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Fai sesso di gruppo? Se non dici che l’hai subito sei una zoccola!

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Vivo in un paesino di montagna di duemila anime. Qui ci conosciamo tutti. Non c’è modo di fare qualcosa senza che gli altri lo sappiano. Molte mie coetanee sono sposate e hanno fatto figli. Poi ci sono quelle che sono emigrate, perché lavorano, studiano, viaggiano, fanno sesso con chi vogliono, nel senso che non sono etero e qui non resistono. E poi ci sono io, tornata qui perché mia madre non stava bene.

I primi tempi trovavo bello poter respirare aria buona, fare passeggiate lunghe e godere del silenzio. Tutte cose che in una città ti puoi scordare. Poi sono diventata sempre più irrequieta. Mi mancavano gli amici, i miei tanti amori, l’aria sporca e perfino l’immondizia a volte sparpagliata sul marciapiede. Mi mancavano le serate fuori, fino a tardi, a bere e ridere con persone che conoscevo e il pianto arrivava spontaneo, perché anche le lacrime a volte hanno bisogno di respirare.

Dovevo inventarmi qualcosa per riuscire a sopravvivere. Altrimenti l’abbruttimento e l’apatia mi avrebbero resa più simile alla figlia della mia vicina, un po’ depressa, quarantenne, sola. La prima cosa che mi venne in mente fu quella di contattare persone che dalla città potessero venirmi a trovare, di tanto in tanto. Avrei potuto fare da guida per condurli a passeggio tra le montagne. Ma casa mia era off limits. Con mia madre in quello stato era meglio non sovraccaricarla di ulteriore stress.

Provai a capire se il bar della piazzetta volesse almeno un aiuto, un contributo. Avrei potuto occupare i miei sabato sera, e forse avrei conosciuto altre persone, a parte i vecchi che andavano lì a giocare a carte. Mi dissero che non avevano bisogno di nessun dipendente ma se volevo andare, come cliente, ero la benvenuta. Così una sera, dopo quasi sei mesi dal mio trasferimento, mi agghindai con un abbigliamento simil città e senza curarmi del freddo che gelava le mie cosce andai nell’unico punto di riferimento mondano del mio paese.

Lì conobbi un ragazzo che aveva 15 anni meno di me. Io 36 anni e lui 21. In città non sarebbe importato a nessuno, perché le donne come me non vengono valutate per l’età. Se piaci va bene così, qualunque età tu abbia. E invece in un paese la questione diventa di pubblico dominio e non fai neppure in tempo a capire se vuoi davvero viverti quella storia oppure no che già ti hanno affibbiato una serie di epiteti irripetibili.

Io e il ventunenne abbiamo fatto sesso per qualche tempo. Senza pretese. A volte senza dirci molte cose. Lui voleva me e io usavo lui affinché la mia permanenza in questo luogo risultasse meno difficile. Poi lui presentò il conto. Disse che mi amava e che voleva assicurarsi che io andassi solo con lui. Non si fidava di me perché mi conosceva un po’ e mi sentiva distante, così gli dissi addio, perché a me sembrava di essere stata chiara. Niente legami, niente promesse di amore infinito.

Qualche tempo dopo lo rivedo al solito bar, dove ormai sono una habitué. Mi presenta un paio di amici, anche loro residenti, per scelta, nel paese. Avevano un lavoro, si occupavano di edilizia e per andare altrove si muovevano in auto. Il mio ex amante mi dice che da quando non ci vediamo più non fa altro che masturbarsi pensando a me. Una lusinga, una allusione sessuale, qualcosa che mi fa sentire vulnerabile, comunque, perché da quando non lo vedo in realtà non scopo neppure io.

Mi lascio sedurre, senza molte esitazioni. Mi mette la mano sotto la gonna, mi bacia sul collo, poi fa un cenno agli amici e dice che noi saremmo andati a “parlare” altrove.

Il sesso con il 21enne era sempre stato molto appassionato. Non era stato con molte donne ma ci sapeva fare, sapeva come prendermi e c’era quel suo odore che stimolava i miei sensi. Eravamo nella stanza, arredata, della piccola casa lasciata da suo nonno defunto poco tempo prima. Il letto era gelato. Prese delle coperte, accese il camino, ci ritrovammo a baciarci davanti a quel fuoco e poi a stuzzicarci a vicenda fino a che lui, serio, non mi propone di invitare i suoi amici per farlo assieme a noi.

Lo guardo un po’ perplessa. Non era lui che voleva che io non andassi con nessun altro? Mi dice che però non stiamo insieme e che a lui andrebbe moltissimo l’idea. Chiedo se lui non è uno di quegli stronzi che per vendicarsi della ex la fa violentare dal branco. Lui dice che se la penso così allora non se ne fa niente. Era solo un’idea. Soltanto un’idea. E continua a baciarmi.

Ci penso un po’ e in effetti la cosa eccita molto anche me. Tre uomini a eccitarmi e farsi toccare da me. Perché no, mi sono detta? Ma si. Se io ci sto non vedo perché dovrei farmi qualcosa di brutto. Allora dico che va bene. Chiama i tuoi amici. Io sono disponibile. Detto fatto, dopo un po’ arrivano i due ragazzi, vent’anni l’uno o poco più, e si sistemano nello spazio che io e il 21enne avevamo preparato per noi. Ancora un po’ di legna nel camino, perché fa un freddo maledetto, e il 21enne mi accarezza e sposta la maglia che nel frattempo avevo indossato per ricevere gli “ospiti”.

I due mi guardano arrapati ma a me non interessa. Sono eccitata, mi piace quello che sto facendo. Mi lascio spogliare. Il 21enne conduce i giochi. Mi bacia, teneramente, mi accarezza. Sussurra al mio orecchio che questo è l’unico modo che ha per archiviarmi perché altrimenti continuerebbe a soffrire per me. Se mi vedrà fare sesso con i suoi amici lui mi guarderà come se io non fossi mai esistita, un po’ di carne da buttare, e io capisco, eccome se capisco. Mi suona tutto un po’ perverso e complicato, anche parecchio offensivo, ma in fondo lo capisco.

Il primo dei suoi amici si avvicina mentre il 21enne lecca la mia fica. Mi bacia i seni, le labbra, e sento che i suoi baci sono diversi da quelli del 21enne. Mi piacciono un po’ meno, c’è troppo umido, ma mi eccita lo stesso. Il secondo arriva quando il 21enne si sposta. Sono io che gliel’ho preso in bocca e l’altro mi tocca e gioca con il proprio pene, un po’ lo mette dentro e un po’ lo tira fuori. Sento le sue dita dentro di me. Credo voglia farmi squirtare. Ed è in quell’intreccio di corpi, carne, liquidi che godo e mi preparo a fermare quello che è un po’ frettoloso o a non concedere troppo all’altro che mi vorrebbe tutta per sé, conservando un posto d’onore per il 21enne che comunque sia mi piace sempre più degli altri.

Mi toccano cinque orgasmi, credo, perché dopo i primi ho smesso di contarli. Facevano a gara a chi mi avrebbe fatta venire meglio e prima. Sono stata leccata e baciata e stretta e penetrata molte volte. Sono stata accarezzata, voluta, desiderata, cercata, con le mani, con gli occhi, con le labbra, con la lingua, con il pene. Sono stata al centro della loro attenzione perché ero io la protagonista di quella storia e non c’era alcun dubbio che fosse consensuale.

Finì tutto con molte risate, per dissimulare un po’ di imbarazzo. Gli sfottò tra loro e io che mi sentivo complice. Non so come o perché ma scattò la molla dell’amicizia. Eravamo in confidenza e sembrava tutto andasse per il meglio. Pensavo ci saremmo visti ancora, forse, tutti insieme o con uno alla volta. Pensavo non si vergognassero di bere qualcosa con me al bar. Invece non fu così.

Un paio di settimane dopo, in quello stesso bar, un tale mi fece una strana battuta. Perfino il titolare mi guardava strano. Allora vado e chiedo che succede. Mi dice che, giusto perché mi conosce, è bene che io sappia che nel paese non si fa altro che parlare delle mie prodezze sessuali. Il paese è spaccato. Ci sono quelli che pensano che sono una troia e altri che pensano che io sia stata vittima di uno stupro di gruppo. Nessuno, pare, ha ipotizzato il fatto che io fossi consenziente e che mi fosse piaciuto.

Per essere accettata in società avrei dovuto dire di essere stata stuprata. Diversamente sarei stata targata in quanto zoccola per sempre, vita natural durante. Buttai lì un bel chissenefrega e me ne tornai a casa. Andò tutto liscio fintanto che le voci non raggiunsero anche mia madre. Mi fece una scenata degna di una tragedia greca. Come facevo a dirle che ero stata bene e che potrei rifarlo se mi capitasse? Mi chiese se fossi ubriaca, se mi avessero costretta o mi avessero messo della droga in un bicchiere e io dicevo di no e senza aggiungere altro le dissi di stare tranquilla. In fondo cos’era più importante se non che io stessi bene?

Mia madre invece provò a difendere il mio onore portando avanti la storia della droga nel bicchiere. Disse che ero stata più o meno stuprata e che ero praticamente una donna distrutta, dopo aver vissuto quell’esperienza. Fu un grande errore. Lei non si rendeva conto del fatto che tre figli di questa comunità, accusati di stupro, anche se solo a parole e non di fronte a un giudice, avrebbero immediatamente spinto la medesima comunità a schierarsi, a fare quadrato attorno a loro. In fondo ero io l’estranea, quella che era tornata in questi posti senza avere alcun legame con nessuno. Ero io la troia che se la faceva con un ragazzino di 21 anni. Ero io che volevo rovinare questi figli di mamma.

Così da un giorno all’altro mi ritrovai a essere targata come zoccola e a essere oggetto di battute e osservazioni e atteggiamenti di una violenza estrema. Non c’era modo di mancare un insulto quando andavo a fare la spesa, o andavo dal medico per mia madre. Ogni luogo era pieno di gente che sapeva di me e delle mie presunte bugie. Un bel giorno mi fermò il 21enne e mi chiese, incazzato, perché mai io avessi raccontato una cosa del genere. Gli spiegai com’era andata e lui non si assunse mai la responsabilità delle voci messe in giro che costrinsero mia madre a improvvisare una difesa.

Glielo dissi chiaro e tondo: avreste potuto tenere la bocca chiusa, essere più discreti. Lui indicò gli amici come responsabili del pettegolezzo e già che c’era mi chiese se volevo fare un giro con lui perché gli mancavo. Lo guardai come si guarda uno stronzo che resiste in fondo al cesso mentre tu tenti di scaricargli sopra litri d’acqua.

Passò del tempo, mia madre morì, io rimasi in quella grande casa, da sola, e allora dovevo scegliere se restare o andarmene, di nuovo. Ero tentata di vendere la casa e comprare in città, ma poi perché? In fondo quella casa era il mio riparo, e la città cominciava a mancarmi sempre meno. È un paesino di duemila anime ma dove potrei trovare le fiction piene di suspance che fabbricano qui. Cominciai a ragionare sul progetto dell’ospitalità e dei giri come guida su per la montagna. Misi a posto alcune camere, riarredai spazi che non mi piacevano e chiesi la licenza per un bed & breakfast.

Lavoro qui, ormai, da cinque anni. Ho conosciuto tanta gente, soprattutto stranieri, che arrivano qui e che non sanno assolutamente nulla di me. Sono io che con i miei 44 anni invento giochi, spazi, pranzi, passeggiate, e rendo le vacanze di chi mi paga davvero indimenticabili. All’insegna della massima intimità, come fossimo un gruppo di amici, con tanti tra quelli persi che tornano a trovarmi, ora che sanno e che possono godere anche della mia aria.

Di tanto in tanto vedo il 21enne che lavora o cammina e qualche volta mi fa un cenno di saluto, perché che lui lo voglia o no io sono e resto sempre la donna – libera – più desiderabile di questo posto. Ah, dimenticavo: mi sono innamorata di un escursionista inglese. Vive con me, ormai. E di quel che dice la gente non gliene frega nulla.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata.

2 pensieri su “Fai sesso di gruppo? Se non dici che l’hai subito sei una zoccola!”

  1. Ma non si rendono conto che questa è la causa del fatto che alcune sono costrette a denunciare falsamente un uomo per stupro?

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