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La parzialità della fica

Immagine da http://ffffound.com/
Immagine da http://ffffound.com/

Quand’egli pretenderebbe d’essere obiettivo e di poter parlare anche in mio nome, mi si arriccia tutto il pelo pubico, perché si sa che ogni presuntuoso ed egocentrico che esista sulla terra pensa che il proprio punto di vista sia universale.

C’è la sessualità che parte dal pene e quella che coinvolge la vulva. Ciascuno parli per sé, mi pare chiaro. Perciò quando sento che qualcuno, scoprendo l’acqua calda mi dice che io sarei di parte a me viene da ridere. Di quale parte? La mia, è ovvio. Potrò mica essere dalla tua parte. Posso capire, ascoltare, ma alla fine sei anche tu che devi ascoltare me e insieme riusciamo così a realizzare un tango perfetto. La sincronicità dei movimenti non è un obiettivo semplice da raggiungere. Si fa esperienza. Si gioca. Si cresce. E pur crescendo c’è per l’appunto una cosa che non cambia mai, anzi, è una convinzione che si rafforza.

Non bisogna parlare a nome d’altri, perché l’immaginarsi come fonte obiettiva di qualunque cosa significa che ci si sostituisce all’altrui voce, così tu vorresti decidere per me, per la mia vulva, per il mio utero, per il mio corpo. Sentire qualcosa su di sé non è lo stesso che osservarlo al microscopio e fare una statistica a partire dalle proprie personali percezioni. Io e te non siamo uguali. Ma non è neppure una questione di sesso. Io non sono uguale neppure a mia sorella, mia madre, la mia amica, quella sconosciuta che vedi attraversare la strada. Al mondo si può contare su quel che puoi chiamare unicità.

E mentre per qualcuno questo dato diventa brutto, perché viene tradotto nel più bieco individualismo, e per fortuna lo dicono perfino quelle che un tempo erano assertrici della bellezza delle differenze, con una spartizione di ruoli che però si ferma al binarismo uomo/donna, noi di qua e voi tutti di là, per altr* invece è una vera e propria scoperta. Siamo diversi, apparteniamo a generi diversi, a classi sociali diverse, i nostri orientamenti sessuali sono diversi e così lo saranno le nostre idee e le nostre scelte, e perciò si, io sono solo una parzialità, conscia di esserlo, e se non fosse che tu pretendi di parlare al posto mio, così come quell’altra che pensa di averne diritto addirittura più di me, perché ci unirebbe la vicinanza della fica, sarebbe chiaro a tutt* che le ragioni che ci uniscono hanno a che fare con affinità diverse, intellettuali, politiche, economiche, culturali, personali, sessuali, non so.

Ti dico questo per rispondere alla tua domanda. Se sono poco obiettiva? Chiaro che si. Ma tu invece pretendi di esserlo? E’ come per quelli che arrivano e mi dicono di essere più obiettivi di me perché io anarchica e loro a riferirsi a stalinismi o fascismi. I portatori sani di ideologie oppressive da un po’ di tempo in qua sono diventati il non plus ultra dell’imparzialità. E’ Dio o chissà chi che ne guida i gesti e che ispira le parole. Noi invece siamo ideologici, parziali, perciò cattivi. Allora penso a quella strana cosa che viene detta spesso ultimamente: né destra e né sinistra e né ‘sticazzi. Perché alla minchiata dell’apoliticità non ci crede neanche un bambino di due anni. Chi si dichiara neutro in genere è proprio chi ritiene di agire in nome di una illuminazione portatrice dell’imparzialità. E non è forse questo il principio di ogni autoritarismo? O tirannia o totalitarismo? Non sono forse le più grandi dittature a essere create da chi dice di essere unto dal popolo? Perché non c’è universalismo autoritario che non pretenda d’essere anche insignito di alte nomine con la legittimazione del popolo.

Diverso è quando si dice che io e te siamo diversi, ne siamo consapevoli, ciascuno della propria dichiarata parzialità, e allora si rivela un confronto che non rimuove un conflitto ma lo affronta, forse tenta di risolverlo, forse no, ma in ogni caso sono queste le premesse di qualunque buona relazione.

Sai, mi ricordo del mio ex partner che all’inizio era convinto del fatto che io e lui dovessimo pensarla sempre allo stesso modo e se io dichiaravo la mia diversità lui si sentiva ferito perché pensava che io lo rifiutassi. Un’idea diversa suona come un abbandono, a volte, come una sfida, e se la persona che tu cerchi di assimilare al tuo programma ti insegna che la rivendicazione di autonomia, fisica, personale, economica, culturale, non è un’offesa ma solo una dimostrazione di esistenza di chi non vuole sparire per far piacere a te, è dall’ascolto che può iniziare un nuovo modo di stare insieme.

Mi capita spesso in politica di incontrare alcune persone che non riescono a concepire la diversità. E io sono lì a dire che dovremmo parlarci, ma non in modo arrendevole o negando quel che siamo, soltanto imparare a parlarci e a non insultarci quando scopriamo che non la pensiamo assolutamente allo stesso modo. Ti sembrerà strano ma questa cosa mi riesce meglio con chi dice di essere lontanissimo da me, perché lì è assodato che c’è una differenza e il rispetto reciproco conta quanto il reciproco riconoscimento, non del valore delle idee di cui ciascun di fa portatore, ma del tuo valore perché sei persona. Ed è di questo che ciascuno di noi non dovrebbe dimenticarsi mai. Siamo persone.

Così succede che, invece, con altre persone che si riteneva fossero a noi molto più vicine, ogni dichiarazione di autonomia intellettuale diventa causa di uno scisma. Perché si mette in discussione la logica del branco e anche la gerarchia di ruoli che ciascuno ha costruito mentalmente per se. Sarà per questo che a sinistra c’è una frammentazione enorme e che l’uno scanna l’altra per la più minima diversità. Se parli con tizio, scambi due parole con l’altra, se stai fuori dalle barricate, se non vuoi fare da testa d’ariete per scontri che sono inutili, non costruttivi e che servono solo a promuovere altri irrigidimenti identitari, a costruire altri muri, allora sei un nemico.

Quello che so per certo è che esistono davvero persone ideologizzate ma quelle persone non sono come me. Sono piuttosto proprio quelle che dicono a me che dovrei essere imparziale. Ebbene io non lo sono. Parteggio, e se non ti sta bene e non riesci a tollerare la diversità senza mostrarmi livore, astio, ostilità, senza attraversare il mio mondo con quel fare misto tra risentimento e ripicca, allora vai a trovare chi ti somiglia e chiuditi in un bel ghetto, lontano dalle contaminazioni reciproche, quel posto in cui vi parlate addosso e non vi spostate di una virgola dalle analisi di qualche anno fa. Il punto è che chi vuole convincere me che dobbiamo essere “uguali”, ed è una parola che mi procura un sano sconforto, in genere usa le bombe, virtuali, reali, in nome dell’uguaglianza. Cosa ci sia di rivoluzionario in questo non l’ho mai capito. Ma per l’appunto io sono io, diversa e con le cosce aperte, qui, davanti a te, mentre ti spiego che il mio sentire, intimo, ideale, politicizzato, parziale, è evidentemente mio.

Perciò, tanto per ricominciare da capo questa conversazione cercando di dirigerla verso altre, più felici, conclusioni, lascia che ti prenda la mano e che ti guidi, affinché tu mi conosca, mi capisca, attraverso tutti i tuoi sensi, con la mente aperta, e tu così potrai accarezzarmi, raccontarmi e cercare conferma nel mio sguardo, nei miei gemiti di piacere, per ogni scelta che farai. Siamo due persone, abbiamo pelle che sente in modo diverso. La nostra carne si nutre ciascuna per proprio conto e realizzare l’insieme non è una cosa semplice. Il mio orgasmo e il tuo non possono essere ottenuti se il punto di vista è solo uno. Non si potrebbe ricavare piacere da una sessualità che dirotta solo verso il tuo piacere e così neppure se dirottasse verso il mio. Siamo in due, ciascuno di noi compirà movimenti che piaceranno all’altro. Solo così, credo, io e te potremo cospirare, respirare insieme. Non lo credi anche tu?

 

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