Ancora su masturbazione infantile e censura da parte degli adulti.
Jenny, aveva cinque anni. Si sfregava il pube continuamente e la nonna materna, un giorno che faceva da baby sitter, ebbe la geniale idea di ustionarle le mani per farle capire che non avrebbe più potuto toccarsi. Jenny subì non solo il terrorismo psicologico della nonna ma dovette anche riparare le manine bruciate dopo che la nonna le avvicinò al fuoco della cucina a gas. Il criterio nonnesco era quello di far capire alla piccola che quel gioco era pressappoco una via per l’inferno e, per insegnarle quanto la destinazione fosse orrenda, quale soluzione migliore se non quella di anticipare alla bimba un esempio delle gravi ustioni che avrebbe subito nell’inferno?
Jenny ebbe paura di sua nonna fino a che quest’ultima non morì. Non lo disse alla madre, del tutto ignara della faccenda, perché la nonna aveva anche promesso, in modo ipocrita, che a Jenny bastasse quella punizione e perciò non ci sarebbe stato alcun bisogno di informare la mamma. Quasi che le facesse un piacere a mantenere un segreto tra le due. Se Jenny invece, forse, avesse allora confidato alla mamma che la nonna usava il fuoco come metodo educativo forse le cose non sarebbero esattamente andate così come le era stato detto.
Di quell’ustione non rimase che una minuscola traccia sul dorso della mano destra. Nulla di grave. Ma Jenny non poteva evitare di pensare alla punizione ogni volta che la guardava. Ricominciò a masturbarsi dopo molto tempo, anche se preminentemente Jenny preferisce farsi penetrare per avere un orgasmo dovuto a sfregamenti, perché se vieni censurata da piccola, una delle possibili conseguenze è il fatto che ti convinci che il sesso giusto, l’unico possibile, è quello a misura d’uomo. Perciò grazie alle donne, perfide, che ti insegnano a evitare di conoscere la tua sessualità, per affidarti semplicemente ai desideri di un uomo che non è detto sappia quel che vuoi tu.
Lei invece si chiama Noemi. Era molto piccola, non ricorda a che età, ma stava sul divano con suo padre. Lui la vide e urlò alla madre “guarda che sta facendo tua figlia… possibile che non ti accorgi di niente”? La madre rispose qualcosa come “e che sarà mai?” e il padre minacciò di portarla dal medico per sapere se la figlia stesse bene. Così tra madre e figlia cominciò una sorta di rapporto fatto di complicità che estrometteva il padre dalla cerchia. Lei era quella buona e lui quello cattivo. Di conseguenza Noemi si convinse che tutto quel che riguardava la sessualità non potesse mai manifestarsi in presenza del padre.
Ma gli uomini in generale le procuravano disagio, soprattutto quelli più grandi di lei. Noemi immaginò di poter continuare con il suo giro di esplorazione, nel periodo della pubertà, con l’aiuto di un coetaneo. Il coetaneo invece, tradendo la fiducia di Noemi, lo disse a tutto il vicinato e lei ne fu molto mortificata. Per la seconda volta la bambina capiva che gli uomini, i ragazzi, non avrebbero mai potuto condividere con lei la ricerca per una sessualità consapevole. Quando riuscì ad affidarsi ad un ragazzo, che le procurò piacere, Noemi aveva già compiuto 22 anni, perché i danni di una cattiva educazione sessuale sono anche questi.
Davvero perciò desiderate che i vostri figli si affidino ai vostri pregiudizi e alla ignoranza di tante persone per riuscire a capire qualcosa in più di se stess*?
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