L’Irlanda ha votato si al referendum per il matrimonio gay. Molti e molte festeggiano. Tante persone dicono che è meglio che niente e in Italia il tono è del tipo: magari si potesse fare anche da noi. Accanto a queste e altre reazioni ci sono anche delle perplessità che provo a mettere assieme raccogliendo le riflessioni di due persone che mi hanno scritto.
Scrive Meggy (e QUI trovate la discussione che è seguita a questa riflessione):
“L’Irlanda ha votato sì al referendum sul matrimonio gay e questo viene indicato come un grande passo in avanti; è evidente che se la mettiamo sul piano pratico tra nessuna apertura al matrimonio omosessuale e un referendum il secondo è un passo avanti però a me sembra comunque aberrante che una scelta così privata come quella di volersi sposare sia sottoposta all’approvazione di tutta la popolazione votante. Forse è un punto di vista troppo estremo il mio ma a me pare abbastanza umiliante, come se si sottintendesse che se non c’è l’approvazione pubblica allora io non ho il diritto di scegliere di sposarmi.”
e continua:
“Nella cattolicissima Irlanda oggi vince il sì ai matrimoni gay” titolano quasi tutti i giornali italiani. La prima reazione è di gioia perchè finalmente viene riconosciuto un diritto di base. Dovrebbe essere un grande passo avanti, la dimostrazione che la società cambia, migliora e si autodetermina usando uno strumento istituzionale (il referendum). Per certi versi, questi pensieri rispecchiano i principi della democrazia greca che ci sono stati insegnati a scuola (potremmo discutere del fatto che la democrazia ateniese in realtà fosse un ristretto circolo di maschi ricchi e purosangue, ma non è questo il luogo). Eppure, c’è anche l’altro lato della medaglia e cioè che con il referendum è come se implicitamente si stesse dicendo: “cari connazionali,ho io il diritto di sposarmi con chi mi pare e mi piace?”. In pratica si sta chiedendo il permesso a esercitare un diritto. E purtroppo questo è solo uno dei tanti diritti non riconosciuti,non solo alla comunità lgbt ma a tutti gli uomini e le donne che ora sono oppressi. Allora forse è necessario pensare e praticare molteplici forme di lotta e magari provare a pensare a un mondo con qualche istituzione in meno e qualche libertà in più.
Vorrei rigraziare tutte le persone che hanno contribuito con le loro riflessioni.
Ed ecco un altro contributo:
“Secondo me c’è anche un altro problema da dover considerare, e provo a scrivertelo. Sorprendentemente, il problema è stato espresso perfettamente nelle parole pronunciate da David Cameron nel 2011, quando affermò: ‘I don’t support gay marriage in spite of being a Conservative. I support hay marriage because I am a Conservative.’ Qui ti linko una fonte.
Legalizzare il matrimonio omosessuale è una regolamentazione, e ‘regolamentazione’ mi fa pensare a quanto segue. Un’entità conservatrice (un individuo, un gruppo di individui, un’istituzione) non ha in realtà un grande interesse per il sesso delle persone contraenti un matrimonio -se lo ha è un interesse infantile, dettato spesso da convinzioni in qualche modo più religiose e istintive che altro (‘religiose’ e ‘istintive’ in senso ampio). Ciò per cui ha interesse, invece, è il mantenimento delle condizioni su cui il suo stesso sistema (vuoi: lo Stato) si regge, che è l’istituzione matrimoniale come patto legale tra due (e, in questo caso, non più di due) persone, attraverso cui la pluralità della popolazione può essere pensata per ordini e categorie. Ciò che importa è che la modalità di creazione dei rapporti sia controllata- e il controllo è l’altra faccia della legittimazione legale. Regolamentare vuol dire preservare questa condizione di cose.
Regolamentare vuol dire fare chiarezza. Perché per proporre una legislazione bisogna chiarificare i punti in questione. Prima ancora del legalizzare il matrimonio gay, c’è il parlare del matrimonio gay, ossia identificarlo e focalizzare. Questo discorso, tuttavia, non andrebbe trattato come un fungo che spunta dal nulla, ma pensato come qualcosa inserito nel bel mezzo di una gran confusione che è, a dir mio, decisamente salutare: una problematizzazione estesa del/dei genere/i, dei ruoli, delle modalità di relazione, della funzione del sesso, etc. Parlare di matrimonio gay vuol dire identificare il problema (1) nell’unione di coppia e (2) nell’omosessualità (ovvero: nel rapporto di identità o opposizione tra due sessi). Se si dicono possibili matrimoni tra persone di sesso opposto e tra persone dello stesso sesso si dice pure, implicitamente, che il problema assume questa forma.
E invece questa forma è una semplificazione che ignora come il punto particolare delle nozze gay sia parte di un più ampio discorso sui modi di costruire e gestire un rapporto erotico/sentimentale, su che limitazioni mettere, su come gestire la vita, etc. Inoltre, nel dibattito sulle nozze gay i sessi rimangono intesi come due, gettando fuori dalla finestra tutta la serie di sessualità altre o non meglio definibili. Semplificare, in questo senso, vuol dire individuare, e individuare mi suona come separare. Separare una specifica lotta da un insieme più problematico di antagonismo; e così molte persone saranno invitate a non porsi più una gran quantità di domande che potrebbero nuocere al corrente assetto istituzionale: avranno davanti a loro la scelta chiara e apparentemente naturale della coppia e del matrimonio, regolamentato e garantito, e una gran parte di quelle forze che spingono in direzioni radicali e diverse andranno perdute. Questo è in tutto un divide et impera.
Mi viene da dire che fare chiarezza, in questo senso, è un estrarre e organizzare secondo categorie e concetti, ossia: è dare una chiave di lettura attraverso determinate categorie che non sono affatto innocenti, ma conformi al quadro in cui questa chiarezza (che passa anche per le definizioni e i nomi) è evidente. quello che stanno facendo, o hanno fatto, è portare il discorso sul terreno dei conservatori.
Infatti mi sembra che uno come Cameron tema proprio questo: trovarsi davanti una quantità indistinta di persone che possono vivere nel mondo, conoscersi e confrontarsi e che tuttavia non possono vedere il loro immaginario immediato (di famiglia, etc.- dettato perlopiù da modelli assunti e ripetuti dalle generazioni precedenti) trovare un riscontro nell’istituzione, cosicché molt* o alcun* potrebbero, vista questa mancanza di ‘solidità’ garantita dalla legge, provare a esplorare altre vie, a farsi altre domande secondo altri irriducibili punti di vista. Insomma, se lo Stato l* tiene fuori, loro rimangono fuori dallo Stato e dal suo potere.
Ora possono sposarsi. Ma questo diritto è dato loro con un ricatto: voi potete sposarvi, ma dovete accettare il modo di relazione che è previsto dal matrimonio eterosessuale. Qualcuno in Italia temeva che se avessero legalizzato l’unione omosessuale si sarebbe passati a riconoscere la poligamia, il poliamore, le coppie aperte, etc. Ma magari, dico. Magari!
E mi verrebbe da aggiungere: che l’approvazione sia venuta da un dibattito pubblico è tremendo. Bisognerebbe forse richiedere il riconoscimento di forme relazionali auto-costruite, e non cercare di adeguarsi al modello proposto dalla collettività già esistente (o no?). Poi, due persone che vogliono passare insieme la vita e sposarsi devono essere liberissime di farlo, è una gran bella cosa, certo, ma mi sembra che il dibattito sui matrimoni gay tenda ad assumere questa forma: bisogna riconoscerlo, in modo da imbrigliare le altre derive, più pericolose, del discorso. La legittimità che due uomini o due donne siano legittimat* come coppia tradisce il tentativo di marginalizzare i rapporti e le modalità sessuali e relazionali che sfuggono da tale riconoscimento. E questo, francamente, non mi piace affatto.”
Ecco. E voi, che ne pensate?

E pensare che quando dico che il matrimonio va abrogato del tutto, invece che esteso, e sostituito con unioni civili indefinite per genere e numero dei partecipanti pensano tutti che io sia in vena di lanciare provocazioni…
Ecco, io mi trovo d’accordo con la tua visione.Sarò un provocatore anche io?
Beh, pur condividendo le ragioni espresse nell’articolo, penso che per questi temi sensibili sia sempre meglio un progresso nei diritti emanato “dal basso” tramite voto, piuttosto che una legge calata dall’alto dall’amministrazione di turno, con il rischio di vederla abrogata o mutilata al primo cambio di governo.
Il punto che credo si possa discutere, ma non so se era nelle intenzioni di Meggy, è il fatto se su una questione del genere si deve esprimere il parlamento o la società. Perché in società ci possono essere conflitti su cosa è giusto dal punto di vista costituzionale e dal punto di vista della maggioranza, che di per sé non ha valore sui temi etici. Anzi, la costituzione esiste anche per proteggere le minoranze. Però qualcuno deve decidere per altri, su questo non ci piove. Se due o più persone vogliono vivere assieme lo Stato non mette bocca, ma nel momento in cui si chiedono diritti e riconoscimento pubblico, tramite contratto, questi esistono solo in forma istituzionale, e quindi necessitano del vaglio democratico. Si può discutere se sia opportuno un referendum o una legge, ma non si può pensare che il diritto esista in sé.
La costituzione poi, agli articoli 29 e 30 non parla né di sesso/genere né di numero. Parla solo di matrimonio e coniugi.
Il secondo commento invece mi pare che non abbia molto merito, perché non è lo Stato che può mettersi a disquisire sui rapporti fra le persone, sulla coppia eccetera, o addirittura il poliamore. Questi sono fatti che riguardano la società. Sinceramente parlare di ricatto mi sembra voler sostenere l’insostenibile, paventare controlli a prescindere.
Io sono lesbica, lavoro, pago le tasse, vivo con la mia compagna ma per lo Stato lei è solo una coinquilina, se domani sto male e mi ricoverano una mia cugina di secondo grado che magari non vedo da vent’anni ha più diritto della mia compagna di vedermi per lo Stato e se muoio la mia compagna non prende la mia eredità almeno che non faccia testamento. Scusate ma qua si parla di diritti che non dovremo neanche dover chiedere perche’ siamo uguali agli eterosessuali, ok non ci dovrebbe essere il referendum ma almeno ora in Irlanda non ci sono coppie di serie A e coppie di serie b, sul secondo commento non dico niente perché è una cazzata dalla testa ai piedi che mi fa solo imbestialire ancora di più
D’accordissimo con MaryJane. Devo peraltro aggiungere che prima del referendum le coppie omosessuali erano già “parzialmente” tutelate dall’istituzione delle unioni civili, che era già stata introdotta in Irlanda per via legislativa. Il matrimonio è un fatto assolutamente pubblico (mentre privati sono i sentimenti e la sessualità delle persone coinvolte) e le sue modalità finanziare e civili devono essere normate in qualche modo, sia che questo avvenga per via legislativa che per via referendaria. Il resto mi paiono davvero questioni di lana caprina.
Uno dei miei scrittori preferiti, Luciano Bianciardi, durante il dibattito sulla legge per regolamentare il divorzio in Italia (all’inizio degli anni 70), disse che la lotta per istituirlo era una battaglia di retroguardia, e che bisognava piuttosto combattere contro il matrimonio.
certo, lo si può vedere come un meccanismo per far ottenere diritti a chi oggi non ne ha, ma forse sarebbe ora di cominciare a ripensare alla “famiglia” in quanto depositaria di diritti specifici, in modo diverso, come gruppo, anche allargato e non necessariamente stabile, che però possa allo stesso modo esistere ed essere appunto tutelato in quanto gruppo con esigenze specifiche. senza dover massacrarsi di burocrazia se questo gruppo si sfalda, o fare giuramenti velleitari sull’eternità dei reciproci impegni. E magari “senza un sindaco o un parroco” che vigilino su questi.
Sono d’accordo con Enrico. Credo che il punto non sia tanto pensare al ‘sì’ come a una vittoria o una sconfitta di per sé, ma cercare di comprendere ciò che può implicare e che strade si possono prendere. Chiaramente è una cosa bellissima per le persone che vogliono contrarre un matrimonio omosessuale (e non semplicemente per gli ‘omosessuali’, perché a sposarsi con uno dello stesso sesso possono essere anche bisessuali, fluidi, etc.), e così va tanto bene. Però il ‘sì’ può anche essere usato, ed lo è stato spesso dai conservatori, come un rafforzamento della famiglia monogamica. Semplicemente, se il ‘sì’ è un passo, ma non un traguardo definitivo, verso il riconoscimento delle altre sessualità e delle altre relazionalità, allora va bene, rispetta le volontà di molti individui, e c’è tanto di cui essere felici. Ma se diventa un punto d’arrivo, allora non va molto bene perché rischia di conservare una mentalità che danneggia ed esclude moltissimi individui e modi di relazione. Si tratta, e concordo con Enrico, di ripensare le relazioni e la famiglia dalla base e dall’interno. Mi sembra che si possa chiedere la ‘equality’ di diritti senza rinunciare alla spinta positiva della propria alterità.
Agreed 🙂 si festeggia ma si pensa “lontano”. E certamente famiglia e relazioni vanno ripensate. Non lo stiamo già facendo?
In Irlanda han votato per approvare una modifica della loro Costituzione, passaggio che e’ dovuto per legge. In Irlanda dal 2010 con le unioni civili avevano gia’ tutto eccetto la dizione ‘matrimonio’, questo perche’ nella loro Costituzione matrimonio era unione di uomo e donna.
Percio’ con questo referendum han solo levato quel passaggio dalla costituzione e ora le unioni civili che han dal 2010 possono chiamarle matrimonio anche dal punto di vista legale.
Il motivo per cui c’è stato un referendum è uno ed uno solo: invece che promulgare una legge, il Parlamento ha deciso di proporre una modifica della costituzione, che può avvenire solo con la ratifica popolare, per ovvi motivi. Le leggi vanno e vengono (proprio l’Irlanda aveva fatto scalpore mesi fa a causa del buco legislativo che aveva rese legali alcune droghe per 48 ore), mentre la costituzione resta. Non si tratta dunque di “chiedere il permesso di sposarsi”, ma di seguire l’iter normale per dare al matrimonio tra persone dello stesso sesso una realtà che non si possa cancellare con un colpo di spugna.
Grazie a questo emendamento, in Irlanda, coppie sposate di uomini e donne potranno avere lo status di “famiglia”, con tutte le agevolazioni e i diritti di una famiglia cis. A me non par poco!
E per coloro i quali auspicano l’abolizione del matrimonio in toto: trovo che sarebbe poco gentile nei confronti di chi ancora ne ha una visione molto romantica… come la sottoscritta 🙂
E perché sarebbe poco gentile? Io parlo dell’abolizione dell’istituto del matrimonio come atto pubblico. Nulla impedisce di continuare ad annunciare pubblicamente la propria relazione tramite un “rito religioso”, o anche un “rito civile”.
Infatti. Credo sarebbe meglio tenere separata la sfera emotiva (personale e più che legittima) da quella economico-legale; ossia, non sostenere il matrimonio perché si è ‘romantici’ (ammesso e non concesso che una persona non monogama non possa essere ‘romantica’, comunque la si intenda), ma parlare di diritti come di riconoscimento giuridico e possibilità di gestione economica. E poi non penso si parli di ‘abolire’ del matrimonio, ma di riconsiderare la sua posizione all’interno della società e delle istituzioni.
Viva il popolo irlandese!
Detto questo, ritorno al mio femminismo utopico e dico: abbasso lo stato! abbasso la proprietà! abbasso la famiglia!
Quella affermata da Cameron, “sono favorevole al matrimonio omosessuale PERCHE’ sono conservatore”, è la più tragica delle verità.
Ed è la parola d’ordine di chi teorizza la “normalizzazione” della generazione queer nella società patriarcale del terzo millennio.
Una “normalizzazione” realizzata a colpi di Diritti che la società patriarcale “concede” senza esserne padrona.
Un po’ come se un ladro mi rubasse la bici e poi me la “concedesse” in uso con un “regolare” contratto firmato in presenza di un notaio.
Il brutto è che non ci rendiamo conto di questo abuso sostanziale.
Nel momento in cui chiediamo la “concessione” di Diritti che sono già nostri, continuiamo a legittimare il ladro che ce li ha rubati.
E non conta che questi Diritti ci siano stati rubati millenni fa, quando dei ladri/stupratori/assassini sono venuti a imporci la loro società patriarcale e i loro concetti di Stato/Proprietà/Famiglia.
Il furto dei Diritti non va in prescrizione..