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Il corpo in lotta

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Mi affetteranno presto, perché certi mali si sconfiggono se ci guardi dentro e butti via i pezzi che non funzionano. Non ho mai provato un particolare pudore nell’esposizione del mio corpo. In quelle stanze d’ospedale sono parecchio disinibita. Non è la nudità che implica la condivisione dell’intimità. Quel che c’è di intimo ha più a che fare con le paure, il dolore, e queste restano al chiuso e il medico ne custodisce il segreto. Ti ha vista piangere, soffrire, non hai potuto risparmiargli l’ansia, la manifestazione di un sintomo ed è con lui che stringi un patto. Ti farò vedere tutto di me. Puoi anche aprire la mia carne, rovistare tra i miei organi, e sei il primo che lo fa, perché da quel punto di vista sono completamente vergine. Immaginarsi così, nude, senza la pelle, i muscoli, ti fa sembrare uguale a molt*. Abbiamo tutt* un cuore, per quanto non è detto che influenzi il comportamento di chiunque. Abbiamo polmoni, cervello, un fegato, lo stomaco. Quel che abbiamo dentro è una viscera sanguinolenta e l’unica differenza resta nel fatto che io ho un utero e tu invece no.

Non è sempre un vantaggio, credimi. Quel che non vedi non fa male, dicono. In realtà quella parte di te conserva i ricordi, li custodisce, poi te li tira fuori quando meno te lo aspetti. Così se hai partorito, abortito, se il tessuto è cicatrizzato, se hai una macchia, qualcosa che si è rimarginato male, una fibra dolorosa e quello che ti consola è il fatto che gli uteri di un tempo, appartenuti a donne che hanno sfornato mille figli, erano combinati peggio. Oh quanto vorrei ci fosse una banca dati con le testimonianze di quelle donne considerate resistenti. Quanto vorrei urlare quando sento chi scioccamente dichiara che la soglia del dolore è altissima, per tutte le donne. Perché quel dolore è una cosa intima, non lo puoi concedere a tutti. E quello che all’esterno appare è quell’immagine di donna materna della cui maternità si parla sempre come fosse una cosa che non procura danni.

Ho imparato a sentire i rumori del mio corpo. Se c’è silenzio riesco perfino a sentire il sangue che scorre nelle vene, come mille fiumi che rendono la terra viva, fertile, abitabile. Avevo un buon rapporto col mio sangue. Lo assaggiavo quando usciva fuori da un taglio, e così annusavo la mia pelle, ma a me non era dato il privilegio di poter guardare dentro, oltre l’apparenza.

Chiudo gli occhi. Quieta. Capisco molte cose, di me, del mondo, perché quando acquisti distanza da tutto, vedi le cose da tutt’altra prospettiva. E vedo certa gente che si affatica per scannarne altra. Vedo quell* che immaginano di realizzare pietre miliari destinate ai posteri e non si accorgono che l’unico effetto registrato è la frammentazione di un pezzetto d’aria grazie a una scorreggia puzzolente. Guardo il presente di tante persone e mi spiace sprechino tempo per qualcosa di cui conosco già la conclusione. Già. Ma chi mi crederebbe. Nessuno.

Vedo l’umanità perduta di tant* che si nutrono soltanto della sofferenza altrui. Vedo gente testarda puntare a un obiettivo distruttivo ed è come una palla di ghiaccio che scende giù dalla montagna e diventa sempre più grande. Vedo l’ipocrisia, la cattiveria, la fragilità, l’insicurezza. Vedo menzogne, ne vedo dappertutto, e vedo indifferenza. Mi sento impotente, la maggior parte delle volte, perché so già che non riuscirò a cambiare il mondo. Quella convinzione è sepolta da una serie infinita di consapevolezze arrivate con la disillusione, l’amarezza, senza però perdere l’entusiasmo, perché non puoi fare a meno di provarci, almeno un po’, perché non riesci a farti i cazzi tuoi e perché resta nascosta quell’idea che se anche non cambierai il mondo forse cambierai minuscoli frammenti di vita delle persone con le quali entri a contatto. Chissà se è vero. Lo è comunque per me.

Ci sono tante persone che, in un modo o nell’altro, hanno influenzato la visione che ho della vita. Spesso sono state fonti imprevedibili, di quelle che non avrei mai immaginato potessero regalarmi qualcosa. Invece la generosità appartiene anche a chi non ti somiglia. Anzi. Forse proprio a chi non ti somiglia, perché non ha alcuna voglia di piacerti, di mostrare il lato migliore di sè, e allora ti racconta solo la verità e così ti fa crescere. Perché si cresce ascoltando l’imperfezione altrui, ché della perfezione non so che cazzo farne. Ad esempio, ora, cosa me ne faccio della perfezione se da quella non posso imparare a gestire questa fase della mia vita? Per una volta mi fermo e dico che non ho l’ansia di cambiare nulla. Voglio imparare, ascoltare, raccontare il mondo senza ripassarlo con il mio punto di vista.

C’è lui che ascolta una canzone. Canticchia a modo suo, con un linguaggio incomprensibile. Mi dice che non può fare a meno del mio punto di vista. Stimola il mio interesse su una vicenda. Chiede una battuta, una coloritura cinica e sarcastica, una osservazione ironica. Gli dico grazie, perché senza di lui non ce la farei. Alla faccia di chi dice che gli uomini non sarebbero capaci di svolgere i ruoli di cura. E lui si volta dall’altra parte e piange. Di nascosto.

Va avanti la mia lotta. Senza dimenticare quel che sono e vorrò essere. Domani. Quando tutto sarà passato. Perché poi passa. Sono sicura. Passerà.

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6 pensieri su “Il corpo in lotta”

  1. Innanzitutto auguri, ho passato anch’io la fase del tagliuzzamento necessario ed inevitabile, (l’unica cosa che ho appreso da quell’esperienza è che il mio utero pesava circa 90 grammi, e il primo pensiero che mi venne fu che senza quest’operazione non avrei mai saputo quanto pesava, il secondo fu che almeno 90 grammi li avevo persi e speravo di accorgermene salendo sulla bilancia :-). Ciao Eretica, davvero auguri, davvero andrà tutto bene, sono sicura anch’io che passerà, un abbraccio.

  2. passerà…tu non mollare l’entusiasmo che sempre ti ha accompagnato.
    A dare buoni consigli su bravi tutt@, ma quando ci sei dentro, puoi solo capire veramente.

  3. Cara Eretica, “quelli che pensano, imparano più durevolmente dalle mancanze” scriveva il mio Heidegger. Non esistono battaglie che il corpo non possa vincere. I Samurai andavano in guerra mangiando un pungo di riso al giorno. Il corpo è tempo incarnato, un grumo di tempo. Resta sulla croce del tempo, lì sarai salda. Un abbraccio

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