Acchiappa Mostri, Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Pensieri Liberi, R-Esistenze, Violenza

Tutte zitte se il “raptus” viene attribuito a una madre assassina?

Io ricordo bene la storia delle “tre sorelline di Lecco” uccise dalla madre. Lo ricordo soprattutto per il diverso approccio che ha avuto Alfano nel tentativo di annunciare una azione forte di contrasto alla violenza da parte del governo. Appena fu nota la notizia dell’assassinio delle tre bambine Alfano, dando per scontato che le avesse uccise un uomo, scrive su twitter:

Non daremo scampo a chi ha compiuto gesto efferato e ignobile #Lecco. Troveremo chi è stato e non daremo scampo a responsabile

Poi viene fuori che ad ucciderle fu la madre e allora il registro cambia:

Arrestata dai Carabinieri la madre delle tre sorelline uccise a Lecco. Gesto di follia scatenato da separazione dal padre. Enorme tristezza

Dunque nel caso in cui ci fosse stato un uomo di mezzo allora il ministro era pronto a sfoderare l’arma a protezione di femmine e fanciulle, dato che invece fu la madre lui adopera un registro paternalista, tipico della politica che ha sempre fatto nei confronti delle donne. Attribuisce alla madre la disperazione e la follia e non ha altro da dire se non “enorme tristezza”.

Tutto ciò a voi sembrerà forse un giusto riconoscimento delle fatiche materne ma come abbiamo visto per molti altri casi, ai quali la cronaca non dedica volentieri tanto spazio, così come farebbe se l’assassino fosse il padre, le madri che ammazzano i propri figli a seguito di una separazione o perché in ogni caso li reputano di loro proprietà vengono trattate in due modi diversi.

I maschilisti, ovvero quelli che parteggiano per sconti di pena a difesa di uomini assassini, usano un doppio registro. Forcaioli con le donne e garantisti con gli uomini. Alcune femministe fanno pressappoco la stessa cosa ma a parti invertite. Quando l’uomo, assassino, viene difeso sulla stampa o gli si attribuisce il “raptus”, l’incapacità di intendere e volere, la depressione, giusto per stigmatizzare tante persone affette da questa malattia che certamente non porta all’assassinio, allora giustamente si fanno grandi discorsi. Si ricorda al mondo che il raptus non esiste e che non è possibile che si usino attenuanti che di fatto legittimano certe cattive azioni.

Qualche giorno fa, per esempio, discutevamo dello stupratore romano che aveva abusato della tassista, e tutte siamo state concordi nel fatto che il raptus forse è qualcosa che si mangia a colazione ma non è certo causa di crimini e delitti. Quando invece si parla di depressione, raptus, incapacità di intendere e volere in relazione ad una donna, in particolare ad una madre, giacché la società intrisa di cultura patriarcale ritiene che la donna abbia un innato istinto materno e di protezione nei confronti dei figli e che ella sia più fragile, un soggetto debole, psichicamente “minore”, da tutelare, allora quando una “madre” ammazza i suoi figli viene giudicato per forza un gesto innaturale, un atto di follia che al massimo procura una “enorme tristezza”.

Insomma, il punto è che la madre assassina delle tre bambine è stata riconosciuta incapace di intendere e volere, dunque invece che una condanna trascorrerà 10 anni in un ospedale giudiziario. Non è una clinica di lusso, per intenderci, ma una struttura psichiatrico giudiziaria dove mandano i criminali.

Della questione a me non interessa sottolineare il fatto che la pena sia stata troppa o poca rispetto alle aspettative dell’opinione pubblica. Non sono un giudice, questo non è un tribunale, in generale non sono forcaiola, le galere non mi piacciono e allora di pene e giudizi lascio discutere chi ne ha voglia. Quello che a me preme sottolineare è che alla donna che viene trattata da inferma non hanno fatto alcun regalo. Non è un regalo a noi se ci reputano incapaci di commettere un crimine, di uccidere, quando noi sappiamo bene che le donne sono assolutamente in grado di farlo. Non è un regalo trattarci da soggetti deboli che hanno perso la strada maestra che ci conduce all’amorevole attenzione che in maniera innata noi assegniamo ai figli. Piuttosto è un modo per intrappolarci in un ruolo, dunque per classificarci in base a questo punto di vista che è enormemente paternalista e patriarcale. Come fai a dire che l’istinto materno non esiste e che non tutte le donne vogliono fare o crescere dei figli? Come si fa a dire che le donne non sono soggetti deboli e non lo sono quando devono essere lasciate libere di fare scelte autodeterminate e dunque non lo sono neppure quando ammazzano e commettono atti di violenza dei quali devono assumersi le proprie responsabilità?

Trattare le donne da malate, psichicamente più fragili, quando qualcuna diventa una violenta criminale, non è un regalo. Non è gratis, ecco. Tutto ciò fa parte della stessa filosofia che poi ci nega la possibilità di scegliere liberamente quando abortiamo, quella filosofia che patologizza scelte che patriarchi e matriarche non condividono, sebbene riguardino i nostri corpi e non i loro. Fa parte della stessa cultura che parte dal presupposto che noi siamo soggetti deboli, dunque la cui tutela va assegnata all’uomo o al governo forte ed é, ancora, la stessa cultura che poi ci nega ascolto quando siamo noi a rivendicare diritti, perché loro ci hanno chiarito mille volte che noi non siamo in grado di scegliere un bel nulla e che dunque bisogna convincerci che solo loro sanno quel che è bene per noi.

Spero di essermi spiegata sufficientemente bene e se avete altre riflessioni da aggiungere a questo tentativo di analisi ben vengano.

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4 pensieri su “Tutte zitte se il “raptus” viene attribuito a una madre assassina?”

  1. non è mia intenzione discutere le sentenze, me sulla notizia osservo che la donna aveva ucciso le tre figlie dopo che il marito aveva iniziato una relazione con un’altra donna e l’aveva appena lasciata
    allora mi chiedo e vi chiedo cosa sarebbe successo, cosa sarebbe stato detto o cosa sarebbe stato scritto se lo stesso caso si fosse presentato ribaltato per sessi
    e aggiungo alle tue sagge considerazioni l’evidenza che la prospettiva evidenziata da questa o altre madri fa parte anch’essa di una “cultura del possesso”… soltanto che in questi casi il possesso è genitoriale (in questo caso materno) verso i figli
    un sincero saluto

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