Oggi sulla pagina facebook di Abbatto i Muri era sorta una polemica tra chi diceva che non amava appellativi di sorta per se stessa, perché vuole solo essere persona, senza sparire nel bel mezzo della montagna di stereotipi sessisti in rosa o azzurro e chi, invece, subendo l’accusa di sessismo introiettato, sentiva così negata la propria scelta autodeterminata in quanto trans, ftm o mtf. La discussione è stata rimossa, credo (perché non la vedo più) da chi l’aveva aperta. Avevo comunque invitato chi, da trans, si sentiva offes@ per la necessità negata a scriverne e spero che la discussione possa aver luogo in modo sereno e senza rimuovere il conflitto.
Dal canto mio provo a raccontare un po’ di cose lette qui e là per dirvi cosa bolle in pentola, come la pensano alcune femministe o altre ancora e come e perché a certe loro posizioni i/le trans abbiano reagito con grande rabbia e indignazione.
Il femminismo che vede come un traguardo quello di poter riottenere cittadinanza nel corpo e nella sensibilità femminile, dapprima colonizzati dal maschile, non capisce perché una donna voglia transitare per diventare un uomo, per esempio. Qualcuna dice che transitano perché avrebbero interiorizzato un bel po’ di sessismo che le fa sentire inadeguate se costrette nei corpi di donna. Qualcun’altra dice che la donna che cambia sesso lo fa per occupare una posizione di privilegio, quella che secondo alcune è esclusivamente maschile (non del capitale, ma dei maschi in quanto tali), e dunque diventa di per se una traditrice, una nemica delle donne che giammai può essere chiamat@ a partecipare alle lotte delle donne.
Perché, dice qualcuna che arriva dalla scuola del femminismo della differenza o del femminismo radicale, una donna dovrebbe voler cambiare sesso? E quando si chiedono questo mostrano lo stesso atteggiamento fobico e corporativo dei maschi etero che innescano la fobia per i gay. Sono Donnacentriche (potremmo parlare di donnacentrismo). Se donna nasci donna rimani. Puoi anche dichiarare che tu ti senta “persona” ma sempre donna o uomo devi comunque restare. Come se i/le trans non fossero persone o come se tutta la nostra discussione dovesse bloccarsi su una lettura binaria, rigida, in cui solo a due sessi, uomo e donna, e a due generi, femminile e maschile, è permesso esistere.
L’altro argomento, un po’ più complesso e interessante, è quello che pone una contraddizione: se io che sono donna mi batto affinché non mi si accreditino ruoli scelti perché starebbero nella mia “natura”, perché i/le trans inseguono una sorta di progetto “naturale”? La risposta in genere è molto semplice, al di là dei diversi punti di vista. Io posso essere quel che voglio. Il genere è una costruzione sociale ma il desiderio, la sessualità, la visione che ho di me, sono un’altra cosa. Potrò tentare di ottenere uno status che mi somiglia di più, recupero quel che la biologia non mi ha dato o che mi hanno tolto, nel caso delle mutilazioni di persone intersex, ma questo cosa c’entra con i ruoli che dovrò rivestire nella società?
Solo chi pensa che diventare donna significhi scimmiottare una madamina anni ’50 che pulisce casa e cresce il figlio o che diventare uomo significhi non lavarsi, fare lavori forzuti, e già che c’è, anche picchiare la propria moglie, può concludere che il passaggio riguardi una retrocessione culturale. Per me, per lei, per altri.
Negli anni la transizione di persone da un sesso all’altro ha creato non pochi problemi, perché, per l’appunto, c’è chi l’ha vista come come un regresso potentissimo rispetto alle lotte delle donne. C’è una componente del femminismo della differenza che quando parla di trans parla di travestitismo. C’è una componente del femminismo radicale che è chiaramente transofoba e a parte organizzare eventi solo per donne/donne, biologicamente parlando, al punto che tra un po’ nelle assemblee ti chiedono di portare un assorbente sporco del tuo sangue per provare che sei mestruata, considera le trans, da uomo a donna, delle vere e proprie nemiche. Infiltrate nei movimenti femministi. Insultate perché copierebbero i peggiori stereotipi sessisti che le donne tentano di scrollarsi di dosso da tempo. Usano la chirurgia plastica, labbra finte, bocce finte, alcune osano perfino tenersi il cazzo, giusto perché così è chiaro il perché dovrebbero rappresentare delle nemiche. Figure erotizzate, dive, prostitute, pagate e sex workers per scelta e si ignora che larga parte del mondo trans, al di là di ogni moralismo, è fatto di persone che non sempre possono permettersi i ritocchi estetici o non sempre sono così come quelle che appaiono in televisione. Sono persone comuni, che lavorano, fanno ogni tipo di lavoro, sex working incluso, studiano, vivono, o hanno problemi di precarietà, si innamorano, tentano di avvicinarsi ogni giorno di più all’idea che hanno di sé.
Ora, il punto è, sperando di non aver detto qualcosa di sbagliato e premettendo che mai bisogna parlare sostituendo la voce di qualcun@ con la propria, se tu sei donna e cerchi un modo per liberarti da costrizioni, sessismi, culture che ti ingabbiano in un modo o nell’altro, praticherai la lotta che ti riguarda. Quello che non capisco è dove e quando accade che nella tua lotta senti anche la necessità di dettare ad altr* la tua visione morale. Io lotto affinché chiunque sia liber@, anche se userà quella libertà per fare quel che io non farei mai. Posso, in una sorta di delirio di onnipotenza, sperare di plasmare un mondo interamente simile a me?
Allora io sono donna, uomo, queer, etero, lesbica, bisex, gay, trans, puttana, ricchione, travestit@, intersex e quel che faccio o scelgo a te non riguarda affatto. La mia lotta non può essere la negazione della tua. Non so se ho ben spiegato. Spero di si e vi invito a partecipare a questa discussione, qui sul blog, sulla pagina facebook, o scrivete la vostra opinione e me la inviate via mail così la pubblico (abbattoimuri@grrlz.net). Ma nel descrivere quel che pensate vi raccomando di parlare di voi stess*, perché di quello che voi pensate delle lotte degli altri si può fare a meno e perché le lotte non possono mai diventare luoghi di attraversamento e contaminazione reciproca se non a partire da sé. E dunque: voi che ne pensate?
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Io sono un ragazzo ftm femminista radicale.
Ho il seno e la vagina, ma sono un ragazzo.
Si, avete capito bene.
Sono un ragazzo.
Sono nato femmina e mi sento un uomo.
Ho scoperto la mia identità di genere fin dai primi anni dell’infanzia.
Spesso mi trovavo a chiedermi perché non fossi nato maschio.
Rifiutavo quella parte anatomica femminile, e mi identificavo NON nei RUOLI DI GENERE maschili, ma in un corpo maschile.
Desideravo tantissimo avere il pene al punto che me lo sentivo (effetto arto fantasma), per questo guardando un ragazzo che si masturba o toccandolo, percepivo il suo piacere su di me.
Tuttavia non ho nulla a che fare con il ruolo di genere socialmente previsto per i maschi.
Del resto, ora che sono un FtM femminista e antibinario, ho capito che i ruoli di genere sono nocivi tanto per le donne, quanto per gli uomini, indipendentemente dal genere di elezione.
Da bambino indossavo vestiti femminili infatti, ma mi sentivo comunque un maschietto – e desideravo fortemente avere un corpo maschile –
Ovviamente ora so che se ti piacciono i vestiti o i giochi da maschietto piuttosto che quelli da femminuccia, non è indice di disforia di genere.
Ma il modo in cui percepisci il tuo corpo come “non tuo”, è indice di disforia di genere.
E io non ho mai percepito il mio corpo come mio.
Mi sono sempre sentito in una gabbia perenne.
Intrappolato in un corpo non mio, che mi nasconde, che mi costringe in una vita non mia.
Io mi accetto per quello che sono. Sono un transgender ftm, e resto una PERSONA, ma ho bisogno del mio corpo per vivermi.