Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

#Indiana #Usa – Donna condannata a 20 anni di carcere per “feticidio”

15

Stati Uniti, luogo dal quale partono delegazioni armate di persone che vanno a insegnare ad altri popoli come si fa ad essere più civili. Purvi Patel è una donna che afferma di aver avuto un aborto spontaneo in Indiana ed e’ stata condannata a 20 anni di carcere con l’accusa di feticidio e negligenza/abbandono di persona a carico. Dopo aver avuto l’aborto spontaneo di un feto morto ha buttato il feto in un cassonetto (Patel abitava coi genitori religiosi conservatori che non approvavano il sesso prima del matrimonio). Secondo la polizia pare avesse ordinato online delle pillole per abortire. Però di queste pillole non c’erano tracce nel suo sangue, e lei è stata comunque accusata di essersi indotta volontariamente l’aborto. Il pezzo del The Guardian conclude dicendo che non ha molta importanza se si tratta di aborto spontaneo o no, perché la conclusione di questa condanna è che chi ha un utero non ha il diritto di controllarlo. L’utero è mio ma non lo gestisco io, questa la pretesa delle istituzioni.

Ecco la traduzione per intero del pezzo sul The Guardian (grazie a Irene):

Abortire è illegale negli Stati Uniti. E’ illegale anche abortire un feto morto – non ufficialmente, forse, ma quasi, grazie ad un caso avvenuto in Indiana. Lunedì 30 Marzo Purvi Patel, una donna di 33 anni che sostiene di aver avuto un aborto spontaneo, Ë stata condannata a 20 anni di prigione per abbandono di persona a carico e feticidio. E’ la prima donna negli Stati Uniti ad essere condannata per questo crimine.
Nel Luglio 2013, Patel arrivò al pronto soccorso con un grave sanguinamento. Ammise infine di aver avuto un aborto spontaneo e di aver lasciato il feto morto in una borsa in un cassonetto. (Patel viveva con i suoi genitori, religiosi e conservatori che non credono nel sesso prematrimoniale). Quando la polizia perquisì il suo cellulare, trovarono messaggi che suggerivano che la donna avesse comprato online farmaci per indurre l’aborto.
Nonostante non fossero state trovate tracce di tali farmaci nel sangue di Patel prelevato all’ospedale, il Pubblico Ministero sostenne che Patel avesse usato i farmaci menzionati nei messaggi e si fosse procurata l’aborto del feto di 23-24 settimane. E, in una manovra legale che mette alla prova l’immaginazione, Patel venne accusata non solo di feticidio, ma di abbandono di minore. Queste accuse sono completamente contraddittorie, come riporta il Guardian l’anno scorso: abbandono di minore implica l’abbandono di un bambino vivo, mentre feticidio significa che il bambino è nato morto.
Ma la logica non è mai stata il fulcro delle leggi draconiane e degli arresti della polizia che hanno come bersaglio le donne incinte: il controllo lo è. Lynn Paltrow, il direttore esecutivo dell’organizzazione “National Advocates for Pregnant Women” mi spiegò che le leggi che riguardano l’uso dei farmaci da parte delle donne incinte mirano a “far si che la donna incinta – dal momento stesso in cui l’ovulo viene fecondato – sia soggetta ad uno stato di sorveglianza, controllo ed estrema punizione”.
E, come altre leggi che colpiscono le donne in stato di gravidanza, la legge dell’Indiana sul feticidio non era stata progrettata (almeno non esplicitamente) per avere effetto diretto sulle donne: essa doveva infatti riguardare le persone che procurano aborti illegalmente. Ma nonostante chi si oppone al diritto all’aborto insista che le donne sono “vittime” di chi procura gli aborti, le leggi sulla “protezione del feto” storicamente hanno un impatto sulle donne – ed in particolare sulle donne di colore.
Dopo che una legge sul feticidio fu approvata in Texas nel 2003, per esempio, un procuratore distrettuale locale sfruttò l’opportunità di spedire una lettera a tutti i dottori della contea dicendo che erano da allora obbligati a riferire di ogni donna che usasse farmaci durante la gravidanza. I dottori obbedirono all’ordine e più di 50 donne furono denunciate e perseguite.
Potremmo non sapere mai cosa successe davvero nel caso di Patel. Lei ha sostenuto ripetutamente di aver avuto un aborto spontaneo; se fosse vero, lo stato starebbe mandando in prigione una donna per non aver terminato una gravidanza dando alla luce un bambino sano. Ma anche se Patel si fosse procurata i farmaci per abortire, siamo davvero preparati ad incarcerare una donna per decenni per aver abortito? Anche se l’aborto è illegale?
Quando le donne vogliono disperatamente terminare un gravidanza, ci riescono. La risposta a questo non dovrebbe essere punitiva, ma di supporto: le donne hanno bisogno di un migliore accesso all’educazione, alla contraccezione a prezzi abbordabili e all’aborto senza molestie o ritardi.
Il caso di Patel apre la porta per far sÏ che ogni donna che esprima dubbi rispetto alla propria gravidanza possa essere accusata se ha un aborto spontaneo o dà alla luce un bambino nato morto. E’ un pensiero terrificante, ma che sta già avendo ripercussioni su donne reali: il movimento contro l’aborto sta mandando donne in prigione per ciò che succede durante le loro gravidanze. Dunque spiegatemi di nuovo quanto l’aborto sia assolutamente legale. O spiegatelo a Purvi Patel.

Un altro articolo – ripete pressappoco le stesse cose e aggiunge qualche notizia in più. Riassumendo: si parla addirittura del fatto che la donna avrebbe rischiato di beccarsi 70 anni di galera. Per approfondire ulteriormente: Purvi Patel, una donna dell’Indiana dell’età di 33 anni, è stata arrestata dopo che lei si era rivolta al pronto soccorso per cercare assistenza per le gravi emorragie. Prima aveva negato di non essere mai stata incinta, poi ha detto che aveva avuto un aborto spontaneo. Pare che la Patel fosse rimasta incinta in seguito alla sua relazione con un uomo sposato. Patel temeva il giudizio dei genitori di religione indù, molto conservatori. Nessuno si era accorto della sua gravidanza. La polizia avrebbe trovato un ordine online di farmaci che inducono l’aborto. Il patologo però non ha riscontrato alcuna traccia del farmaco nel feto e lo stesso dicono i medici che hanno soccorso la donna. Le accuse, per le quali è stata giudicata colpevole, sono di trascuratezza/negligenza nei confronti di una “persona” non autosufficiente e di feticidio, omicidio di un “bambino” non ancora nato. Altre persone giudicano il procedimento arbitrario e la maniera in cui è stata trattata la donna in violazione dei diritti minimi garantiti dalla costituzione. La donna è stata interrogata in ospedale non in presenza di un avvocato, i periti non hanno potuto constatare l’età precisa del feto, l’accusa è stata mossa secondo un parere non supportato da prove scientifiche secondo il quale il feto sarebbe nato vivo e poi morto in seguito all’abbandono. Problema più grosso, secondo Lynn Paltrow, il direttore del gruppo di avvocati nazionali per le donne in gravidanza (NAPW), è il fatto che Patel è stato accusato di due reati diversi che si contraddicono a vicenda. Come si può prima uccidere un feto e poi trascurare un bambino già nato?

La legge dell’Indiana, sul feticidio, è quella che ha permesso alla polizia e ai giudici di portare avanti l’accusa di omicidio diretta a Patel, per quanto quella legge fosse stata inizialmente approvata per chi forniva metodi, farmaci o quant’altro fosse utile in un aborto illegale. Il caso di Patel però costituisce un grave precedente perché realizza il volere delle associazioni antiabortiste che vorrebbero leggi penalmente dure nei confronti delle donne che abortiscono. Quindi la sentenza chiarisce che non solo l’aborto è criminalizzato in America, ma le donne, oltre a chi favorisce l’aborto, possono essere arrestate, indagate, processate e mandate in prigione per 20 o più anni. Il problema che ora si pone riguarda moltissime donne abitanti in America. Sono 37 gli Stati U.s.a. che hanno approvato leggi contro l’omicidio fetale, o feticidio. Anche se queste leggi sono state scritte per consentire allo Stato di perseguire chi commette un crimine contro le donne incinte, tale da provocare la fine della gravidanza, il senso delle leggi può evidentemente essere esteso alle donne stesse.

Le leggi contro il feticidio, in particolare, in alcuni Stati furono promossi in nome della lotta contro la violenza sulle donne, ovvero per punire con una ulteriore e grave accusa, lo stupratore che fosse causa di un aborto, o il femminicida che causa anche la morte del feto, e via di questo passo. In realtà queste leggi colpiscono in primo luogo le donne stesse e sempre più donne sono accusate di aver provocato l’aborto quando il feto nasce morto o vivono aborti spontanei. Quelle donne sono poste sotto inchiesta al fine di scoprire se abbiano, o meno, fatto nulla per provocare la morte del feto durante la gravidanza. Vale dunque il perseguimento di una donna incinta che si ubriaca, che si droga, perfino quella che cade per le scale o che fa qualunque cosa possa provocare un danno al feto, fregandosene di quel che la donna stessa vive e ponendo la salute del feto sopra ogni cosa. In Indiana, in particolare, Patel è la seconda donna perseguita per il reato di feticidio. Nel 2011 lo Stato ha sporto denuncia nei confronti di Bei Bei Shuai, una immigrata cinese che ha cercato di suicidarsi, mentre era incinta. Giacché Shaui sopravvisse, e il feto invece no, lei fu condannata per aver intenzionalmente prodotto un danno al feto, e fu messa in carcere per più di un anno. La notizia comunque provocò indignazione in tutto il paese. Più di 100.000 persone firmarono una petizione per chiedere la sua liberazione, sottolineando che il suo caso “stabiliva un pericoloso doppio stigma per le donne incinte che soffrono di problemi di salute mentale.” Nel senso che l’unico modo che i legali in quella nazione hanno per salvare dalla galera una donna che ha abortito è quello di farla ritenere mentalmente instabile e incapace di intendere e volere.

In molte sono preoccupate del fatto che siano in atto delle vere e proprie persecuzioni contro le donne incinte e la preoccupazione aumenta quando si vede che i primi due casi di condanna riguardano comunque donne non bianche, ma di altra etnia. Si teme che la legge che parla di “danno fetale” infine possa condizionare la vita delle persone, delle donne, più fragili e sovraesposte che vivono in Indiana.

Ci sono delle prove che confermano queste preoccupazioni. Secondo uno studio condotto da NAPW, che si è occupato dei procedimenti contro donne, in relazione alle loro gravidanze, quelle che hanno subito gravi accuse di feticidio tra il 1973 e il 2005 sono soprattutto donne di colore a basso reddito. Queste donne hanno più probabilità di essere denunciate alle autorità dal personale ospedaliero che abbia il sospetto di un danno arrecato al feto.

Vari gruppi stanno comunque protestando per quel che succede a Patel, perché se le donne che abortiscono pensano che andare in ospedale significhi finire in galera questo porterà ad ingigantire il fenomeno degli aborti clandestini con la conseguenza che le donne ricominceranno a morire in seguito ad un aborto. Sulle donne che abortiscono tra l’altro pesa il giudizio morale di benpensanti che, nel caso di Patel, per esempio, avrebbero testimoniato che lei non sarebbe stata sufficientemente triste dopo l’aborto e anzi trascorreva molto tempo al cellulare. Una vera megera, insomma. In un clima da santa inquisizione e caccia alle streghe bisogna subito condannarla al rogo. In definitiva l’opinione che i giudici hanno di lei in gran parte deriva dal fatto che lei non rispettava i canoni della brava madre. Essere vista come una “cattiva madre” ha certamente indotto il pm a chiedere per lei una pena altissima.

Questa vicenda ci ricorda non solo il fatto che l’orrore, nei confronti delle donne incinte o che vogliono abortire, non ha mai fine, ma che la tendenza, che colpisce anche l’Europa, è quella di riportare indietro le lancette dell’orologio e di invocare il diritto dello Stato al controllo del bambino e dunque a quello del corpo della madre che dovrà essere tenuta d’occhio, perché considerata irresponsabile, una bambina, in quanto donna, proprio come vorrebbero ci considerassero tutte quelle che in nome della lotta contro la violenza sulle donne esigono che ci si consegni a tutori paternalisti, a nuovi patriarchi, allo Stato, che non vuole altro che tornare a considerarci soggetti deboli, di fisico e di mente, dunque bisognose di un tutore che sceglierà per noi e così addio alla nostra libertà di scelta.

Aggiungo un po’ di link che parlano delle persecuzioni alle “cattive madri” e di quel che ha caratterizzato l’età dell’inquisizione, ovvero il tempo in cui venivano arrestate le donne che abortivano e le ostetriche le facevano abortire. Perché il vizio di considerare le donne solo macchine per fare figli, facendo di tutto per ottenere – per la loro stessa sicurezza, ovviamente – il controllo totale del loro corpo, non si perde proprio mai. Capito come?

Leggi anche:

#Tennessee: sei incinta? Diventi una sorvegliata speciale!
#TheLottery e dintorni: se i figli sono di proprietà dello Stato!
#SudCarolina: se non sei una madre carceriera ti arrestano e licenziano!
Storia della strega ostetrica al tempo della Santa Inquisizione
Malleus Maleficarum: le streghe ostetriche e il diavolo etero
Salem: streghe, tutori e torturatori
Silvia Federici sulla caccia alle streghe
La società de/generata (streghe, femminismo, morale, controllo sociale, biopotere)
—>>>e ricordate tutti i post sulle vostre storie di maternità difficili. In fondo a QUESTO post trovate tutti i link.

4 pensieri su “#Indiana #Usa – Donna condannata a 20 anni di carcere per “feticidio””

  1. Non so in quale articolo, ho letto che dell’ordine di pillole la polizia è venuta a conoscenza leggendo gli sms sul suo cellulare. Insomma, se vivi nell’Indiana, e hai la sfortuna di abortire spontaneamente o per un incidente, il Grande Fratello è autorizzato a frugare tra i tuoi effetti personali per cercare di dimostrare che la colpa dell’aborto è tua.
    Come quando nel Medioevo si ripudiavano le donne incapaci di procreare, ancora adesso in certi ambienti una donna vale quanto il suo utero: se fai figli, bene; se per qualche ragione non vuoi o non sei in grado, non servi.

    Notizia bonus: l’Indiana è anche lo Stato dove, grazie al Religious Freedom Restoration Act, sei autorizzato nel nome della tua religione, ad affiggere fuori dalla tua attività un cartello in cui dichiari che in quel negozio non si servono omosessuali (come in: “Vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”).
    http://www.lettera43.it/cronaca/indiana-gay-discriminati-per-legge_43675164440.htm

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.