del consenso? Sebbene dell’idea di consenso il denaro non sia “tutto”, non sia “definitivo”, può certamente esserne un simbolo e chiarirne i termini. Le sex worker e i loro clienti utilizzano il denaro come componente del loro reciproco accordo.
Sotto lo sguardo della legge, invece, tutto ciò cambia completamente: l’oggetto che stabilisce e dichiara il consenso è esattamente la stessa che porterà la sex worker all’arresto. E’ una scena abbastanza ricorrente in tanti film: banconote in mani che vengono prontamente ammanettate. A prescindere da tutto, il consenso dei/delle sex worker non è possibile, dicono i bigotti anti-sesso. Dichiarare consenso non basta. Non serve esprimerlo. Non c’è nulla di cui essere felici, nulla di sano. Non può esistere alcun consenso per una sex worker.
“E’ irrilevante, quindi, che una donna dichiari il suo diritto a scegliere di essere prostituita o che scelga di vedere sé stessa come vittima di abuso maschile.”[1] – Bigotti anti-sesso.
Distorcere e negare l’idea di consenso è alla base dell’attivismo anti-sesso. Deve esserlo, diversamente i bigotti non avrebbero alcuna base su cui poggiarsi quando le sex worker, ancora e ripetutamente, dichiarano di lavorare in base ad una scelta. Questa è la premessa che i bigotti anti-sesso vorrebbero stabilire: gente non coinvolta in prima persona che stabilisca per chi lo è cosa è consenso e cosa no.
Gli uomini di Cristoforo Colombo poterono (e lo fecero) stuprare liberamente le donne del “Nuovo Mondo”. Nella lunga tradizione di stupro che toccava in sorte ai vinti, i vincitori dovevano raramente affrontare conseguenze. I proprietari di schiavi forzarono al sesso le loro schiave ben oltre il 19esimo secolo. Fino a non molto tempo fa i mariti potevano obbligare le proprie moglie a fare sesso con loro, poiché erano gli uomini a stabilire il consenso. “Proprietà e possesso” era il legame. Ed era anche la ragione per cui molte donne, a volte, sceglievano la prostituzione: per sfuggire al matrimonio.
In Europa e negli Stati Uniti, nel 17esimo e 18esimo secolo le tradizioni religiose divennero relative al vissuto personale. Stessa sorte toccò alla vita sessuale degli individui, ma solo all’interno di una cornice ideologica precisa in cui la chiesa stabilisce ciò che è permesso e ciò che non lo è. Non fare troppo sesso con la tua sposa. Non fare questo o quell’altro. Devi essere attratto da questo tipo di persone, sapendo che potrebbero esserci conseguenze sociali. C’era la paura diffusa che la gente potesse cedere a impulsi “pagani”.
Le sex worker sono spesso viste come pagane o eretiche, proiettate nella cultura della lussuria pagana. Quando qualcuno devia rispetto al tipo di sesso che gli attivisti anti-sesso credono debba essere praticato, quando qualcuna è “troppo” promiscua, quando qualcuna è coinvolta in desideri “devianti” rispetto a ciò che è “normale”, ebbene allora deve trattarsi di comportamenti malati e fuori dalla sfera del consenso. Per cui: arrestiamole. Neghiamo loro autonomia. Deumanizziamole. Ridimensioniamole e portiamole a un’idea “normale” di consenso. Che acconsentano oppure no.
Aspetta un attimo, aspetta – posso sentire voci affannate protestare. Smetti di parlare di intolleranza. In definitiva non stiamo parlando di razza, giusto? Non stiamo parlando di qualcosa che non si può cambiare. Quei discorsi li fanno i razzisti. Le sex worker invece, bè, loro…
Noi cosa? Stai finalmente dicendo che noi scegliamo il lavoro che facciamo?
Niente male, bella mossa. Per un attimo ci avevo creduto. Ma ricordatevi: non si tratta di noi sex worker. Che gli attivisti anti-sesso pensino a sé stessi in termini di intolleranza oppure no, utilizzano gli stessi metodi degli intolleranti razzisti. Non vorrei nemmeno nominarli in questo articolo. Perché penso che dovremmo ignorarli e smettere di dare loro un’occasione per sputare odio. Ma se invece volete sapere di chi stiamo parlando, arrivate fino in fondo.
- Creare uno scenario di bene-contro-male
“Quando la guerra dei sessi sarà vinta, le prostitute dovrebbero essere giustiziate come collaborazioniste per il terribile tradimento perpetrato nei confronti di tutte le donne.”[2] – Bigotti anti-sesso.
Il mondo è pieno di persone fondamentalmente cattive e – sapete cosa? – voi potreste essere una di quelle. Potreste essere catturati dal male se non sarete d’accordo con la seguente affermazione: “C’è differenza tra una fellatio e una fetta di torta… Riconoscere (con sé stesse, NdT) che il sex work è sfruttamento (e che coinvolge una forma particolarmente intima di privilegio maschile, che sconfina in altre aree della vita) potrebbe risultare troppo disturbante da un punto di vista emotivo.”[3]
Ecco un altro esempio dello stesso tipo di approccio: “La guerra di Jihad contro i miscredenti, combattuta con lo scopo di stabilire la Sharia in tutto il mondo… è elemento fondante del pensiero teologico islamico.” Questo è Robert Spencer in Emory Wheel, 21 febbraio 2007.
Molti bigotti anti-sesso sono anche islamofobi. Nella retorica di destra i musulmani (spesso genericamente fusi in un unico gruppo nel mondo arabo) e le sex worker vengono attaccati perché ritenuti intrinsecamente dalla parte del male. Il luogo comune del “sono tutti turbanti e puttane” (e che piacere per me essere entrambe le cose!). A sinistra, si attacca lo stile di vita, che diviene caratteristica principale dell’identità stessa: odia il peccato, non il peccatore.
In ultima istanza, le persone che amano l’idea del “male intrinseco” sono quelle che promuovono il modello “Svedese” o “Nordico” di controllo delle sex worker. Lo scenario che sottende il modello svedese è “queste povere donne prostituite hanno bisogno del nostro aiuto, smettiamo di arrestare loro e cominciamo ad accerchiare quegli orrendi clienti che le pagano.” Tutto ciò manda un messaggio fuorviante: che il sex work sia sbagliato e dannoso per le sex worker; nel contempo nasconde come al contrario questo approccio in primis arrechi gran danno alle sex worker.
L’effetto delle politiche di “blocco della domanda” è quello di aver bruscamente distrutto la possibilità per le sex worker di essere selettive relativamente ai propri clienti. Ha portato all’impoverimento di quelle sex workers impossibilitate a lavorare in maniera super-segreta, super-clandestina.
Per quanto riguarda i clienti, agli occhi dei bigotti anti-sesso, sono solo corpi confiscati dallo stato, in attesa di essere meglio riprogrammati.
Per fare in modo che questi comincino a pensare allo stesso modo dei bigotti anti-sesso, per far loro il lavaggio del cervello, alcune città promuovono dei “Corsi per clienti” – Seattle è una di queste. I responsabili dei programmi di rieducazione stabiliti dai tribunali di Seattle per i clienti arrestati stabiliscono che “La prostituzione non è un crimine senza vittime… c’è molta sofferenza e tanto di dannoso che riguarda l’industria del sesso.”[4] – Bigotti anti-sesso
Se non si trattasse unicamente di intolleranza, un corso per clienti dovrebbe educare alle differenze relative a forme diverse di sex work, intersezioni tra sex work e classe/razza/genere, differenze tra il sex work e il trafficking, problemi legali connessi al sex work e così via.
Le priorità andrebbero perciò stabilite in base a ciò che il sex work è realmente, non in base a teorie. Rieduchiamo i poliziotti (che fanno sesso con le sex worker prima di arrestarle). Rieduchiamo i legislatori (che impongono leggi fuori dalla realtà e che spingono alla clandestinità, leggi promulgate dopo aver ascoltato esclusivamente gli attivisti anti-sesso). Smettiamo magicamente di associare il sex work (come fanno i responsabili di questi corsi) alle statistiche che dicono che “una donna su quattro viene stuprata nel corso della propria vita.” I bigotti anti-sesso impegnati a vietare il porno adoperano trucchetti simili, mettendo sullo stesso piano il porno e lo stupro, umiliando così in un sol colpo chi lavora nel porno e le donne stuprate. Rieduchiamo su quanto sia serio il problema dello stupro, invece di sventolare in giro questa parola solo per pescare maggiori consensi. Sono quasi certo che se domandassimo alle vittime cosa significhi passare attraverso l’esperienza dolorosa, traumatica e drammatica dello stupro, poche di loro direbbero “E’ come venir pagate per fare sesso consensuale.”
Vediamo se questo suona familiare agli attivisti anti-sesso: “L’insistenza con cui si afferma che non c’è niente di insolito nel ‘lavorare’ con maschi sconosciuti che penetrano il tuo corpo e eiaculano dentro di te va ben oltre l’idea del ‘sex positive’ così di moda tra i giovani di sinistra. Le donne sono maggiormente esposte a danni fisici derivanti da pratiche eterosessuali (sanguinamento vaginale), se non sono realmente eccitate (come accade ad esempio per una performance porno); noi donne siamo maggiormente esposte ad infezioni e malattie rispetto ai partner maschi; siamo più sottoposte a rischi per la salute, poiché i partner maschi sono generalmente più grossi e forti di quanto siamo noi; e rispetto ai partner maschi abbiamo il 100% delle possibilità di affrontare una gravidanza indesiderata.”[5] – Bigotti anti-sesso
Ora paragonate quanto sopra a quello che segue, estratto da un video intitolato “Pericolosità medica del sesso anale” postato su Youtube da Christofer L, un attivista cristiano anti-gay: “Diamo un’occhiata ad alcune semplici verità biologiche. Il retto è stato configurato unicamente per l’espulsione di rifiuti, perché venissero rimossi dal nostro corpo. Questo spiega perché i vasi sanguigni del retto sanguinano quando un oggetto fallico irrompe, andando a contrastare il flusso naturale e i suoi movimenti muscolari. Che ci crediate o no, questo è causa di malattie dell’ano e del retto. Molti esperti sessuali scoraggiano le pratiche di sesso anale proprio a causa di questi pericoli. Sesso sicuro? Il danno meccanico al retto avverrà indipendentemente dalle misure che adotterete.”
Stessa retorica, stesso odio, stesse banalizzazioni.
Quando si tratta di sex work, chi è coinvolto in maniera professionale investe sulla propria salute e spesso sa meglio di tanti altri come evitare conseguenze. I gruppi di sostegno per sex worker forniscono consulenze e materiale informativo, come ad esempio lo Adult Performer Advocacy Committee per chi lavora nel porno e il St.James Infirmary di San Francisco, dove viene fornita assistenza personalizzata. Senza dire poi che le sex worker non ripetono le stesse cose all’infinito. Fanno cose diverse perché diversi sono i clienti.
Il problema in questo caso non ha niente a che fare con il sesso violento o con il sanguinamento anale. Il problema vero è costituito da crociati della moralizzazione mascherati da scienziati.
Questo è ciò che la performer porno Stoya ha scritto sul suo profilo twitter, giugno 2015: “Recitare nel porno è un lavoro in cui si deve usare il proprio corpo. Forse chi appartiene alle classi alte e medio-alte dovrebbe interrogarsi sulla propria idea di lavoro. Mio nonno faceva il muratore e ne ebbe la schiena distrutta. Un giocatore di football subisce falli pesanti. Anche la mia fica sul lavoro a volte si infortuna.”
Presunte “prove” scientifiche non sono nulla di nuovo per i bigotti. Agli inizi del 20esimo secolo, scienziati intolleranti sostenevano che solamente alcuni gruppi sociali avrebbero dovuto procreare. Nemmeno a dirlo: mescolare le razze avrebbe dato vita a bambini con caratteristiche repellenti che avrebbero minato la società.
Ora mettete da parte l’idea di fare figli: solo ad alcune persone dovrebbe essere permesso di fare un certo tipo di sesso con certe altre persone. E qualora questi principi “scientifici” non dovessero essere seguiti il risultato sarebbe un certo numero di persone danneggiate e la società minata alla base.
La “passera violata” è l’eugenetica dei bigotti anti-sesso.
- Selezionare testimonianze ad arte
Nei pressi di Boston c’è una università privata che mi contattò per tenere una conferenza sul porno, anche se allo stesso tempo non voleva che io tenessi una conferenza sul porno. All’epoca ero stato coinvolto nelle attività universitarie per tre anni, ero nel mondo del porno da svariati anni e già conosciuto come attivista per chi lavora nel porno. Conoscevo centinaia di performer porno. Avevo anche pubblicato numerosi articoli su sesso e cultura. Ma stando a quanto un membro del personale docente affermava, tentando di bloccare la mia partecipazione, mi mancava una componente fondamentale:
“Legga il libro di Linda Lovelace, Ordeal che parla della schiavitù sessuale e dello sfruttamento delle donne nell’industria del porno. Fin quando certe cose non saranno comprese e fatte proprie dall’industria multimilionaria del porno, dare voce ad altro sarà difficile.”
Quindi fin quando non avessi letto il libro di Linda Lovelace (qui l’autore fa un gioco di parole intraducibile utilizzando “deal”, affare e “ordeal”, traversia, titolo del libro che in Italia è uscito come “Gola Profonda – Una storia vera”, NdT), si supponeva io non potessi davvero conoscere il porno e quindi parlarne nella mia conferenza.
L’invito fu ritirato in un delirio di scuse improbabili.
Una delle cose che i bigotti anti-sesso sono soliti fare è quella di selezionare le voci di sex worker che hanno avuto esperienze terribili e di proporle come rappresentative dell’intera categoria, anche se non lo sono.
Selezionare testimonianze ad arte è comune per gli intolleranti e viene fatto in diversi modi. I fondamentalisti clericali e i misogini citano le parole delle donne che sostengono le mutilazioni genitali femminili in Nord Africa e in Medio Oriente e le indicano come rappresentative di tutte le donne in quelle regioni. In India, durante la dominazione coloniale, le persone che scimmiottavano opportunisticamente usi e costumi dei britannici o che ne sostenevano il regime venivano indicate come la vera essenza dell’essere indiani.
Gli attivisti anti-sesso “dimostrano” le loro ragioni facendo qualcosa di analogo, facendo di donne “fuoriuscite” che oggi contrastano il sex work, le rappresentanti di un tutto. Ovviamente se date ascolto a qualcuno che ha mollato un lavoro perché lo odiava o perché ne ha tratto esperienze negative, non potrete aspettarvi che quella persona sia un campione rappresentativo della situazione.
La chiave di tutto è ascoltare le voci delle sex worker. Le persone sex workers attiviste e le alleate, come la Rose Alliance e lo Adult Performer Advocacy Committee, senza dire del Sex Worker project ed Amnesty International, sono costantemente impegnate per migliorare le condizioni del lavoro sessuale, per supportarsi reciprocamente e per tenere in considerazione le voci di quelle donne e quegli uomini che riferiscano condizioni negative o dannose.
Ma i bigotti anti-sesso, come i fondamentalisti clericali che espongono solo le voci delle donne a favore delle mutilazioni genitali, non lasciano che trovino espressioni voci differenti da quelle da loro proposte.
La stragrande maggioranza delle sex worker che conosco non ha avuto alcun tipo di esperienza negativa. Molte sono contente di quel che fanno o quantomeno sono intenzionate a continuare a fare sesso in maniera consensuale e tirarne fuori il massimo guadagno. Per i bigotti anti-sesso, queste persone potrebbero semplicemente non esistere.
“Papponi, trafficanti e compratori di sesso si consolano allegramente all’idea che persone sfruttate sessualmente per scopi commerciali siano “lavoratori del sesso” in maniera consapevole e consensuale, quando questi termini sono stati inventati dall’industria del sesso unicamente per normalizzare il loro business multimilionario oppressivo e violento”[6] – Bigotti anti-sesso.
Cos’è più deumanizzante? Mostrare le chiappe ad un pubblico o avere a che fare con qualcuno che ti dice che tu non esisti?
Ciò di cui abbiamo bisogno è una rappresentazione varia, reale e dinamica delle sex worker, immagini non costrette o ridotte a quelle rispondenti il pensiero unico dei bigotti anti-sesso. Ho iniziato con il porno dopo aver iniziato la mia Graduation School (un percorso accademico post-laurea paragonabile ai nostri master, NdT) in scrittura e biologia ed ero già docente di inglese. Conosco numerosi performers porno con lavori differenti: meteorologi, disegnatrici di moda, allevatori, avvocati, scrittrici freelance, registe, infermieri, impiegate in organizzazioni no-profit. Giusto per dire solo di quelli che mi vengono in mente per primi. Si, ci sono performer del porno che – come molti scrittori, attori, eccetera – non hanno altro lavoro che quello e fanno fatica. E ci sono persone nel porno che fanno questo lavoro per necessità, per le cause più disparate.
Il punto non è affermare che fare porno per necessità è una cosa che non esiste. E non è nemmeno l’affermare che assolutamente occorre amare ciò che facciamo per farlo. Non tutti amano il lavoro che hanno e le sex worker non devono costituire eccezione, perciò le loro affermazioni, su questi punti, non possono essere forzate semplicemente perché nel loro lavoro c’è la parola “sesso”.
Il punto è invece che l’immagine che si ha del sex work dovrebbe essere multiforme. E’ un quadro necessariamente complesso e, nonostante ciò, gli attivisti anti-sesso vogliono udire da noi una sola voce e vogliono simbolicamente uccidere il resto di noi per ottenere i loro scopi.
- Recitare la parte delle vittime pur esercitando un ruolo di potere
Questo è il povero multimilionario Pat Robertson che parla di persone LGBT e si lamenta di come gli abbiano rovinato la vita: “A prescindere da quale sia il vostro stile di vita, loro vi vorranno simili a quel che sono loro. Vi faranno dire che vi piace il sesso anale, che vi piace il sesso orale, che vi piace la bestialità e prima o poi sarete costretti ad adeguare le vostre convinzioni religiose a quelle di questo gruppo aberrante di persone.” Si tratta di una dichiarazione tratta da un video su Youtube intitolato “I gay vi costringeranno ad amare il sesso anale e la bestialità.”
Altro esempio: una celebrità attiva nell’anti-sesso, i cui guadagni sono stimati intorno ai 10$ milioni, mentre quelli di Robertson sono intorno ai 200$ milioni, fu contestata sul web e la sua adesione al femminismo fu messa in discussione, quando tentò di rendere popolare una campagna il cui hashtag era #stopactinglikewhores (smettila di comportarti da puttana, NdT).
“Quando iniziai a parlare della ‘pornificazione’ della nostra cultura, fui accusata di essere antifemminista – questo non solo è inesatto, ma ferisce profondamente i miei sentimenti.”[7] – Bigotti anti-sesso.
Dopo di che ha pensato bene di produrre un film anti-porno di successo pieno di inesattezze, slut-shaming e apertamente contro le sex worker (il film è “hot Girls Wanted”, presentato al Sundance Film Festival nel gennaio di quest’anno, NdT).
Coraggio, coraggio, su! Anche i bigotti, pure quelli ricchi, hanno dei sentimenti.
Nel 2013 fui invitato a parlare al Corning Community College dello stato di New York dal gruppo LGBTQI del campus (EQUAL). Contratto firmato, conferenza confermata e… i membri dell’amministrazione (del college) cancellarono il mio intervento in conseguenza alle azioni degli attivisti anti-sesso. Gli studenti che volevano sentirmi parlare protestarono e gli organizzatori mi riferirono che gli anti-sesso iniziarono a intimidirli. Tenete presente che questi erano studenti LGBTQI di una piccola cittadina. Mi dissero che dalla direzione furono loro date istruzioni perché non facessero parola dell’accaduto con i media. “Spero tu ti renda conto che stai affrontando una questione più grande di te” pare abbia detto un membro dell’amministrazione allo studente che aveva organizzato il tutto. Lo studente mi disse che era stata “una conversazione dai toni assolutamente intimidatori.”
Io tirai dritto e tenni il mio discorso in una location fuori dal campus. Una volta andato via, volantini che condannavano EQUAL iniziarono ad apparire nel campus. Il messaggio sui volantini non era stato scritto da studenti, ma da un professore. In precedenza, a una componente del gruppo EQUAL fu chiesto di ritirarsi dal gruppo dopo che questa si era schierata con il punto di vista dell’amministrazione anti-sesso e con la decisione di cancellare la mia conferenza.
I volantini che apparirono nel campus affermavano che EQUAL “ha espulso un membro dichiaratamente lesbica della facoltà (me) solo perché ha supportato la decisione del presidente… lesbica femminista… ridotta al silenzio ed ignorata; dopo che la seconda ondata del movimento femminista ha discusso di come l’industria pornografica porti all’umiliazione di donne, uomini e bambini e conduca allo stupro e all’aggressione, soprattutto contro donne e bambini, trovo ironico il modo in cui un gruppo che ha prontamente protestato per la libertà di parola violata ha altrettanto prontamente provveduto a silenziare le voci di opposizione. Trovo ancora e senza ombra di dubbio indifendibile la partecipazione ad una industria che degrada e de umanizza gli individui e che è anche parte del sistema capitalistico che opprime e narcotizza le masse.”
Che il mio intervento fosse stato annullato non era abbastanza. E nemmeno l’intimidazione ai danni degli studenti. Ora agli studenti LGBTQI, pubblicamente insultati, veniva detto che era poco opportuno rifiutarsi di lavorare con un professore i cui interessi contrastavano direttamente con i loro, con ricadute consistenti sugli studenti stessi.
Qui non si tratta di sex worker che zittiscono chiunque dissenta.. Ci sono dissensi in abbondanza all’interno della nostra comunità e dei nostri alleati. E non si tratta nemmeno di semplice ignoranza o di fraintendimenti. Naturalmente l’ignoranza sta alla base dell’intolleranza. Ma l’ignoranza è miglia e miglia lontana da persone che costruiscono carriere sull’attacco alle sex worker, persone che hanno leggi anti sex work, legislatori, stigma culturale, mezzi di comunicazione e soldi dalla loro parte.
Non sono povere vittime.
E le loro parole non sono semplici “idee” o “opinioni”.
Se qualcuno mi chiama “frocio negro del deserto che attenta alla società, al matrimonio tradizionale e al diritto alla monogamia” non sarò così gentile da rispondere cercando di non ferire i suoi sentimenti “capisco che tu ti senta così. Credo che questo sito web di informazioni possa condurre a capire in quali questioni non siamo d’accordo. Spiegami le tue posizioni!”
Io non ci sto, io mi chiamo fuori. Non voglio che mi si colleghi in alcun modo al tuo messaggio d’odio, non voglio darti una base per alimentarlo. Io dico che non sei una vittima. E cesso qualunque coinvolgimento con te.
- Prefigurare scenari di apocalittica urgenza
“La Pornografia Raffigura la Fine del Mondo”, recita il titolo di una invettiva anti-porno. Il mondo di chi starebbe per finire? Di che mondo parlano? Come la maggior parte di coloro che vogliono salvare il mondo, prima di tutto i bigotti anti-sesso devono fabbricarne uno fasullo che rischia di essere distrutto. I membri del Ku Klux Klan fabbricano l’idea di una razza bianca pura che verrà distrutta, i fondamentalisti cristiani fabbricano una pura eterosessualità che sarà corrotta dai gay, i fautori USA della guerra fabbricano una pura democrazia minacciata dai musulmani, e così via.
La fine è vicina! Gli attivisti anti-sesso creano un mondo messo in pericolo dal sex work, sebbene un mondo senza sesso non sia mai esistito. Per essere certi che la fine sia sempre vicina, spostano i pali della porta. Non è il porno, dice una parte del dibattito, è la distribuzione!
Il video anticomunista, antigay, anti-porno Perversion for Profit, del 1965, afferma: “Pornografia e deviazione sessuale hanno sempre fatto parte dell’umanità. Questo è vero. Ma occorre ora considerare altre circostanze. Velocità di stampa, trasporti rapidi, distribuzione di massa, tutte queste cose combinate portano le più vili oscenità nelle mani di ogni uomo, donna o bambino della nazione.”
Nel 2015, un’attivista anti-sesso proclamava, con la sicumera di chi sta dicendo qualcosa di totalmente nuovo, che “il porno 15 anni fa in fondo era Playboy e Penthouse, per quanto sessisti di tutt’altro stile ed epoca. Oggi la pornografia è cambiata con rapidità impressionante ed è cambiata a causa di internet (…). La rete ha reso il porno a buon mercato, accessibile e anonimo”[8]
Dobbiamo agire con urgenza! Per salvare le nostre connessioni cerebrali dal porno online! Per salvare il desiderio dei giovani uomini! Per salvare le donne! Per salvare chiunque vogliamo controllare!
Tutte – si, tutte – le situazioni difficili che le sex workers devono affrontare sono create o esasperate dai bigotti anti-sesso e arrecano loro un danno diretto o indiretto mettendole a tacere, diffondendo informazioni sbagliate, intralciando i percorsi che portano all’educazione alla salute sessuale e alimentando lo stigma.
“Siamo qui per salvarti!” suona bene, almeno fino a quando la frase non venga detta in maniera completa: “Siamo qui per salvarti dalle condizioni dannose che noi abbiamo creato e che continueremo a perpetuare.”
Le sex worker vedono spesso il grande dolore che la distorsione dell’idea di sesso ha causato a così tante persone nella nostra cultura. Lavoriamo per trasformare quel dolore (provato da altri) in piacere. Qualche volta il dolore è sottile e quotidiano, è semplicemente un sentimento nascosto coltivato da un cliente o una voglia improvvisa che viene poi soddisfatta dalla visione di un porno. Altre volte si ha a che fare con un cliente chiuso all’interno di relazioni limitate o qualcuno che non riesce a fare sesso se non all’interno di uno scenario di sesso a pagamento o una persona con disabilità costantemente sotto tutela con nessun accesso al sesso se non con l’assistenza di una sex worker.
Sul lato opposto, gli attivisti anti-sesso trovano il loro piacere non già nel trasformare il dolore del mondo, ma rimestando in esso.
In una delle centinaia di interviste rilasciate – questa è solo una al di sotto dei 50 minuti, ma questo è il modo in cui parla sempre di queste cose – una nota bigotta anti-sesso parla del porno utilizzando le seguenti frasi:
“nel porno le donne sono troie schifose e qualunque cosa venga loro fatta non soltanto gli piace, ma l’hanno cercata ed è quello che si meritano…
“ho guardato un porno con una donna la cui faccia era talmente coperta di sperma che non riusciva ad aprire gli occhi. Era esausta, piangeva, soffocata, vomitava…”
“allo scopo di essere notate o, come uso dire, per mostrarsi chiavabili…”
“il miglior porno è quello in cui questa puttana, troia, mignotta o come volete chiamarla viene trapanata fin quando non ne resta più nulla”
“quando guardavo porno per scrivere il mio libro, ero letteralmente fuori di me. Ero quasi in lacrime sul pavimento. C’era una scena in cui c’era questo tizio che teneva la testa della donna dentro il water e nel frattempo la penetrava da dietro e già da qui si capiva che questo non sarebbe stato il peggio, infatti tenendole ancora la testa scarica l’acqua e inizia a gridare cose tipo ti scopo fin quando quel pezzo di merda non viene fuori dalla tomba… Io non potevo fare nulla, ero letteralmente senza forze ed ero come… ero come paralizzata.”[9]
Questa è la ragione per cui i bigotti saranno sempre fuori portata, illogici, perché non varrà mai la pena confrontarsi con loro. La loro ideologia falsa, priva di sostanza, è un nulla a cui però loro preferiscono credere. E’ miseria che gode di sé stessa, che si getta in lacrime sul pavimento perché è così che gli piace. E’ la rappresentazione teatrale di uno scenario vittimista che non avrà mai fine.
Le sex worker, le persone queer, alleati: rifiutiamoci di interagire o di dare ai bigotti anti-sesso una base di discussione. Sono troppo impegnati a trarre piacere dalle loro miserie per ascoltarci. La nostra partecipazione fornisce loro un interlocutore e quindi li legittima, li gratifica. Ci getteranno addosso il loro essere miserabili, forzatamente, inarrestabilmente e senza il nostro consenso.
Non lasciamoci coinvolgere. O, se decidiamo di farlo, riconosciamoli per quel che sono e facciamoci pagare per il nostro tempo.
[1] SHEILA JEFFREYS, The Idea of Prostitution
[2] JULIE BURCHILL, en.wikiquote.org/wiki/Talk:Julie_Burchill
[3] KATHA POLLITT, thenation.com/article/179147/why-do-so-many-leftists-want-se-work-be-normal#
[4] PETER QUALLIOTINE, kuow.org/post/seattle-john-school-educate-men-who-pay-sex
[5] “Secretely Radical,” /thenewbacklash.blogspot.com/p/7-swerf-and-terf.html
[6] MALIKA SAADA SAAR, YASMIN VAFA, TAINA BIEN-AIME, ELEANOR GAETAN, FAIZA MATHON-MATHIEU, TRACY SEFL, and AUTUMN HANNA VANDEHEI, politico.com/magazine/story/2015/06/the-truth-about-the -effort-to-end-sex-trafficking-118600.html#VXM1pGTBzGc
[7] RASHIDA JONES, glamour.com/inspired/2015/05/rashida-jones-can-a-feminist-like-porn
[8] GAIL DINES, youtube.com/watch?v=73QtOFS97fA
[9] GAIL DINES, youtube.com/watch?v=73QtOFS97fA
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1 pensiero su “Se sei contrario al sex work sei un bigotto”