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La sala operatoria, lo shuttle e le calze anti-trombo

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Giusto un aggiornamento, per chi mi pensa e si preoccupa per me. Anche per far notare che i miei neuroni non si sono ancora spenti.

Il giorno prima dell’intervento, mentre seguivo tutte le indicazioni date dai medici, mi sentivo prossima a una sorta di cataclisma. Qualcosa di irreversibile, senza ritorno. Affronto il ricovero, rivolgendo uno “scappiamo” a chi mi accompagnava.

Mi fanno entrare, chiedo: ho un letto? Perché con la sanità non c’è mai nulla di certo. Però pare che io debba portarmi delle medicine da casa, le dovrò acquistare e se sporco poco è meglio.

Diversamente dal reparto, un po’ in stile vintage, la sala chirurgica sembra una zona di decollo di uno shuttle. Al centro c’è un affare che ruota su se stesso, si riposiziona, ti scaraventa in qua e in là, perché oramai non sono i medici che si muovono per arrivare a te ma sei tu che arrivi da loro. Dopo aver superato una prova di simulazione antigravitazionale, e ci scommetto che la Cristoforetti non sa di avere così tante colleghe sommerse, mentre continuavo, sottovoce, a ripetere “ho una leggera nausea”, trovandomi crocifissa e in perpendicolare, assumo droga – legale – anestetizzante, roba che non puoi scherzarci sopra, perché se l’anestesista sbaglia la paziente non si risveglia.

Prima della droga ho un ulteriore aneddoto. Di porno ospedaliero vi avevo già parlato. La cosa non risparmia neppure la sala operatoria. Mi mettono un camice verde, legato sul davanti, legato si fa per dire, e con le maniche lunghe. Arriva un’infermiera che cura la fase preoperatoria e mi strappa via le maniche, i legacci sul davanti e sostanzialmente resto nuda con le tette che penzolano in perpendicolo, le cosce aperte, ché sennò come facevano a mettere il catetere, qualche lieve danneggiamento alla piattaforma base del prossimo movimento politico (movimento pelvico), e dopo un po’ di ore l’intervento era finito.

Vi avevo detto che sarei stata una cyborg e tale sono diventata. Tubi per drenaggi, sondini al naso, catetere, più buchi in vene nelle quali veniva buttato giù di tutto e, dulcis in fundo, le calze pre, durante e post operatorie che dovrebbero evitare trombosi o cose del genere.

I medici comunque sono bravissimi e simpatici e mi fanno mandar giù di tutto senza istigare troppe domande. Mi chiedo se va bene uguale se firmo il consenso informato con il mio nome Eretica. Fuori dalla zona delle sale operatorie diversi parenti in attesa. Non so perché ma mentre mi addormentavo ero preoccupata che qualcuno, un fioraio, un tombarolo, gente senza scrupoli che raccatta gli affari in punto di morte, avesse avvicinato chi era lì per me. Fortunatamente non è successo, o forse si erano dileguati perché in quella mattinata tutte le persone operate, ciascuna dall’equipe di un grado diverso di specializzazione, erano uscite dalla sala operatoria, me compresa, ancora vive.

Se non ti svegli proprio in formissima, per prudenza, ti catapultano in terapia intensiva. Quel che ho capito è che si tratta di un posto dove praticamente l’infermiera è attaccata alla tua pelle e ti monitora per ore e ora. Il vantaggio? C’era la televisione. Lo svantaggio? L’infermiera guardava cose inguardabili.

Il resto ve lo risparmio, a meno che non amiate i racconti splatter. Ma su una cosa, però, vorrei attirare la vostra attenzione. Vi dicevo delle calze che io ho visto addosso alle persone con i corpi più diversi. Grasse, magre, toniche, morbide, alcune si tenevano a malapena in piedi e altre camminavano spedite. A voi pare normale che le pubblicità di queste foto mostrino perfette gambe da modelle, bontà loro, che vengono illustrate sulla confezione che ti danno? Cioè: tu sei lì, non sai neppure se di te resterà qualcosa o meno, hai già fatto testamento e hai chiarito che vuoi donare tutti gli organi meno quelli che non funzionano affatto, e questi ti mollano cosce degne di una danzatrice classica? E che vorrebbe dire? Che se indossi quelle calze ti sentirai strafiga e leggera?

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Non so, ma a me, tra tutte le cose che in questi mesi ho visto e vedrò ancora, la gente più stravagante e poi la tua normale condizione di perdita del senso della privacy, giacché nessuno più ti chiede, né i medici o le infermiere, né i tirocinanti, se si può scoprirti il culo, tirarti fuori il catetere a porte aperte o chiuse, se si può medicare la ferita facendo in modo che il mondo abbia una ottima vista al centro palco, ecco, tra tutte queste cose, che ho affrontato con molta ironia, quest’altra della calza in gamba sexy mi ha infastidito. L’unica nota comica che trovo sta nel fatto che la calza “antitrombo” in realtà non ti impedisce di trombare, ma lì siamo su un altro piano. Ordunque: senza moralismi, volerci rappresentare tutte come copie di quel modello di donna, mentre tentiamo di recuperare quel che di noi ancora esiste, è una cosa buona? Ditemi voi.

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13 pensieri su “La sala operatoria, lo shuttle e le calze anti-trombo”

  1. Tutto quello che accade nelle sale operatorie resterà sempre un mistero (a meno di non svegliarsi improvvisamente e trovarsi addosso gente che pompa e suda allegramente). Sono daccordo con te per l’eccesso di manipolazioni senza consenso ma, scusante ormai nota, questa gente vede nudità giornalmente da non farci più caso (fonte non certa). L’importante è che tutto è andato bene e che sei tornata a scrivere. Buona ripresa. 🙂

  2. Quando sento racconti ospedalieri mi sale il brividino lungo la schiena, perchè per me quasi sempre sono esperienze disumanizzanti e io non me le vivo bene, ti ammiro per la tua forza, ti ammiravo già prima per la forza delle tue idee. Dopo aver letto questo pezzo , anche per la tua fibra fisica e morale… Trovi lucidità per scrivere subito dopo un’operazione, trovi spunti che non riguardano solo te stessa, in un momento in cui il tuo corpo ,probabilmente, vorrebbe tutta la tua attenzione. Tieni duro , donna cyborg, perchè sei unica!

  3. Ma puoi scegliere quale modello indossare?L’ultimo sulla destra, quello che lascia scoperte le dita dei piedi, è senza dubbio il più sexy. Bentornata 🙂

    1. no no, te le danno loro. a me è toccato un modello bianco. ma le punte scoperte ci sono in tutte. non so a che servono ma qualcun@ le usa come può 😀
      bentrovat@ anche a te car@ :* ❤

      1. perché le antitrombo vere sono solo quelle bianche la prima volta che le ho viste in pubblicità, cercavo calze a compressione graduata, mi sono venuti film soft porno alla alvaro vitali .. le punte scoperte credo siano perché essendo davvero compressive potrebbero creare problemi alle dita

  4. ben tornata 🙂
    più informa, blogghisticamenre parlando, che mai.
    Sulle calze, penso che, vogliano incutere un senso di ottimismo (sai per quella cosa del condizionamento della pubblicità) non vediamolo sempre al negativo.
    Anche chi è malata ha bisogno di sentirsi ” coccolata” dalla pubblicità;)

    1. concordo ..toglierli la cosa che son da malate o con problemi . poi si sa che non si han gambe così fighe .. ma almeno ci rinviano ad una immagine sensuale pur con queste addosso e direi faccia bene all’amor proprio

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