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Di mamme ne ho avute due. Entrambe pessime

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Ho immaginato di dover scrivere questa lettera da lungo tempo, perché prima o poi qualcuno, a parte me, deve sapere quello che mi è successo. Inizio dal giorno in cui fuggii di casa. Avevo 15 anni ed ero decisa a non tornare mai più a far parte della mia famiglia. Il viaggio durò poco, ché non avevo soldi, destinazione, prospettive, ma cambiò tutto, almeno per me.

Sono Rachele e sono una di quelle figlie che venivano date alla sorella o al fratello della partoriente, perché coppie che non potevano avere figli e perché economicamente in grado di offrire un futuro migliore ad un bambino. Sono cresciuta con la zia e lo zio, abituandomi a chiamarli mamma e papà. Trattata bene, da figlia unica che aveva diritto a tutto e che avrebbe potuto accedere all’eredità dei miei genitori adottivi. La favola durò finché mio zio non ebbe un incidente e da lì in poi trascorse la vita su una sedia a rotelle.

Mia mamma/zia non era mai stata particolarmente affettuosa ma il calore e le attenzioni di mio zio bastavano per entrambi e lei si conteneva, per amore di mio zio, perché non voleva dispiacergli e perché sapeva che lui era molto affezionato a me. Cambiando in casa gli equilibri a lei toccò più potere, più capacità di gestione, e il fatto che il marito fosse totalmente dipendente da lei ovviamente non giocava a mio vantaggio. Lui non aveva più voce in capitolo. Non poteva esigere che lei si comportasse bene e allora lei cominciò a mostrare segni di insofferenza.

Non credo che dipendesse dal fatto che mi aveva adottato. Penso che lei si sarebbe comportata così in ogni caso. Però nessuno doveva sapere. Nessuno avrebbe potuto aiutarmi. Io ero ancora piccola e non capivo bene. So che ad un certo punto presi a sentirmi veramente sola. La malattia dello zio divenne la scusa buona per vietarmi qualunque forma di socializzazione. Le mie compagne o i compagni di scuola non potevano venire da me. Io non potevo uscire perché “poi lo zio si arrabbia” e io sapevo bene che si trattava di una enorme bugia.

154282Quando provavo a fare coccole allo zio, per farmi raccontare storie, così come solo lui sapeva fare, lei arrivava in posa da matrona, cominciava a spostare, fare rumore, pulire, e mi dava sempre l’impressione che volesse farmi intendere che ero una sfaticata e lei invece no.

Lo so che può sembrare una storia stereotipata, priva di spessore, senza l’analisi delle complessità, con una divisione netta tra buoni e cattivi. La figlia adottiva, questa specie di madre frustrata e insoddisfatta che si comportava male. La bambina incompresa. Non posso farci nulla se quella è stata la mia infanzia. La prima volta che mi picchiò urlava che avevo fatto non so cosa. Diceva ai vicini che ero diventata una figlia impossibile ora che lo zio non aveva più in pugno la mia educazione. La seconda volta credo che per un paio di giorni non riuscii a sentire da un orecchio. Mi aveva dato un po’ di schiaffi a mano aperta.

Un giorno cominciò a urlare “hai visto cosa hai fatto? Hai visto? Non ce la faccio più, non ne posso più di te…” e scoppiò a piangere come se tutto il mondo le fosse crollato addosso. Ora capisco che lei in quel momento probabilmente si sentisse in trappola. Pensava che avrebbe avuto una vita felice e per nulla faticosa. Poi cambiò tutto e lei ebbe sulle spalle all’improvviso milioni di doveri e non ce la faceva. Io ero la sua valvola di sfogo.

Mi scivolò in terra, un giorno, il piatto con un po’ di frittata e l’insalata verde. Non potrò mai scordare quel giorno e non mangio frittate da allora. Lei mi prese per il collo e mi obbligò a restare con il muso a un passo dal pavimento sporco. Mi dava pugni sulla schiena e quando iniziai a piangere mi colpì ancora perché non avrei dovuto farlo. Dovevo stare zitta, in gran silenzio.

La volta dopo mi ero pisciata addosso perché ero diventata così timida e insicura da non riuscire ad alzare la mano per chiedere il permesso di uscire durante le lezioni. La trattenni per un ora e proprio quando stavo per arrivare a casa la feci sul marciapiede. Umiliata, mortificata, provai a nascondere il misfatto. Cambiai le mutandine e i pantaloni della tuta ma lei se ne accorse e finì veramente male.

Così è passata la mia infanzia, con la paura dei suoi scatti d’ira e con il sogno di poter fuggire, un giorno. L’adolescenza per me fu un vero inferno. Odiavo quella donna, volevo crescere, amare, giocare, studiare, sognare. Volevo fare tutte le cose che faceva qualunque altra adolescente. Invece ottenni altre legnate, urla, atteggiamenti violenti, violenza psicologica, ricatti, e lei per un po’ smise di mettermi le mani addosso solo perché quando fui un po’ più grande riuscii a spingerla indietro e dai miei occhi deve aver capito che quella volta sarei stata io a dargliele.

A 15 anni tornai con mezzora di ritardo da un’uscita con le compagne. Mia mamma/zia mi aspettava con un tubo di gomma in mano. Un pezzo di tubo rigido che le permetteva di colpirmi a distanza e di farmi molto male. Mi lasciò il segno sulle gambe, su una mano e l’altro braccio che usai nel tentativo di pararmi. Il giorno dopo ero già in viaggio per chissà dove. Camminai tanto. Presi un autobus, rimasi a dormire alla stazione di una città, poi mi resi conto che non c’era modo di andare in nessun posto. Ero completamente sola.

Tornai a casa e imposi le mie condizioni. Io sarei tornata dalla mia mamma biologica che mi avrebbe a sua volta mollata alla nonna, miracolosamente viva alla tenera età di 81 anni. Sopravvisse il tempo giusto per farmi compiere i 18 anni e poi mi lasciò la sua casetta, piccola, che le figlie si contendevano come avvoltoi in attesa della sua morte.

Guitar_Girl_by_KoryGuzPhotographyFrequentai l’università, lavorai tanto per mantenermi anche se mia mamma/zia mi passava qualcosa per pagare un po’ di spese, cominciai a suonare la chitarra. Terminai gli studi e dopo aver venduto la casa mi trasferii nella città vicina, per mettere distanza da loro, per realizzare i miei progetti e per seguire l’uomo con il quale vivo ancora adesso. Ho sempre lavorato e per mia esperienza non ho voluto figli. Mi sentivo troppo arrabbiata col mondo. E se gli avessi fatto male? E se mi fossi comportata come le mie mamme? E se…?

Ho faticato tanto per recuperare sicurezza e un po’ di autostima. Di recente mi sono resa conto di una cosa. Di quella donna avevo una tremenda paura. Temevo davvero di morire e sono quasi certa che se fossi rimasta ancora o se da piccola non fossi stata la bimba impaurita e timida che ero, avrei potuto ucciderla, per difesa, o lei avrebbe potuto uccidere me. Le bastava un colpo secco, qualche pugno in più, un lancio di oggetti più consistenti di quelli che mi lanciava di solito. Bastava veramente poco. Perciò io posso dire di essere una sopravvissuta. Ho combattuto e vinto per la mia r-esistenza.

Mi chiedo: quanti figli e figlie hanno vissuto nelle mie stesse condizioni? Quanti hanno storie terribili da raccontare che tengono per sé? Come si fa a salvare i bambini dai propri genitori quando i genitori sono gli unici adulti con i quali sono a contatto?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

7 pensieri su “Di mamme ne ho avute due. Entrambe pessime”

  1. Ma questa cosa è/era legale? Il dare bambini ai parenti che non ne potevano avere dico? Chiedo perchè sono totalmente ignorante in materia. Buon per lei che è riuscita a resistere comunque.

      1. Si che si faceva, e tanto. Specie nelle fasce più povere. Mia nonna crebbe una bambina, figlia di povera gente, per anni, poi la mamma si ingelosì e la portò via per darla alle suore. Ho più di un parente cresciuto con zii o nonni per povertà o disinteresse dei genitori biologici. Figli con la valigia in mano. Passati tutti in buona parte anche per i collegi o per i brefotrofi. Quando i figli capitavano, quando la contraccezione era fantascienza, i figli erano un bene: cedibili, vendibili e affittabili. Non è preistoria, basta tornare agli anni ’60.

  2. purtroppo non è preistoria..e queste ferite lasciano il segno per sempre..quando si parla con leggerezza della “famiglia biologica” perfetta in quanto tale ,bisogna pensarci bene perchè i bambini e le bambine hanno bisogno PRIMA DI TUTTO di essere amati, loro lo capiscono benissimo quando l’affetto è sincero..non per forza perfetto

  3. Siamo in tanti , credo, ad aver storie terribili che ci teniamo dentro. Io sono figlia unica femmina di un padre violento ad esempio. Durante la mia infanzia e la mia adolescenza figure estranee alla casa in cui vivevo mi dicevano ” Ah! Figlia unica ? Allora sei la cocca di Papà”. Annuivo , cercavo di sorridere ma non ci riuscivo. Gli sguardi al mio non sorriso erano di sdegno, come a dire ” Bambina troppo viziata” e io mi vergognavo tantissimo . Non ho mai avuto il coraggio di dire cosa succedeva in quella casa.

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