Come posso rimediare? Continuava a chiedere Francesca. Ormai non c’è più nulla da fare, rispondeva Diego. E li vedevi lì, bloccati sul divano, a distruggersi le mani, a far scrocchiare le nocche, senza la voglia di guardarsi in faccia, di dirsi qualcosa, di prendersi anche solo per mano.
Francesca aveva scelto di abortire. Diego non ne sapeva niente. Lei aveva pieno diritto di scegliere sul suo corpo e sulla propria scelta di maternità. Diego però continuava a saperne niente. E furono tante le sensazioni che lui provò in quella circostanza. Cos’era stato? Perché lei non glielo aveva detto? Cosa pensava? Che l’avrebbe costretta a partorire? Pensava che si sarebbe opposto come l’ultimo dei patriarchi?
Era ferito perché lei aveva rotto il patto di complicità. Per sfiducia, disorientamento, chi lo sa. Però aveva scelto senza coinvolgerlo in nessuna delle fasi che aveva vissuto. Avrebbe potuto dirgli, senti, sono incinta ma non voglio essere madre. Voglio abortire. Lui avrebbe potuto incoraggiarla a portare avanti la gravidanza, o avrebbe potuto accettare quella scelta, così l’avrebbe accompagnata, le avrebbe stretto la mano, perché a mani strette certe cose si superano meglio, e poi l’avrebbe riportata a casa con tante promesse di futuro a compensare quell’assenza.
Non puoi rimediare, gli diceva lui, oramai è fatta, e non ti sei fidata, non mi hai detto niente, e poi quello era anche mio figlio, perché non hai pensato che anch’io avessi qualcosa da dire? Avrei rispettato ogni tua decisione ma vivo questo lutto anch’io e tu hai deciso di buttarmi fuori. Così mi sento solo.
E questo non vuole essere il racconto vittimista di un uomo che invoca il diritto di controllare il corpo altrui, ma è un modo per dare spazio a una frattura, al dolore, alla distanza, inevitabilmente censurati. Perché dopo quello che è successo non sarà più la stessa cosa. Francesca è partita per lavorare in un’altra città. Diego ha continuato l’università. Non si sono più sentiti fino a quando lui non trovò una compagna con cui fece un figlio. E fu coinvolto, dal primo all’ultimo momento, ma poi per lei esisteva solo il bimbo e quella complessa relazione ancora un po’ morbosa tra madre e figlio mise fuori gioco qualunque tentativo di partecipazione paterna.
Così Diego chiamò Francesca e disse che la capiva. Forse era stata più lungimirante lei che non la sua compagna attuale, perché ci sono tante coppie che non resistono a un aborto o ad un parto. E non si capisce mai perché, sebbene lui non abbia alcun diritto di sindacare sulle scelte delle donne, non può esimersi dal confessare che ogni volta è come se qualcuna gli dicesse che butta via un pezzo di Diego.
Così si sente oggi Diego. Confuso. Un po’ usato. E non capisce come spiegare che oggi gli uomini hanno un modo diverso di intendersi padri. Non è lui quello che se ne sarebbe lavate le mani, l’avrebbe abbandonata e anzi avrebbe tirato fuori i soldi per farla abortire. Lui vorrebbe voluto esprimere la sua opinione. Che so, avrebbe potuto crescere quel figlio mentre lei viaggiava lontano, si sarebbero potute studiare mille prospettive.
Ma esistono altre prospettive? Che restituiscano tempo ai genitori per soccorrerli quando hanno bisogno di aiuto? Francesca era certa che non esisteva niente. Un bambino avrebbe cambiato tutto e lei voleva andare via. Non era ancora il suo momento per fermarsi e mettere su casa.
A Diego ancora resta, però, quel pensiero e non riesce a togliersi dalla testa che oggi quel bambino avrebbe circa 12 anni. Francesca e Diego, dopo poco più di un decennio, sono ancora amici. Lui e lei ogni tanto vanno ancora a letto insieme. Poi stare insieme fa un po’ male, troppi brutti ricordi, e ciascun@ torna alla propria vita. Ma vogliono porre una domanda: come si fa a rendere l’aborto una scelta accettabile per entrambi? Oppure: se lui non vuole essere padre e lei invece vuole tenere il figlio, che tipo di obblighi avrà? Sarà costretto a fare da padre? E ancora: c’è spazio per raccontare quel che sente un uomo quando sa che la propria compagna abortisce?
Diego chiede: avrò mai voce in capitolo in queste cose, oppure no?
Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose fatti e persone è puramente casuale.

A volte mi sembra di essere circondato da gente un po’ immatura.
Comunque, vado a rispondere alle domande, piuttosto facili invero.
1) Non c’è un modo per rendere l’aborto accettabile a entrambi. O entrambi l’accettano, oppure no.
2) Non credo esistano obblighi per uno che non vuole essere padre, e credo anche per la madre. Ma forse è meglio che risponda qualcuno esperto in diritto.
3) Sì, c’è ancora spazio per raccontare queste cose, mi pare che la storia in questione lo dimostri e che non sia mai stato messo in discussione.
4) Dipende. Dipende dalle donne con cui farai figli.
Gli obblighi per uno che decide di non essere padre esistono eccome: se lei decide di portare avanti la gravidanza, lui, in quanto padre biologico, è obbligato al mantenimento.
Infatti qui sta il nocciolo: è giustissimo, a mio parere, che la donna sia sempre libera di scegliere ciò che vuole riguardo al suo corpo. Diverso è il fatto che tale libera ed inviolabile scelta della donna possa comportare obblighi non voluti per il padre biologico. Forse, e dico forse, sarebbe meglio che i padri potessero scegliere se essere padri – con pieni diritti e doveri – oppure no. Sono convinto che la percentuale di chi dice “si” sarebbe sorprendentemente alta per molt*
E non si tratta solo di libertà per l’uomo ma tra l’altro l’attuale totale sbilanciamento di potere è anche causa di effetti collaterali sgradevoli: pare infatti sia direttamente correlato con il calo dei donatori di seme dopo che (ad esempio in UK) è stata eliminata l’anonimità del donatore: alcuni sono spaventati dal fatto che domani qualcun* possa bussare alla porta…
Sono molto d’accordo sul fatto che spesso la figura maschile venga messa in secondo piano nella decisione di maternità della donna. È vero che sarà la donna a portare la gravidanza e tutti gli effetti conseguenti, sia positivi che negativi, ma l’uomo ha naturalmente una parte determinante in questa condizione e quindi comprendo il senso di frustrazione e di essersi sentito usato provato da Diego. Lavoro in una clinica di riproduzione assistita e mi colpisce molto la netta frattura che spesso si crea fra uomo e donna, a volte le coppie si separano subito dopo la nascita del bambino o addirittura poco tempo dopo il transfer embrionario; ho avuto a volte la sensazione che alcune donne portino il compagno in clinica per la donazione del seme sapendo già che la loro relazione non continuerà in futuro. Vedo molto egoismo in certe donne. Così come naturalmente lo vedo anche a parti inverse, e molti uomini lasciano le loro donne sole a fronteggiare la sofferenza e lo stress di un trattamento di fertilità. Così come per una vita che nasce, lo stesso tipo di atteggiamenti si può presentare in caso della scelta di abortire: io sono personalmente del parere che, se conosco il padre del futuro bambino, prima di abortire vorrei parlarne anche con lui, in maniera matura e non per considerare il mio corpo come l’unico centro meritevole di attenzione in un momento così particolare.