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Se dopo uno stupro è più facile dimenticare

Sono cazzate, urla lei. E mi guarda storto. Le ho appena detto che deve rivolgersi a qualcuno. Una psicologa, chiunque, perché non è possibile che si tenga tutto dentro. Non voglio, dice. A che mi serve? Tanto quel che è fatto è fatto e io sono viva, conclude. Mi fulmina con lo sguardo e capisco che è meglio non continuare. Personalmente avrei molti dubbi su quel “sono viva” e forse proietto su di lei cose per me irrisolte. Insomma, lei è stata stuprata da quattro ragazzi. Non uno, non due, ma quattro. Ma non ne vuole parlare, non ha mai denunciato, le interessa solo dimenticare, buttarsi tutto dietro le spalle e continuare a vivere. Un po’ io la capisco perché una come lei, disinibita, conosciuta perché estroversa e poi ha accettato di andare in macchina con loro, la massacrerebbero. Direbbero che se l’è cercata o che non è vero affatto. La coprirebbero di merda e insulti. Alla fine quella colpevole sarebbe ritenuta lei.

Non l’ha raccontato neppure ai suoi. Io sono l’unica a saperlo perché è da me che è venuta quella sera, distrutta, non si reggeva in piedi, non per lo stupro in se’, perché gli stronzi sono stati attenti a non lasciarle segni, e lei, quando ha capito quello che stava succedendo, ha smesso di ribellarsi, per evitare che le facessero più male, e ha aspettato che finissero. Io sola so come stava quella sera e non riesco a digerire il fatto che lei vuole rimuovere tutto senza affrontare la questione. Non dico giuridicamente, perché se vuole denunciare o meno sono cazzi suoi, ma psicologicamente. Che vita avrà se chiude quel dolore dentro un cassetto?

A me è successo anni fa, perciò forse proietto e confondo la mia disperazione con la sua. Era uno solo ma lo ricordo come un’espropriazione del mio consenso. Ero costretta a subire da quello che fino al giorno prima era solo un collega di lavoro. E dai, e dai, diceva, ci divertiamo, e quando dissi no mi guardò strano. Mi afferrò il polso e anch’io, come la mia amica, decisi di non fare niente e aspettare solo che finisse. Ma avevo e ho ancora tanta di quella rabbia in corpo. Avrei voluto picchiarlo duro, vederlo sanguinare. Avrei voluto che sentisse lo stesso grado di impotenza che aveva imposto a me. E poi mi chiedo: è questo che le donne devono fare? Aspettare che loro finiscano? Per evitare altro dolore o, chi lo sa, anche di perdere la vita?

Aspettare che lui finisca, e per me è stata dura con uno soltanto. E la mia amica? Ha dovuto aspettare una, due, tre, quattro volte, e se il mio tempo mi era sembrato interminabile per lei com’è stato? Ora sta lì e siede sul divano. Mi osserva e capisce subito quello a cui sto pensando. Io non sono te, dice chiaramente. E io mi piglio il suo rimprovero che suona un po’ come un “fatti i cazzi tuoi”, e lo farei, per rispetto nei suoi confronti, ma è difficile, lo è tanto. Ti voglio bene, amica, ti ho vista crescere con me, perciò come puoi dirmi di non provare dolore per quello che ti è successo? E lei risponde che sono io allora che devo andare da una psicologa perché lei ha il suo bel da fare con i suoi problemi e non ci tiene a saldare la mia ansia e la mia preoccupazione.

Non mi stressare, dice, perché io vengo da te perché voglio pensare ad altro. Usciamo, andiamo a ballare, a bere, a divertirci, a scopare, perché io ho ancora voglia di scopare. E sia, se vuoi uscire esco. Lo faccio sempre quando me lo chiedi. Ma ti tengo d’occhio e se ti si avvicina uno stronzo io lo faccio a pezzi. Di nuovo il cazziatone sul farmi i cazzi miei e ci avviamo, in silenzio, camminando piano.

Siamo due donne ferite, ma perfettamente agghindate, truccate e decorate per una serata di divertimento. Chi potrebbe dire quel che abbiamo vissuto? Chi può dire cosa è nascosto dietro ogni volto sorridente che incrociamo? E perché non riusciamo più a empatizzare con il dolore altrui ma soprattutto con il nostro. Non mi accontento. Mi fermo e dico: cara, se tu vuoi andare vai, ma io stasera non ho alcuna voglia di fuggire da me stessa. Voglio incontrarmi. Se sei d’accordo vieni con me, e altrimenti ciao. Lei mi abbraccia, forte, mi dà un bacio sulla guancia e poi si gira e va. A volte capita così che due amiche si perdano. Perché l’una ricorda all’altra quello che vuole dimenticare. Non la vedo da anni. Vorrei dirle, ovunque lei sia, che io le voglio tanto bene, le vorrò bene sempre. E questo è tutto.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

2 pensieri su “Se dopo uno stupro è più facile dimenticare”

  1. È vero: a volte si lasciano persone per quello che hanno rappresentato in alcuni momenti ed è sempre perché è troppo.
    Mi viene da vomitare leggendo quello che avete subito, mi dispiace tanto

  2. E’ successo anche a me di restare ferma ed aspettare che finisse. Non era uno sconosciuto, ma una persona dalla quale avrei voluto amore.
    Ho fatto delle ricerche ed ho scoperto che si chiama “freezing” e che è una reazione molto comune ed uno dei motivi per i quali poi è così difficile denunciare: ci si sente colpevoli. Sono vicina alle protagoniste di questa storia. Io non l’ho mai superato, non ho denunciato perché nessuno mi ha detto che cosa era, ma io so che era un abuso, e la psicoterapia che faccio non mi aiuta.
    Un abbraccio.

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