Sembrava amore e invece era un incesto

Come si fa a raccontare qualcosa che non hai mai detto a nessuno? Ecco: c’era una volta mio padre, mia madre, mio fratello e poi c’ero anch’io. Quand’ero piccola abbiamo avuto seri problemi economici e siamo andati a vivere con mia nonna. La casa era piccola e ci stavamo a malapena. Mamma e papà dormivano nel lettone della nonna, la nonna si era sistemata in uno stanzino in cui a malapena stava una rete e un materasso, io e mio fratello dormivamo nel divano letto vicino la cucina.

Quando ci siamo trasferiti io e mio fratello abbiamo perso contatto con amici, compagni di scuola, vicini di casa. Abbiamo dovuto ricominciare tutto daccapo. Il fatto che non c’erano molti amici e per noi tutto fosse nuovo, scuola inclusa, significava per noi trascorrere molto tempo a casa, o seduti sul gradino davanti la porta vetro che dava direttamente sulla cucina. Contemplavamo il mondo, i passanti, le auto che sfrecciavano ad alta velocità. A volte riuscivamo anche a vedere uno spicchio di tramonto e nel frattempo io crescevo.

Ebbi le prime mestruazioni all’età di 11. Mio fratello ne aveva 16 ed era un bel ragazzo. Intelligente, spiritoso. Non gli mancava niente. Eppure era sempre così solo. Sbocciai con le mie forme, piccoli seni, piccoli fianchi. Un’espressione diversa. In un anno la mia altezza superò quella di mia madre e il mio posto letto rimase sempre quello accanto a mio fratello. Durante la notte, quando io dormivo, a volte lo sentivo lamentarsi, o almeno era quello che sembrava, un lamento, come se lui stesse soffrendo per qualcosa. Io non ricordo esattamente la dinamica ma credo che andò in questo modo.

Pensando di fargli piacere gli accarezzai la testa. Volevo confortarlo, chiedergli come stava. Lui invece afferrò la mia mano e la mise sul suo pene. La tenne lì mentre mi guidava a fare su e giù. Non sapevo cosa dire, cosa fare. Non sapevo niente in fatto di sesso e non sapevo se quello che stava succedendo fosse giusto o sbagliato. Quando eiaculò ritrassi la mia mano. Come se avessi toccato un ferro bollente. Lui si girò dall’altra parte e si addormentò. Il giorno dopo fu come se non fosse successo niente. Era un fratello che aveva usato la mano di sua sorella per farsi una sega. Credo lui abbia rimosso. A me invece non riusciva di dimenticare.

Qualche settimana dopo, tra risa e scherzi, mentre lui mi sfotteva per qualcosa e io gli davo cuscinate, mi disse che avremmo potuto rifarlo e che stavolta avrebbe potuto toccarmi anche lui. Avevo quasi 13 anni e mi masturbavo anch’io, anche se in modo davvero rudimentale. Mi strofinavo sul cuscino, su un’asciugamani arrotolata. Mi toccavo ma non credo di aver mai avuto un orgasmo. Non dissi niente e fece tutto lui. Di nuovo portò la mia mano sul suo pene e lui cominciò a toccarmi muovendosi con la stessa velocità delle sue sensazioni. Tanto più era eccitato e tanto più accelerava.

Concluse, di nuovo, e io, invece, non credo di esserci arrivata, però stavo bene, mi piaceva, e non mi sentivo in colpa perché quello era mio fratello e non poteva farmi male. Era mio fratello, quello che mi aveva tenuta in braccio, che mi aveva dato da mangiare, mi aveva portato a spasso e che mi accompagnava ogni giorno a scuola per poi riprendermi all’uscita. Era il mio compagno di giochi in casa, quello che mi conosceva bene e mi sfotteva, che mi faceva tanti scherzi e mi faceva ridere. Era il primo ragazzo con cui riuscii a fare un giro in motorino, stretta a lui e sicura che non mi sarebbe successo nulla.

Ora so che quello di cui sto parlando si chiamava incesto. Allora non sapevo niente, e tanti anni sono trascorsi ormai da quel momento. La storia è continuata fino a quando lui non andò all’università. Due anni in cui gradualmente abbiamo preso confidenza con i nostri corpi, abbiamo conosciuto i nostri punti deboli e poi abbiamo sperimentato cose che mi suggeriva mio fratello. Lui fece tutto, con me, meno che penetrarmi. Perché diceva che era sbagliato e che quella cosa mi avrebbe segnato a lungo. Invece tutto il resto, secondo lui, era assolutamente normale, facile da superare, per quanto in me causasse confusione. Per lui era facile, perché la sua timidezza verso il mondo esterno veniva risolta con me che non gli facevo alcuna paura. Per me fu molto difficile capire, andare avanti come se la cosa mi riguardasse, senza trovare mai le parole, senza riuscire a vivere quello che vivevano le mie coetanee, la scoperta del sesso, in un modo diverso, dove anch’io potevo decidere per me.

Mi vergogno molto a parlarne perché in quegli appuntamenti notturni c’ero anch’io e per quanto non si possa dire che io fossi consenziente in ogni caso ero confusa e provavo sentimenti molto contrastanti. Ebbi il primo ragazzo quando mio fratello andò via. Volevo provare le stesse sensazioni ma non ci riuscivo. Né quel ragazzo né altri che dopo sono venuti mi sono mai piaciuti sessualmente come mi piaceva mio fratello. Allora un giorno, quando io compii 18 anni e mio fratello ne aveva 23, andai a trovarlo nella camera in affitto che occupava in città.

Andai con una scusa. Dissi ai miei che volevo vedere come lui si era sistemato per poi essere facilitata quando sarebbe toccato a me andare all’università. Mancavano pochi mesi, d’altro canto, alla data in cui sarei partita anch’io e mio fratello mi accolse con un gran sorriso sulle labbra. Mi diede baci sulle guance, mi abbracciò, come si abbraccia una sorella, poi mi presentò la sua ragazza, e io ne fui gelosa, immediatamente. Lui disse che mi avrebbe lasciato il posto letto e che sarebbe andato a dormire da lei. Potevo restare il tempo che volevo, perché non c’era alcun problema. Invece il problema c’era eccome. Ero lì per lui e mio fratello mi lasciava sola, in un letto freddo e vuoto e in una stanza in cui tutto mi faceva sentire la sua mancanza.

Il giorno dopo lo chiamai e glielo dissi. Lo rimproverai per il fatto di avermi lasciata sola. Cominciai a piangere come una fontana e lui arrivò da me dopo mezzora. Gli dissi che ero lì perché nessuno mi piaceva quanto lui. Dissi che quando pensavo al sesso immaginavo solo quel che era stato con lui e dissi che avevo bisogno di una prova, una sola, per capire se avevo sublimato un ricordo, rendendo quegli attimi indimenticabili, o se invece fosse tutto un po’ più patetico, imperfetto, facile da superare.

Mio fratello rimase muto, a testa bassa, e per la prima volta vidi che si vergognava. Mi disse che era molto pentito, non avrebbe dovuto farlo e negli anni dell’università lui aveva rimosso tutto. Si sentiva enormemente in colpa per quello che mi aveva fatto e ora non sapeva davvero come aiutarmi. Gli dissi “toccami” e lui disse di no. Però promise che quella sera sarebbe rimasto con me, per abbracciarmi, cullarmi, come faceva un tempo, e farmi addormentare con il caldo del suo corpo vicino al mio.

Fui io a cominciare e stavolta non avevo nessuna intenzione di fermarmi. Tentò di sciogliere quell’abbraccio ma era tentato anche lui. Per la prima volta, tra me e lui, fu sesso consensuale, non so quanto consapevole. Piaceva a me e piaceva a lui. Perché ci conoscevamo bene e sapevamo tutto l’uno dell’altra. Perché l’odore, la familiarità, la calma che mi riguardava quando stavo con lui non erano barattabili con la sua assenza. Eravamo così, nudi, abbracciati, in un letto singolo, e ci addormentammo senza dire una parola.

Il giorno dopo presi le mie cose e andai via. La sua espressione era stracolma di sofferenza. Mi ero ripresa la mia capacità di scelta, gli avevo lasciato il senso di vergogna e la colpa. Non era giusto, forse, ma lui era più forte, poteva superarla assumendosene la responsabilità. La mia vita andò avanti. Andai all’università, conobbi un ragazzo che ora è mio marito da tanti, tanti anni, con mio fratello e sua moglie ci vediamo per le feste comandate. I nostri figli giocano, i miei sono tre, lui ne ha due. A volte ci ritroviamo seduti a osservarli e io so che entrambi pensiamo alla stessa cosa. E se accadesse a loro? No. Non succederà. Non succederà mai.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

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Comments

  1. No, non basta dire “non succederà mai”. Bisogna stargli dietro ai propri figli con l’educazione e l’informazione. I casi di incesto tra fratelli sono molto frequenti e la colpa è sempre di genitori che non sanno – o non ci pensano semplicemente – come mettere i giusti confini, come insegnare ai propri bambini che fratelli, sorelle, cugini sono membri della famiglia che devono restare al di fuori della sfera sessuale.
    Inoltre il ragazzo non era neanche piccolo, a 16 anni si è consapevoli di ciò che si fa quindi non si tratta solo di un incesto nato da una mancata educazione e condizioni spiacevoli.
    Quindi, vorrei dire alla ragazza del racconto, di ricordarsi che i bambini vanno seguiti ed accompagnati nel percorso di crescita soprattutto durante il periodo della pubertà e sperare e dire “non succederà” non basta per far sì che ciò che è accaduto a te non accada anche a loro.
    Se il coraggio di raccontare questa storia non c’è mai stato e lo si porta dentro come un segreto da confessare soltanto in anonimo significa che si riconosce l’errore dell’accaduto e quanti danni può fare una situazione del genere, quindi evitare il più possibile che ciò si ripeta.

  2. mi pare, ma chiaramente è un’impressione personale e tratta unicamente da questo racconto, che non ci fosse alcuna intenzione del fratello di fare del male alla protagonista del racconto. mi sembra la storia di due fratelli molto soli, questo sì, ma non ci vedo violenza. tanta confusione e un amore grande che non ha saputo esprimersi, piuttosto.

  3. Racconto veritiero e molto triste. Peccato per tutti e due! I misteri delle famiglie!

  4. Da ragazzino e da ragazzo desideravo la sorella più giovane di mia madre; lei mi respingeva, però nello stesso tempo mi derideva e mi faceva davanti i “balletti rosa”; cioè mi provocava crudelmente . Non riesco a spegnere l’odio che ho nutrito per lei, anche adesso che è morta.

  5. eh già, lo sospettavo da tempo.

  6. Io al posto loro, l’avrei fatto…si vive talmente poco !

  7. Tecnicamente non si può parlare di incesto, è violenza sessuale. Chiaro che non si intende violenza fisica quanto psicologica derivante da una posizione di autorità influente. Non cambia nulla e non serve da consolazione; rimane comunque un comportamento grave che, come ci è stato raccontato, lascia segni indelebili.

  8. Il riconoscimento dei figli incestuosi non ha nulla a che fare con la sacrosanta equiparazione tra figli legittimi e illegittimi…il divieto di riconoscimento degli incestuosi non era una cattiveria verso il figlio per un puro scopo moralistico, ma una necessità per prevenire la volontaria scelta di due persone (che sapevano di essere stretti parenti) e le gravi malattie genetiche che potevano derivarne al figlio…infatti se i genitori non sapevano di essere parenti (…casi rari) il divieto di riconoscimento non c’era nemmeno prima con la vecchia legge…ora siamo tutti più buoni e con la scusa del bene del fanciullo si legalizza una pratica pericolosa socialmente e sanitariamente ….pazzie dei tempi buonisti

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