
La prima volta che mi sono sentita vulnerabile fu dentro casa. Mia madre urlava, sbatteva le cose, fece cadere una sedia a terra e poi urlò ancora. Non ero piccolissima ma ricordo che mi feci piccina piccina per rendermi invisibile dietro una porta. Mia madre mi diceva sempre di stare attenta fuori casa, perché c’erano uomini cattivi che si portavano via le piccirille. Così pensavo a come avrei potuto essere invisibile dappertutto. A scuola c’erano due compagne che mi trattavano di merda. La maestra diceva che bisognava darsi la mano per entrare e uscire dalla classe e io davo la mano, e quelle ci sputavano sopra. Da grande avrei capito che col cazzo tu darai la mano a chi ti insulta e ti fa stare male.
Quando fui adolescente ero così abituata a sentirmi vulnerabile ovunque che camminavo sempre a testa bassa. Guardavo i piedi, un passo dopo l’altro, e il pavimento, e le righe delle pietre che caratterizzavano quella via. Poi, a casa, c’era mia madre che urlava ancora, e mi diceva “guardami in faccia quando ti parlo… guardami”. Credo che fu quello il momento in cui cominciò ad appannarmisi la vista. Così potevo guardare e non vedere allo stesso tempo. Sempre più miope, e timida, e studiosa, diventai più spavalda e apparentemente coraggiosa al liceo. Provavo a sentirmi indistruttibile per quanto io sapessi che l’impressione di essere fragile non mi avrebbe abbandonata mai.
Un giorno, eravamo io e un compagno di scuola, attraversammo il parco per tornare a casa. C’era un signore anziano, malconcio e puzzolente. Al mio amico chiese soldi, a me fece vedere il pene. Fu allora che mi resi conto del fatto che io e il mio amico avremmo patito di due diverse forme di vulnerabilità. Più grande, intorno ai 18 anni, io e un altro amico, in uno dei tanti vicoli del centro storico, fummo costretti a inginocchiarci. Lui fu rapinato, a me toccarono le tette e uno mi infilò la mano sotto la gonna. Ancora due diversi tipi di vulnerabilità. Due diversi tipi di violenze. Quella dedicata a me si chiamava violenza di genere, perché è una violenza imposta in virtù del mio genere. Fossi stato un uomo mi avrebbero rapinato, e basta. Non avrebbero tentato di rubarmi il consenso, umiliando la mia sessualità con quelle “attenzioni” così oppressive.
Pensavo che dentro casa avrei goduto di un po’ di tregua, perché il nemico è fuori, e in casa al massimo c’è mamma che urla. Non è una cosa bella ma ho finito con l’abituarmici (brutto, vero?). Invece fu in casa mia che un ragazzo mi costrinse a fare sesso. Avevo fatto l’errore di invitarlo a chiacchierare, vedere un film, scherzare. Pensavo fosse una persona bella. In futuro avrebbe potuto essere il mio partner. In futuro. Invece lui volle accelerare la storia e mi tenne ferma sul letto, dopo aver giocato un po’ con me alla lotta. Mi fai male, dissi, e mi resi conto che lui non giocava più. Di là c’era mia madre, e io pensavo solo a quante volte avrebbe urlato se le avessi chiesto aiuto. Probabilmente mi sbagliavo, ma fu quello il mio primo pensiero.
Disse che mi sarebbe piaciuto, era il momento, non ero più una bambina. Gli dissi okay, ma non farmi male. Invece fu doloroso, la rabbia mi consumò per giorni, perché non volevo farlo, qualcuno mi aveva costretto a fare una cosa che non volevo fare. Perché non mi era piaciuto e lui poi mi trattò come una cosa, senza valore, senza desideri, voglie, rivendicazioni.
Ho sempre voluto fare tante cose in vita mia. Ho fatto sesso in mille occasioni, con uomini diversi e senza alcun pudore. Non c’era tempo e luogo che non fossero adeguati a farlo. Pensavo bastasse a superare la brutta sensazione di essere vulnerabile. Se questo è ciò che vogliono, e io glielo do, perché dovrebbero farmi male? Contorto, vero? Ma all’epoca pensavo avesse una sua logica. Era sopravvivenza, poi l’avrei capito. E nel frattempo provavo a consegnare la mia sicurezza al mondo esterno abilitandomi al diritto di uscire tardi da sola, camminare al buio, fare l’alba per le strade, andare sola al parco, correre nel bosco, girare per locali senza che qualcuno mi accompagnasse. E una domanda mi ronzava sempre in testa. Perché a lui chiedono i soldi e da me vogliono un’altra cosa? Perché contro il furto si mobilita il mondo intero e contro lo stupro invece no?
Perché quando io accenno al fatto che la notte, al buio, nel bosco o per locali, a volte non mi sento al sicuro, mi dicono che allora farei meglio ad andare in giro accompagnata? Perché è sempre e solo colpa mia? Perché a me è proibito uscire, fermarmi a riposare su una panchina, guardare il panorama, viaggiare in bicicletta per chilometri, senza avere la brutta sensazione che all’angolo può sempre esserci qualcuno che vorrà rubare il mio diritto all’autodeterminazione? E sono tutti pronti a dirmi come devo vestirmi, quando uscire e dove andare. C’è chi mi dice che se appartenessi a qualcuno, questo, non succederebbe, e altri mi hanno spiegato che se sto con uno la differenza sta nel fatto che se ci fermano a lui prendono ancora i soldi e poi agiscono su un’altra tra le sue proprietà, stuprano me, ed è lui che dovrebbe sentirsi offeso, non io.
Un giorno mi sono detta che bisogna avere più fiducia negli esseri umani. Perché la libertà è qualcosa che devi riprendere quando qualcuno vuole togliertela. Se non stai in sella subito dopo una caduta non lo farai mai più. Paurosa, immobile, vulnerabile. Accolgo queste parti di me e me le porto dietro. Sono partita per un lungo viaggio, in bici. Mi dicevano che su, al nord, avrei potuto stare più tranquilla, perché lì gli uomini sono più “educati”. Ovunque ho trovato persone belle e pezzi di merda. A volte ho beccato stronze assurde e sorelle alla giornata. Sono stata fuori sei mesi, in tutto, dormendo negli ostelli, fermandomi un pochino a lavorare dove capitava, e ho trascorso due mesi in una città europea, incantata dalla bellezza che mi restituiva. Così ho giurato che mai qualcuno avrebbe potuto fermarmi perché il mio diritto è quello di poter viaggiare, godere del presente, delle meraviglie del mondo, così come potrebbe fare un uomo.
Sono tornata l’anno scorso. Mi sono iscritta a un corso di autodifesa. Non è certo quello che mi fa sentire più forte. È stato il viaggio, la mia avventura senza meta, che mi ha dato modo di trasformare la mia paura in curiosità e ho notato una cosa: da quando cammino a testa alta, decisa, determinata, nessuno più mi rompe le palle. Non è per colpevolizzare la me paurosa d’un tempo ma credo che gli stronzi temano allo stesso modo chi manifesta più sicurezza di loro. Sono umana. Resto, come tutti, vulnerabile, ma non sono una vittima. So dire no in modo deciso, non me ne frega niente se mia madre urla. In qualche modo ho vinto la mia battaglia. Fosse anche per un giorno, un mese, un anno, ho vinto io. Ho vinto.
Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.

Hai vinto, e con te abbiamo vinto tutti. A tante vittorie come questa.
Hai avuto tanto coraggio nell’affrontare le cose….
Complimenti veramente mi ha colpito.😊
Io farei più un’ arte marziale tradizionale, che allena al controllo e alla percezione costante dell’ intorno. L’ autodifesa mi sembra più un insieme di automatismi che la realtà rischia sempre di scombinare, e rischia di “chiamare” le situazioni pericolose. Oppure la capoeira, arte di lotta di strada per rovesciare l’ inferiorità in forza, e che allena costamentemente l’ attenzione. I miei complimenti per non esserti lasciata intimidire da questo mondo che vuole rinchiudere le donne nella paura.