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#Evinrude – non puoi fermare il tempo!

5.

Non pensavo di piangere davanti al tuo primo dentino. Non pensavo nemmeno di vivere una giornata senza ansia, godendomi i tuoi timidi sorrisi. Non pensavo che provassi a baciarmi, a soli nove mesi. Sopra la scrivania ho il foglio con le crocette che disegno, ogni 24 ore, da gennaio. Arriva sera: una X. Passa un altro giorno: un’altra X. Un giochino che certe volte mi è parso emolliente, altre al massacro. Lo guardo, quel foglio, e mi dico che lo conserverò come un cimelio, lo darò in pasto alle mamme che passeranno dopo di me da questi carboni ardenti che sto attraversando. Per convincerle che, gira e rivolta, il tempo passa. Ed è l’unica cosa che non possiamo fermare.

Bruciano sempre meno, oggi, i carboni ardenti sotto i miei piedi. Si intiepidiscono, a volte mi fanno pure ridere. Guardo il disagio che ho provato fin da subito a occuparmi di te e dico che, in alcune occasioni, avrei potuto ridere, ridere fino a star male. Anziché piangere, buttarmi via, morire dentro. Ma il pantano è melmoso, vischioso. Non senti che grumi, densità irritanti. La luce non c’è, solo buio.

L’inverno è stato durissimo, spesso ho pensato che non sarei arrivata a primavera, che non avrei visto le margherite, che non ti avrei fatto indossare la maglietta a mezza manica. C’era tanta oscurità: fuori, in casa, dentro, nei tuoi pianti, negli sguardi di chi mi osservava giudicandomi. Giudicandomi sempre e comunque. E dimenticando una domanda semplice ma non banale: “E tu, sei felice?”. C’erano febbri, seste malattie, tossi, raffreddori, gastroenteriti, congiuntiviti. Notti-calvario, giornate infinite. E io?

Amarti, essere la tua mamma, accettarmi così come sono – impaziente, iperattiva, ambiziosa oltre te – è un lavoro che scandisce le mie giornate. Ma che sta diventando sempre più naturale. Mi sembri la cosa più bella del mondo, certi giorni. Attendo l’attimo in cui mi parrai sempre la cosa più bella del mondo. Mi sono immaginata mamma fin da piccola. Ho desiderato te e tua sorella come fosse normale farlo, come mangiare, come dormire. Non avevo capito che ero un’altra donna, quando sei arrivato tu. Un’altra mamma. Con tutto quello che c’era stato nel mezzo tra tua sorella e te. Anni densi, concentrati, di pianti e sorrisi, fallimenti e successi. Anni di trasformazioni, evoluzioni. Tu sei come il primo figlio, sei forse la sfida più grande. Provo a farmene una ragione, a moltiplicare per due, per tre, per quattro, questi nove mesi che, non so bene come, ho lasciato alle spalle. Il tempo è davvero l’unica cosa che non possiamo fermare. Io lo amo, il tempo. Mi ci attacco come una sanguisuga al tempo.

—>>>Per leggere i capitoli precedenti: Il diario di Evinrude, che descrive il disagio e la solitudine di una madre

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Comments

  1. mammacomunque says:

    Bentornata Evinrude.

  2. Anche per me è stato così. Con il secondo. La pena per il primo. Il senso di gabbia, soffocante… Ho perso molti kili, molti sogni, molte luci. A volte, se siamo fortunati, i nodi vengono al pettine e dobbiamo scioglierli. Così ora sono in cammino, solo la parte più essenziale di me. E ancora non so so chi sarò. Non più chi ero, di sicuro. Piano piano saprò ancora il mio nome. Piano piano.

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