Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

Da grande volevo fare la puttana

Da grande volevo fare la puttana. Perché sono cresciuta con le immagini di donne radunate attorno a un fuoco, in festa e sorridenti mentre aspettavano i clienti. Sono cresciuta in mezzo a queste donne che dominavano la strada, conoscevano i passanti e udivano le voci di chi perdeva la pazienza. Quando dalla signora all’angolo venivano urla, e si sentivano botte, allora una puttana urlava il nome di quella compagna intravista sul balcone e diceva che era ora di cantare. Consuela, scendi a basso e vieni a cantare con noi.

Come cantava bene quella con i capelli neri, gli occhi chiari come il cielo e la bocca carnosa e rossa. Mia madre mi strattonava passando davanti a lei perché diceva che la fissavo troppo. Invece io mi sarei fermata a guardarla per giorni interi. Quando nella mia casa partiva l’ora della noia io mi affacciavo al balcone e quella presenza numerosa di voci, sorrisi, parole, ancheggiamenti e balli mi accompagnava fino a tarda sera. Volevo fare la puttana perché l’umanità di quelle donne era grande e non ho mai visto tanta vitalità salvo nei loro sguardi.

Quando passavano i ragazzini, discoli, in special modo quelli che avevano voglia di dare fastidio al mondo, c’erano le donne a farci da sentinelle, con una protezione inusuale perché non prevedeva armi, gendarmi e spari. Se c’era la vecchia puttana che non poteva più lavorare le altre la trattavano da madre, e la nutrivano, e la lavavano, e le vedevi a sistemarla sulla sedia fuori la sua porta, con i piedi dentro la bacinella piena d’acqua, per sopportare il caldo, e tutto quel vociare attorno.

Volevo fare la puttana perché la prima volta che io sentii parlare male del matrimonio fu da loro. Ma che ti sposi a fare, mi dicevano, tu devi studiare e diventare importante, e poi vieni a trovarci e ci porti i regali. E avrei voluto tanto che quel sogno si avverasse e che in quell’incrocio, tra le stradine strette, fossero ancora le mie amiche di una volta. Avrei voluto dire a queste tante sorelle e madri che sono davvero andata a scuola, ho studiato e ho preso una specializzazione e in ogni caso, anche più tardi avevo sempre voglia di fare la puttana. Avevo nostalgia di quel calore e dei loro racconti, di quelle donne e di quello che per me rappresentavano, ché erano state più presenti, forse, dandomi esempio della vita, di quanto non fu mai la mia vera madre.

Quello che infine sistemò un po’ le cose fu l’aver scoperto di poter essere una cliente come tant*. Andare a prendere una donna e portarla a casa. Sentire i suoi racconti, godere dei suoi abbracci e fare notte ridendo e divertendoci. Quel che mi fece bene fu l’aver dormito tra le braccia di una signora della strada. Come se mi trovassi a casa. E c’era qualcuna a dirmi che volendo avrei potuto fare quel mestiere. Avevo la capacità di farlo ed ero bella, ma conveniva farlo a casa, perché guadagni di più, aggiungevano. Il fatto è che a casa non avrei potuto godere di quello straordinario mondo, non avrei fatto parte di qualcosa, e io volevo ritrovare una famiglia.

Un giorno presi e andai a bussare in un bordello. Ce n’erano tanti dove sto io e accoglievano donne di tutte le nazioni, lingue, origini, religioni. Un po’ come quell’altra che a suo tempo bussò forte in convento. Dissi che volevo una casa ed ero disposta a lavorare. Dissi che volevo fare parte di quel mondo e la tenutaria disse di si all’istante. Così, poi, non vedevo l’ora di finire coi clienti per poter stare con le altre. Mangiare dallo stesso piatto. Ridere dei tipi buffi, ritrovare quella complicità, la sorellanza che era ed è spontanea tra quelle come noi. Mi sono fatta un nome nel settore e sono riuscita ad aiutare altre grazie ai miei saperi.

Poi, con i soldi guadagnati, sistemai casa di mia madre. Un po’ di stanze per le mie nuove amiche e un ingresso d’accoglienza. Balconi in strada per cantare alla luna e mi feci dare una licenza per mettermi in proprio. Abbiamo fatto una cooperativa, non so come la chiamate voi in Italia, ma qui da noi è una associazione in cui tutte guadagniamo allo stesso modo e pranzo e cena sono i momenti del nostro riposo. Così, tra donne che non parlano bene la mia lingua e concittadine, tra lesbiche innamorate che lavorano pur restando insieme e trans che con difficoltà trovavano un posto in cui abitare, io ho ritrovato la mia bella famiglia.

Non sto in Italia e quel che faccio qui è legale. Vorrei augurare alle colleghe del paese tuo di trovare famiglie belle come la mia, perché non ci si può fidare di nessuno, a parte che della famiglia che tu hai scelto. O no?

Ps: è una storia vera. Grazie di averla raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

http://animalnewyork.com/2013/street-art-campaign-demands-sex-worker-rights-in-argentina/">STREET ART-LIKE CAMPAIGN DEMANDS SEX WORKER RIGHTS IN ARGENTINA
STREET ART-LIKE CAMPAIGN DEMANDS SEX WORKER RIGHTS IN ARGENTINA

Leggi anche:

 

5 pensieri su “Da grande volevo fare la puttana”

  1. Non ho capito di quale paese si tratti, ma credo che questa soluzione – cooperative gestite dalle stesse prostitute – sia l’unico modo per salvaguardare il benessere delle persone che desiderano fare questo mestiere e in qualche modo aiutare anche le vittime di sfruttamento che vogliono uscirne. Sono fermamente convinta che si possa far uscire questo mestiere dallo stigma sociale, e che chi vuole esercitare debba avere delle leggi che glielo consentano, in tutta sicurezza; eppure il modello tedesco, da quel che ho letto, non ha fatto che trasformare i papponi in manager nei rispettivi bordelli, in qualche modo legalizzando la tratta. Le cooperative sarebbero la giusta via di mezzo, perché non ci sarebbe un “capo” che non esercitando la professione faccia solo ed esclusivamente i propri interessi.

  2. da piccola mia madre e molta gente parlavano male della puttana, sarà per questo che mi ha incuriosito sapere come era essere puttana….da grande l’ho fatto e ho pensato che era bello e le malelingue si esprimevano così per gelosia e invidia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.