Uno, due, tre. Arriverà la sera prima o poi, e io potrò andare a dormire, nel mio letto, nella mia stanza, con accanto un uomo che conosco così poco, ma è sempre meglio che restare in balia di sua madre e delle sue sorelle. Quattro, cinque, sei. Da quando ho tentato il suicidio non mi lasciano un attimo da sola. Mi impediscono di prendermi cura di mio figlio. Mio marito mi guarda come se fossi una povera pazza e abbiamo dovuto traslocare in casa dei suoi. Sette, otto, nove. Non voleva lasciarmi da sola e prima che pensare a quel che aveva causato il mio malessere, si assicurò che io terminassi la mia gravidanza. Non ero io che gli interessavo. Era il bambino che avrei dovuto partorire dopo pochi mesi. Dieci, dieci, dieci. Perché il mio conto delle mie possibili opzioni non supera quel numero e quando torno indietro vedo i miei dieci anni, poi i venti, poi i dieci mesi di fidanzamento, i dieci mesi di mio figlio. Le dieci pillole ingerite con una dose altro veleno. I dieci giorni rimasta in ospedale a ripulirmi dalla merda e a tentare di ricominciare.
Sono cresciuta sola, in casa di mia nonna. I miei sono sempre stati a lavorare fuori. Sono tornati in paese quando ero già grande. Non li conoscevo. Comprarono casa, aprirono un’attività e pretesero che io mi trasferissi da loro. Mio padre è sempre stato un bonaccione. Mia madre mi ha messo in discussione su tutto. Ora ci sono io, diceva. Tua nonna ti ha dato troppa libertà. Non è vero, Giovanni? – diceva a mio padre – diglielo anche tu che deve darsi una regolata. Avevo 18 anni e in quel periodo di grandi cambiamenti mi rifugiai tra le braccia di un ragazzo scontroso ma parecchio innamorato. Avevo bisogno di sentirmi amata e dato che i miei non mi lasciavano andare neppure per frequentare l’università, perché la città era vicina e i soldi per un altro affitto proprio non c’erano, allora scelsi di affidarmi alle cure di questo ragazzo.
Sognava, come tutti i giovani uomini che vivono le prime grandi passioni. Fu felicissimo di sapere che un bel giorno ero rimasta incinta. Non in virtù dello spirito santo, ma per una buona dose di incoscienza. Non volevo essere una madre, incosciamente credo di aver solo desiderato un modo per stare lontana dalla casa dei miei. La famiglia di lui mi accolse a braccia aperte. Sistemarono un appartamento indipendente, che il padre aveva costruito con tanti sacrifici, per farci abitare me, lui e il figlio che sarebbe arrivato. Lui iniziò a lavorare di gran lena e quindi non c’era quasi mai e la sera trascorrevamo quasi sempre il tempo con la sua famiglia. Madre, in ricordo del papà morto, le due sorelle, i cognati, i nipotini. Pensavo di aver trovato una via di fuga e invece ero solo finita in una prigione di massima sorveglianza dalla quale mi era impossibile scappare.
In quella casa non riuscii a inventarmi una nuova identità. C’erano sempre quelle donne a sistemare tutto, e in realtà lo facevano per aiutarmi, o meglio, per rendermi più semplice partorire l’adorato figlio del figlio. Venivo trattata come una regina, così come certe volte dicevano loro, perché portavo nella pancia la diretta discendenza di quella stirpe. Non sono nobili, non sono neanche ricchi. Ma certe usanze sono dure a morire. Quando chiedevo di poter restare sola, o dissi con chiarezza che mi dava fastidio che loro avessero le chiavi dell’appartamento in cui vivevo, dapprima si mostrarono comprensive, e poi mi fecero pesare ogni cosa. Suonavano alla porta, con uno scampanellio continuo, e quando non rispondevo iniziavano a far squillare il telefono e subito dicevano di essersi preoccupate e che avrei dovuto essere più svelta. Il mio compagno mi chiedeva perché non lasciassi la porta aperta, ché a un certo punto usai anche la chiusura dall’interno per impedire che entrassero con altre chiavi.
Dissi al mio compagno che volevo cucinare per noi, volevo essere libera di lasciare i piatti sporchi e poi volevo muovermi e fare qualcosa che riguardasse me e non sempre e solo il bene di questo figlio. Credo che fu allora che cominciai a odiarlo. Non era ancora nato e già mi causava tanti guai. Tentai il suicidio, stupidamente, in una inconsapevole richiesta d’aiuto. Speravo che i miei mi avrebbero riaperto le porte. Che la famiglia del mio compagno mi lasciasse finalmente in pace. Che lui mi amasse un po’ di più. Invece imparai a mie spese che quando ti affidi alle cure di qualcun altro la tua vita non esiste più. A quel punto ebbero ogni scusa per aprire ed entrare quando volevano. Erano loro a scegliere quali sarebbero state le mie attività e per non farmi “stancare” facevano la ronda con la promessa che alla fine io non avrei sofferto di nulla. Tranquilla, mi dicevano, ci pensiamo noi.
Avevo voglia di urlare. Volevo dire che non amavo quell’uomo. Che non volevo quel figlio. Non volevo quella famiglia, quella vita, quella galera. Se ero triste mi chiamavano irriconoscente. Se non accettavo una carezza dal mio compagno mi diceva che ero un’egoista e probabilmente aveva anche ragione. Stavo pensando a me, perciò mi sentivo una merda. Quando fui pronta per partorire fu come se mi avessero destinato al patibolo. Walking. Dead. Woman.
Fu doloroso, ma più che altro avvertii il fastidio di dover temporeggiare con le spinte senza che qualcuno accelerasse il parto. Volevo liberarmi di quel peso. Non riuscivo a immaginare che l’avrei amato. Non volevo saperne. Non lo sentivo mio. E finalmente poi venne fuori. Il pianto non mi suscitò grande commozione. Quando i parenti vennero a baciarmi per ripagarmi dello sforzo fatto poi trasferirono, un secondo dopo, gli ohhhh di stupore alla creatura. È maschio, somiglia tutto a lui, ben fatto cara, ben fatto. E ora datemi la mia libertà e andate a fare in culo. Questo era il mio umore e anche la sintesi dei miei pensieri.
Naturalmente, fin dal tempo in cui avevo tentato il suicidio e a maggior ragione dopo il parto, dovevo restare a casa della madre del mio compagno. Vivevamo lì, perché era meglio. Così la notte avrebbe potuto fare tutto mia suocera e io non avrei dovuto preoccuparmi di niente. Voi non capite quanto questa cosa mi facesse sentire un po’ liberata ma anche incazzata nera. Già odiavo quel figlio, e lei non mi dava modo di avvicinarlo, cullarlo, conoscerlo un po’ meglio. Fu lei a dirmi cosa fare per allattarlo. Durò qualche mese e poi io ero già stanca e dissi che era meglio svezzarlo.
Uno, due, tre. Voglio tornare nel nostro appartamento. E lui dice di no. Non si fida. Non lascio “mio figlio” solo con te. Quattro, cinque, sei. Allora devo restare sotto controllo? E per quanto ancora? Finché non starai meglio. Così mi dice. Sette, otto, nove. Se resto in prigione io sto peggio. Dovete lasciarmi andare e non è giusto che io non abbia la possibilità di realizzare un rapporto con il bambino. Non se ne parla. Inutile insistere. È già deciso. Io ho smesso di svezzare il piccolo e ora posso prendere farmaci per la mia depressione. Devo pensare a me. Devo guarire. Dieci, dieci, dieci. Perché ho la sensazione che non mi daranno mai fiducia? Perché penso che andrà sempre peggio?
Gli dico che voglio andarmene, trovare un lavoro, voglio allontanarmi da tutti loro. Lui dice “vai… ma il bambino resta qui”. E io, decisamente, non volevo portarmelo dietro. Così sono andata via e ora scrivo questa storia perché voglio essere sicura di ricordare tutto. Perché quando ne ho parlato mi hanno detto che ero paranoica, pensavo ché il mondo intero ce l’avesse con me e invece hanno solo tentato di aiutarmi. Ho immaginato quel clima opprimente e quelle intrusioni nel mio privato. Ho mentito a proposito del fatto che ero stata espropriata un po’ di tutto. Affetti, risorse che mi avrebbero permesso di rinascere, la possibilità di assumermi la responsabilità delle mie scelte. Sono tutte scuse, mi disse il mio, ora, ex compagno. Tu sei un’irresponsabile e sono tutti alibi. Io mi sono fatto in quattro per lavorare, mantenere te e il bambino e tu eri sempre depressa.
E forse aveva ragione e ce l’ha ancora adesso. Forse è stato meglio così. È stato meglio che lui si sia assunto la responsabilità di quel bambino che sarà cresciuto dalla nonna, così come è stato per me. Ho sbagliato, credo, e ho fatto tante scelte sbagliate e perciò mi sento come se avessi cose in sospeso che non riesco a riparare. La colpa. La vergogna. L’imbarazzo quando mi chiedono: chi sei, che fai, da dove vieni, e io devo dire almeno qualcosa che parli di me. Poi viene fuori che sono madre e che ho lasciato il figlio a suo padre. Mi guardano come se fossi un’aliena, pericolosa, senza alcuna giustificazione. Una madre non fa queste cose. Non lascia il figlio al padre anche se il padre lo vuole più di quanto non lo voglia tu.
Ho cambiato città, vita, nazione. Non vedo mio figlio da 4 anni. Sarà cresciuto. Parla, forse legge, va a scuola. Tutte cose che non mi va di chiedere perché non voglio saperlo. Voglio solo controllare là fuori, perché c’è il sole, e io allora esco, cammino, siedo su una panchina e guardo la gente distesa sul prato, ascolto musica e leggo.
Non voglio ascoltare chi mi dice che mio figlio patirà per la mancanza della madre perché di madri ne ha già tre e penso siano sufficienti. Non voglio neppure che qualcuno mi faccia sentire in difetto lasciandomi immaginare che un bel giorno mi sveglierò e vorrò vedere mio figlio per chiedergli perdono, come fanno quelle descritte da una letteratura stracolma di retorica e mistica della maternità. Cosa cazzo vai a chiedere scusa se hai fatto un’altra scelta. Rivendicala. Non puoi pretendere che sia popolare o che tuo figlio risolva le contraddizioni che tu ti porti dietro. Non è una roba da preti. Un figlio non dovrebbe mai essere messo in condizione di perdonare un genitore.
Io non ho rimpianti. Penso che dopo tanti pasticci ho fatto quel che era giusto, per me, per tutti. Ma non mi nascondo dietro un nobile “così lui crescerà meglio” perché il mio principale problema ero e sono io. Egoista, cattiva, narcisista, mi hanno detto di tutto. Ma non riescono a farmi stare peggio. Invece sto meglio. Senza la pretesa che il mondo capisca quel che sono e che ho fatto.
Ora sono al sole, ascolto musica, leggo. E spero che nessun bambino ansimante e giocherellone mi disturbi. Spero.
Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.
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tu non vuoi cercare tuo figlio. e spero per lui che manterrai la tua visione, per coerenza, e non sarai di quelle che un giorno si svegliano e si ricordano di avere un figlio e piombano nella loro vita distruggendo il suo equilibrio con la pretesa di essere riconosciute come madri.
ma ricordati che nche se tu non lo cercherai, un giorno forse sarà lui a cercare te. e tu dovrai smetterla di nasconderti dietro il tuo egoismo, la tua immaturità, il tuo narcisismo: in quel momento, non potrai negargli nulla. Perchè sarà suo diritto avere delel spiegazioni!
Ma quale egoismo? Nelle condizioni che ha descritto, io non riuscirei ad allevare neppure un criceto!! Per ora rimando la gravidanza e sto sistemando tutto per fare in modo che salvo malattie incurabili, tracolli economici terribili o lutti (insomma eventi ineluttabili) il mio mondo sia pronto per una maternità sostenibile. Per esempio ho arginato la suocera. Mi stava bene che facesse qualche pulizia a casa nostra (a lei faceva piacere anche per passare un po’ il tempo), ma ho capito che una camicia oggi ed un vetro domani, me la sarei ritrovata un giorno come questa suocera dell’articolo. Preferisco sbattermi un po’ di più io fin da ora per non avere obblighi di riconoscenza. Io e mio marito ci dividiamo il lavoro domestico e sto puntualizzando che i modelli di certi nostri conoscenti padri (mai a casa e non solo per lavoro) non sono sostenibili per me. Abbiamo un cane di cui lui si prende cura quanto me. Ulteriore prova del fatto che sarebbe un buon padre. Sto cercando di progredire sul lavoro affinchè sia imperdibile quanto il suo e dunque non esistano una madre (Santa Donna Aureolata) ed un padre (Uomo Libero e Figo che esibisce le Foto dei figli sul cellulare nelle riunioni mondane), ma genitore 1 e 2. Se due gay possono avere figli, allora io posso essere genitore 1 o 2. Compatisco questa ragazza e credo che chi la giudica sia insensibile e perbenista. Se poi, una volta diventata madre, mi innamorerò follemente di mio figlio e vivrò solo per lui, sarò sempre in tempo. Non voglio solo trovarmi costretta a farlo! Amo mio marito, ma non riuscirei ad amarlo dovessi dare tutto per lui e se la sua famiglia non vivesse ad una educata distanza.
Ammazza che maturità! Complimenti vivissimi!