Antiautoritarismo, Antirazzismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Culture, R-Esistenze

Il laicismo (secolarismo/laicità) nuoce alle donne?

Questo pezzo pubblicato su opendemocracy.net, scritto da Kristin Aune,  parla di un argomento che in qualche modo anche su questo blog abbiamo trattato. Il laicismo può essere utilizzato, nelle nostre società, come alibi per istigare odio contro le donne mussulmane. L’idea sarebbe di liberarle, ovvero considerarle tutte schiave anche quando hanno scelto di abbracciare la loro religione come tante donne cattoliche abbracciano la propria. Con questa idea di integrazione/assimilazione, tipica del modello francese, per esempio, quel che succede è che le donne che portano il velo non solo sono sanzionate e bersagliate di una serie di attenzioni non richiesta, giusto in un paese in cui ci si vanta di lasciare tutte le donne libere, ma vengono anche molestate, in quanto mussulmane, senza che nessuno si adoperi per fare in modo che non sia più così. Invece si producono norme in cui alle donne musulmane si impone di togliere il velo sul posto di lavoro o si sanzionano in altre situazione, facendo in modo che queste donne siano marginalizzate, ridotte all’invisibilità e con l’unica possibilità di rifugiarsi nelle correnti integraliste che sono causa di quello che è successo al Charlie Hebdo. Vi auguro buona lettura e grazie a Michela per la traduzione.

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Protesta contro la legge sul divieto del velo.
Protesta contro la legge sul divieto del velo. Fonte.

Il laicismo (secolarismo/laicità) nuoce alle donne?

Traduzione di Michela Baldo 

 

La parità di genere non dovrebbe essere contrapposta alla libertà religiosa, perciò quali tipi di accordi politici potrebbero garantire diritti alle donne religiose e loro completa inclusione nella società?

 

I movimenti femministi degli anni ‘70 si chiedevano se la religione nuocesse alle donne mentre negli anni ‘90 la teorica politica Susan Moller Oki si chiedeva invece se ad essere dannoso non fosse il multiculturalismo. Ad entrambe le domande molti avevano risposto con un sí.

L’attivismo femminista sosteneva che la religione fosse indubitabilmente una forma di oppressione nei confronti delle donne, per il fatto che sanciva in termini divini la dominanza dell’uomo sulla donna, imponendo restrizioni alla carriera delle donne, relegandole alla sfera della maternità e della domesticità e denigrando i loro corpi, giudicandoli solo attraverso parametri sessuali e considerando perciò alcuni sessualmente puri e altri sessualmente impuri.

Molt@ anche concordavano sul fatto che il multiculturalismo avesse qualcosa di sbagliato. Per multiculturalismo si intendeva un approccio politico adottato dagli anni 70’ in poi in stati come il Canada, la Gran Bretagna, la Germania, l’Australia e la Svezia per celebrare le diversità etniche e religiose. Il multiculturalismo chiudeva però un occhio intorno a pratiche culturali nocive nei confronti delle donne, come per esempio il divieto di abortire, e il consenso accordato alla poligamia e alle mutilazioni genitali femminili.

Questi argomenti, seppur corretti sotto molti punti di vista, tralasciano alcuni aspetti importanti. Per esempio non apprezzano la diversità del discorso religioso e neppure i modi complessi in cui le donne hanno acquisito potere attraverso la religione o la spiritualità (e ci riferiamo nello specifico a posizioni di potere come figure spirituali o religiose).

Femministe e critiche del multiculturalismo hanno avuto spesso difficoltà ad accettare che le donne scegliessero di partecipare a gruppi che vedono l’agire umano o la libertà in una prospettiva che non sia quella dell’individualismo autonomo ma di relazionalità collettiva, spesso espressi attraverso le pratiche e le comunità religiose.

È sicuramente vero che né la religione, storicamente parlando, né il laicismo sono stati dalla parte delle donne. Lo storico Jean-Scott afferma che la storia della democrazia basata sul secolarismo è una storia di una profonda ineguaglianza di genere, in cui sia le donne sia la religione sono state relegate alla sfera del privato per far posto alla razionalità maschile. È solo nel ventesimo secolo che la sfida delle donne al laicismo patriarcale è riuscita a dar loro accesso al voto e alle istituzioni politiche. Perciò torna utile invertire la domanda chiedendoci se il laicismo, invece della religione, sia dannoso per le donne.

Questa domanda ci permette di ripensare al modo in cui le società possano assicurare libertà e risorse a tutte le donne, vuoi religiose o no, in un momento in cui le migrazioni stanno aggiungendo sempre più diversità religiosa a diversi paesi. Questa domanda comporta anche chiederci cosa significhi il secolarismo o laicismo. Il laicismo ha tre principali connotazioni.

Protesta Musulman* contro l'islamofobia

Primo, il laicismo politico si riferisce al progetto politico di separazione della religione dallo stato, progetto che ha assunto varie forme. In Francia, col termine “laïcité” si indica il fatto che lo stato può intervenire in materia religiosa e non viceversa. In american col termine “secularism” si indica il fatto che né lo stato né la religione possono intervenire nei loro rispettivi domini. In India lo stato mantiene una distanza di principio dalle istituzioni religiose ma sostiene e rispetta le diversità religiose, almeno in teoria.

Secondo, con laicismo ci si riferisce ai fenomeni sociali, specialmente al declino dell’influenza dei gruppi religiosi nella sfera pubblica.

Terzo, il laicismo si può concentrare sulla trasformazione delle pratiche e delle credenze religiose, per esempio nel caso in cui le persone siano meno influenzate dalla religione e la religione attraversi un processo di individualizzazione.

Appunto perché il laicismo significa cose diverse in paesi diversi, la domanda non è se il secolarismo sia “buono” o “nocivo” per le donne in astratto ma quali forme di laicismo lo siano, e in quali modi e luoghi.

Prendiamo ad esempio i casi opposti di Francia e Inghilterra. Come osserva Maurice Barbier, in Francia non c’è un’idea coerente a riguardo del laicismo ma i vari filoni del secolarismo si definiscono tutti in relazione alla “negazione della religione all’interno dello stato e alla sua esclusione dalla sfera pubblica”.

‘Laïcité’ in Francia significa che lo stato non sostiene né finanzia nessuna organizzazione religiosa, anche se ci sono delle associazioni religiose che lo stato riconosce legalmente e a cui concede una parziale esenzione fiscale. Dal 2015 in poi sarà in vigore un ‘Giorno laico nazionale’ in cui le scuole incoraggeranno i loro allievi a sostenere i ‘valori laici’ della Francia. Il laicismo, secondo la Francia, unisce i cittadini e incoraggia i migranti all’assimilazione. Questo tuttavia significa che il laicismo francese è male-equipaggiato ad affrontare la crescita dell’Islam o di altre configurazioni religiose al suo interno. La Francia non possiede nemmeno delle statistiche sull’affiliazione religiosa per cui è difficile sapere esattamente quanti mussulmani ci sono nel paese. Tuttavia è chiaro che in Francia la messa al bando del 2004 di ogni ‘simbolo religioso visibile’ nelle scuole pubbliche e il divieto del 2011 del ‘velare il viso’ in pubblico hanno imposto restrizioni significative alle ragazze e donne mussulmane. Seicento donne sono già state multate per aver infranto le regole. Questi divieti hanno fatto sì che le donne mussulmane che indossano il velo facciano fatica ad ottenere un impiego pagato poiché il velo è illegale nei posti di lavoro nel settore pubblico e visto male nei posti di lavoro nel settore privato. Coloro che vengono persuase dagli insegnamenti religiosi che indossare il velo costituisce un dovere religioso sentono di non poter compromettere la loro religione a favore dello stato laico. La corte Europea per i diritti umani nel 2014 ha affermato che il divieto non viola la Convenzione Europea per i diritti umani e che il “rispetto per i requisiti minimi di vita nella società” dovrebbe legittimare tale divieto.

Tuttavia, dal punto di vista dei diritti umani, l’idea che ‘vivere assieme’ richieda una certa assimilazione è preoccupante perché dà priorità ai presunti bisogni della società francese rispetto ai diritti individuali delle donne. Questi divieti dimostrano che il laicismo francese è nocivo per le donne che indossano il velo. Inoltre, l’80% degli attacchi islamofobici in Francia sono diretti alle donne mussulmane e sono aumentati esponenzialmente dopo l’attacco al giornale Charlie Hebdo. Il secolarismo francese potrebbe essere in parte responsabile anche del gran numero di estremisti che hanno lasciato la Francia alla volta della Siria. Il fatto che le donne siano molestate perché indossano il velo è un problema anche in altre parti d’Europa. Secondo il centro di ricerca Pew, 19 donne su 45 in Europa sono state molestate a causa del velo o per avere infranto codici d’abbigliamento imposti dalla religione.

Diversamente dalla Francia, l’Inghilterra non è ufficialmente un paese laico. Nella costituzione si dice che lo “Stato-Chiesa, basato sulla Chiesa d’Inghilterra, deve de iure e de facto proteggere le libertà e il pluralismo religioso”. Sin dal 2003 la legislazione inglese proibisce la discriminazione su basi religiose sul posto di lavoro o nel settore terziario in genere. Dal 2001 l’Inghilterra ha anche cominciato a raccogliere statistiche sulla religione in modo da controllare se la legislazione in vigore funziona o meno. Nel corso dei successivi governi, di coalizione laburista-liberal-conservativa-democratica, l’Inghilterra ha cercato di soddisfare il più possibile le richieste dei gruppi religiosi. Ha generosamente sostenuto e finanziato per esempio le scuole e i servizi sociali gestiti da gruppi religiosi, in precedenza gestiti dallo stato. Questo comporta ovviamente un vantaggio per quelle donne che preferiscono usufruire di servizi gestiti da enti religiosi (anche se alcune preferiscono non accedervi). Un tale approccio di tutela e incoraggiamento nei confronti dei credi religiosi è stato criticato per via del fatto che ostacolerebbe la parità di genere e ci sono stati accesi dibattiti a livello politico sulla cosiddetta segregazione di genere forzata nelle scuole di credo religioso e sul trasferimento a gruppi religiosi di finanziamenti che dovevano invece essere destinati ad organizzazioni laiche che si battevano contro la violenza domestica. Accuse sono state sollevate anche in relazione al fatto che funzionari pubblici, in alcuni casi di donne vittime di violenza sessuale o di mutilazione genitale, non siano intervenut@ per paura di essere accusat@ di discriminazione razziale o religiosa. Queste preoccupazioni hanno portato a tentativi di limitazione dell’influenza dei gruppi religiosi nel decidere delle sorti delle donne. Nel 2011 la baronessa Caroline Cox, sostenuta da una coalizione di gruppi di donne (inclusi alcuni gruppi a rappresentanza delle donne mussulmane) e dalla Società laica nazionale, ha introdotto l’”Arbitration and Mediation Services (Equality) Bill (il progetto di legge sull’arbitrato, la mediazione e la parità in materia di servizi), un progetto di legge che dichiara un’offesa punibile l’arbitrato di commissioni che dichiarano che le regole religiose hanno un valore legale. Questa proposta di legge, che è al momento arenata a causa dell’opposizione della House of Lords, è importante perché limiterebbe i poteri della ‘sharia’ islamica e delle corti ebree (‘Beth Din’) in merito a legislazioni discriminatorie per le donne in materia di diritto di famiglia, legislazioni che potrebbero favorire per esempio matrimoni plurimi per gli uomini e limitare i diritti delle donne in tema di divorzio.

Come questi esempi relativi a Francia e Inghilterra illustrano, la domanda chiave è come promuovere sia l’uguaglianza di genere, sia la libertà religiosa. Quali potrebbero essere gli accordi politici in grado di garantire i diritti delle donne religiose e la loro completa inclusione nella società? Se entrambi gli approcci, sia quelli laici sia quelli rispettosi delle diversità religiose, non sono in grado di conseguire questo scopo, in che modo è possibile raggiungere un migliore equilibrio, frutto di negoziazione democratica? La parità di genere non dovrebbe essere contrapposta alla libertà religiosa. La società non dovrebbe scegliere tra garantire i diritti o dei gruppi religiosi o delle donne, specialmente perché almeno la metà dei gruppi religiosi è formata da donne, e anche perché più della metà delle donne in tutto il mondo è religiosa.

Se il chiederci se il secolarismo sia dannoso o no per le donne ci aiuta ad assicurare libertà ed eguaglianza alle donne religiose, allora questo rappresenta di certo un passo in avanti verso un movimento globale delle donne.

Leggi anche:

Sulla libertà delle donne e il neocolonialismo delle bianche/occidentali:

Su Charlie Hebdo:

 

3 pensieri su “Il laicismo (secolarismo/laicità) nuoce alle donne?”

  1. Questo articolo offre molti spunti di riflessione. CI sono però delle inesattezze. In Gran Bretagna ci sono dozzine di tribunali islamici che legiferano e emettono verdetti sulla base della sharia, applicando leggi chiaramente illiberali. Il sistema si basa su un multiculturalismo in cui le varie comunità (quella islamica, ma anche le altre) vivono ognuna la propria cultura, a modo loro, ma non integrandosi, rimangono in una realtà a sé stante (una sorta di ghettizzazione culturale). Io ritengo sbagliato questo metodo, sicuramente molto più dannoso dell’integrazione (che in parte vuole essere assimilazione) francese. Un’altra inesattezza è il divieto del velo in Francia. In realtà è vietato solo il burqa nei luoghi pubblici. Questo divieto non mi sembra discriminatorio, perché si tratta di questioni di sicurezza, perché il volto è completamente coperto. Penso che sarebbe bella una società in cui il principio della laicità, inteso come nell’ordinamento giuridico italiano, ossia di “pluralismo confessionale e culturale e presuppone, quindi, innanzitutto l’esistenza di una pluralità di sistemi di valori, di scelte personali riferibili allo spirito di pensiero, che sono dotati di pari dignità e nobiltà”. In cui cioè ognuno fa liberamente quello che vuole. Sappiamo benissimo che in Italia questo principio non è rispettato, basti pensare che nell’Università, persino nel Corso di Laurea in Medicina, vengono tenute delle conferenze in cui i preti ci parlano male (velatamente) di eutanasia, disturbi dell’identità di genere, ecc. Allora pare chiaro che la chiesa cattolica influenza la società italiana in maniera ancora evidente. Per quanto riguarda invece gli altri problemi del multiculturalismo, come sottolineato nell’articolo, ci possono essere dei casi in cui la legislazione dello Stato entra in contrasto con tradizioni proprie di una determinata cultura o religione, come nel caso delle Mutilazioni Genitali Femminili. Ho partecipato ad un convegno su questo argomento e devo dire che la legislazione italiana è molto molto tollerante con i genitori che le praticano, secondo me troppo. Dico troppo perché si tratta comunque di una violenza e quando in Italia dei genitori commettono una violenza su un minore, devono essere puniti, perché il benessere del minore viene prima della potestà genitoriale. Allora, in una società democratica e liberale, si presuppone che questo valga per tutti i genitori, di qualunque nazionalità. Il problema è che questi genitori che le praticano sono convinti che le loro usanze siano giuste. Va bene, ma allora il mio fidanzato è libero di picchiarmi, perché pensa che sia giusto e che me lo merito? Non credo. Allora io sono per una società in cui non c’è né assimilazione (a meno che non sia libera scelta) né multiculturalismo, ma integrazione, perché nel momento in cui faccio parte di una comunità mi adatto alle regole o leggi di quella comunità, senza però andare contro i miei principi. E se quelle leggi vanno contro i miei principi ho due alternative: 1. vado a vivere da un’altra parte 2. lotto per far valere i principi che ritengo giusti. Per quanto riguarda la libera scelta di portare il burqa, bisogna vedere se è davvero libera scelta, o se quelle donne sono schiave di ideologie, dogmi religiosi che gli sono stati inculcati fin da piccole. In fin dei conti anche in Italia, non molti decenni fa, era normale la società patriarcale, in cui una donna non poteva scegliere liberamente di divorziare, abortire, ecc. Questo non significa che le donne che non si ribellavano erano davvero donne libere, ma semplicemente gli sono stati trasmesse delle regole sbagliate, fondate su idee sbagliate. Se noi lasciamo che una bambina si formi nella maniera più libera possibile, da adulta non avrà mai il desiderio di mettersi un burqa. Ne sono convinta. Non confondiamo l’islamofobia col desiderio di vivere in una società libera, democratica e laica.

  2. In ogni caso trovo incompatibile l’essere anti-clericali e filo-islamici. Se rifiuti ogni imposizione della chiesa, automaticamente la rifiuti anche dall’islam o dall’ebraismo. Inoltre l’applicazione della sharia mi sembra assolutamente in contrasto con idee femministe oppure libertarie. Una persona che lotta per la libertà dell’individuo, non può che sostenere la laicità. Una persona anarchica, come ti ritieni tu, non può che essere contraria a regole imposte da un tribunale islamico. Io non potrei mai vivere in un Paese dove la sharia viene applicata per legge, perché non mi sentirei libera. Non posso accettare leggi che vanno contro la mia libertà. L’islam, come tutte le religioni, è in contrasto con le mie scelte.

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