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#Irlanda #Yes – Ho visto Dublino

Foto dall'Irishtime.com
Foto dall’Irishtime.com

di Antonella

Ho visto bandiere rainbow ovunque. Dublino come un immenso arcobaleno. Scritte di incoraggiamento e sorrisi a chi ha volantinato senza sosta, a chi proponeva una firma in uno dei tanti banchetti, a chi voleva un badge in più. Colori dell’anima. Non solo ieri. Nei mesi passati. Ogni giorno. Questa vittoria è partita da tanto lontano. E ieri c’era pure il sole.

Ho visto intere strade invase da una folla che aveva voglia di festa e basta e birra a fiumi e voglia di ballare e di ridere e di baciarsi e tenersi per mano senza curarsi di chi guarda, che poi la lotta non è finita ma insomma ieri no: ieri era tempo di gioia. E oggi pure. E domani. Perché è difficile smettere di sorridere dopo un giorno così.

Ho visto genitori portare tra la folla i propri figli, bambini sorridenti, nessuna paura di un contagio gay di una lobby gay di una minaccia gay di un mondo gay di mostri gay di poveri gay di hotantiamicigay. Solo genitori capaci di empatia e solidarietà, persone tra le persone, genitori di bambini che potranno un giorno certo raccontare di ricordarselo quel giorno là e mostreranno foto ai loro nipoti, forse, chissà: avevano una fascetta arcobaleno sulla fronte e le loro mamma e papà ridevano con loro.

Ho visto adesivi e pin con “Yes” e “Tà” su giacche, t-shirt, zaini, borse e altro di CHIUNQUE. Ieri Jules su mio invito ne ha messo uno su ciascun capezzolo (sulla maglia, certo). Perché se non è erotica non è la nostra rivoluzione. Perché è vivi e lascia vivere, ma soprattutto godi e fai godere. E se c’è chi non lo capisce pazienza. Non sanno che si perdono.

Ho visto una coppia di cinquantenni in mezzo alla folla caotica, all’angolo tra Dame e Parliament Street. Mi ha colpito il loro stare muti in mezzo al caos. Un silenzio lungo una vita. Ma che da ieri sarà un’altra vita. Si guardavano, solo, gli occhi pieni di lacrime. Ho lacrimato anch’io, scusandomi con Jules. Perché immagino certe commozioni alle nuove generazioni sembreranno misteriosamente patetiche. Finalmente.

Ho visto nel pub il megaschermo installato come per una finale dei mondiali. Eravamo là a bere e chiacchierare come possibile, volume altissimo e diretta tv con le immagini incessanti della festa, della folla radunata al Castello. Una signora si avvicina a Jules e Leo e li abbraccia e si informa della loro nazionalità e sorride loro, poi presenta loro suo figlio, un ragazzone con la zazzera rossa che sembra appena uscito da un campo di rugby, goffo, tenero e mi sa ubriaco. La signora è piccola di statura, tozza, felice anzi no: raggiante. Non so cosa stia dicendo ai miei amici, io sono poco più in là con una birra in mano. Ma davvero devo spiegarlo?

Ho visto la folla dentro il pub urlare esultante quando dal megaschermo la rappresentante del governo ha letto (prima in gaelico irlandese e poi in inglese) le cifre ufficiali della vittoria. A sottolineare la schiacciante percentuale finale ha provveduto anche un tweet di ieri di un ministro della Repubblica: non è stato solo “Yes”, è stato un “F*CK YEAH”.

Ho visto la gente che non ne voleva sapere di andare da nessuna parte, assiepata sui bordi delle strade a rallentare paurosamente il traffico. E le auto passate e strombazzare alla vista delle bandiere e la folla a rispondere ruggendo, esultando, con le braccia e le birre e le bandiere in alto. Mentre dai finestrini aperti pugni chiusi e segni di vittoria. E questa specie di rito compiersi decine e decine di volte. Mai stanchi. Ogni auto. Di nuovo. Ancora.

Ho visto il manutentore del palazzo in cui abito. L’ho incontrato attraversando Millennium Bridge, mentre andavo nella parte sud della città. Lui con la sua bici tornava verso casa. Mi ha apostrofato in italiano, come suo solito “Buonasera signorina!”. L’ho salutato cordialmente, come faccio sempre, nonostante abbia la pessima abitudine di chiacchierare per intere mezzore di cose di cui nulla mi interessa: “Ciao, come va?”. E mi ha spiegato che insomma, si, era un brutto giorno, non lo sapevo?

Gli ho chiesto perché. E quando mi ha spiegato che ‘certa gente’ aveva vinto io l’ho guardato e ho detto che a me andava benissimo, invece. E lui quindi si è sentito in dovere di spiegarmi che le persone omosessuali non sono altro che il risultato di strani interventi chimici di una misteriosa lobby mondiale che vorrebbe così contrastare il problema della sovrappopolazione. Quindi io ci ho provato, giuro, a non scoppiare a ridere. Ma non ci sono riuscita. Anche se gli ho detto “questa è la tua opinione e la rispetto, ma io credo che l’Irlanda abbia fatto la cosa giusta”.

Spero sia oggi un po’ più chiaro a tutti, oggi, che i mostri stanno solo nella testa di certe persone. E ci provo, giuro, a provare compassione per loro. Ma invece no. Invece vorrei solo stessero zitti e zitte, chiusi nel loro mondo pieno di orrori. E ci lasciassero vivere nel nostro. Oggi un pochino appena meglio di quello di ieri.

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2 pensieri su “#Irlanda #Yes – Ho visto Dublino”

  1. Ho notato che i partiti politici irlandesi che hanno invitato a votare si per i matrimoni gay si apprestano a votare una legge che introducendo il modello svedese renderà illegale la prostituzione ciò significa che se da un lato vengono riconosciuti sacrosanti diritti ai gay dall’altro lato vengono negati altrettanti diritti alle sex workers che rimangano in Irlanda la categoria di persone maggiormente discriminata.
    Trovo tutto ciò incomprensibile e spero che un giorno ci sarà un referendum per riconoscere anche i diritti delle prostitute irlandesi.

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