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La bimba con le mani alzate e l’indignazione da tastiera

In questi giorni tutti avete visto e forse anche condiviso la foto di una bambina siriana, con le braccia alzate in segno di resa, perché aveva scambiato l’obiettivo fotografico per un fucile. Grazie alla community di Abbatto i Muri, attraverso alcuni link, sono riuscita a capire che la foto è di un

fotoreporter turco, Osman Sağırlı, che avrebbe scattato la foto alla piccola Hudea, nel campo profughi Atmeh in Siria con la madre e due fratelli, a circa 10 km dal confine turco e 150 km dalla loro casa di Hama. Immagine pubblicata lo scorso gennaio sul Türkiye“.

L’immagine è diventata nota, poi, perché condivisa sui social dalla fotoreporter palestinese Nadia AbuShaban.

La mia prima domanda è: perché viene resa nota sui nostri media solo adesso se la foto è targata “2014”? La seconda: come mai quelli che ieri sputavano sulle cooperanti italiane in aiuto in Siria oggi condividono, con allegati commenti strappalacrime, l’immagine di questa bambina?

Quando ho visto la foto, e soprattutto l’enorme quantità di condivisioni, mi sono detta che è un vero è proprio orrore considerare questa prova di pornografia emotiva come un mezzo per raccattare Like. Ho pensato: ma il fotografo perché non l’ha rassicurata prima di fare la foto? E questo pensiero mi ha riportato alla mente una serie di considerazioni e vignette, amare, sulla maniera di fare cronaca di guerra. Decine di fotografi alla ricerca delle tracce di tanta crudeltà subìta per immortalare con mille flash il sangue, la carne massacrata, le facce spaventate della gente.

Mi è venuto in mente un pezzo del racconto del Valzer di Bashir in cui la psicologa racconta come un fotografo possa proteggersi dai traumi della guerra ponendo la macchina fotografica tra sé e il resto del mondo. Tolta la macchina fotografica il fotografo rimane traumatizzato. Il punto è che la visione di una immagine che raffigura una scena violenta rasserena anche noi. E’ una cosa lontana. Non ci tocca. E’ immagine, un film, una foto, buona per raccattare consensi, accessi, e nulla più. La condivisione virale parte dalla stessa spinta virtualmente “intenerita” che ti porta a condividere foto di gattini. E’ solo pornografia emotiva per provocare pornoindignazione.

Rifletto su questo a prescindere dal lavoro certamente degno del fotografo, della collega che ha reso nota quell’immagine e a prescindere anche dalle ottime intenzioni di chi condivide l’immagine. Ma se una volta una foto di una scena di guerra poteva essere utile a sensibilizzare la gente, a provocare una mobilitazione pubblica, oggi non c’è nessuno che scende in piazza per la Siria. Non vedo per le strade le migliaia di persone che hanno accompagnato la condivisione della foto con un “poverina”, “povera cara”, eccetera eccetera. Nessuna ribellione. Nessuna rivoluzione. Anzi.

Ci sono quell*, un po’ complottist*, che temono che foto del genere possano servire solo a legittimare l’occidente a buttare bombe sul medio oriente. E’ già successo. Non è una cosa così strana, dopotutto. Perciò dopo aver considerato, per anni, l’uso che si fa, per esempio, delle immagini di donne che subiscono violenza, è necessario considerare che se l’occidente trova questa o altre immagini così interessanti proprio adesso c’è da chiedersi perché.

Ma andando oltre il complottismo mi fermo all’impressione che continuo a ricavarne. Avete presente le immagini dei bambini del “terzo mondo”, smagriti, moribondi, che vengono usate per raccattare fondi per organizzazioni “umanitarie”? A volte le foto di guerra mi danno la stessa sensazione, specialmente quando coinvolgono i bambini. Come si fa a vendere il dolore di un bambino?

Inutile dire che io rispetto il lavoro di informazione che fa un reporter di guerra. Quando non è allineato con le forze dominanti è una fonte preziosa di notizie, ma credo che ci si debba porre un po’ di quesiti. Non può essere tutto così semplice. Non può. Io penso a tant* di noi quando eravamo a Genova nel 2001. Le foto e i video sono stati indispensabili per denunciare gli abusi commessi a danno dei manifestanti. Ma se avessimo visto un bambino messo in un angolo a piangere, spaventato per i lacrimogeni o solo spaventato, lo avremmo fotografato o avremmo cercato di confortarlo?

Non so. Io invito ancora a ragionarci su. Che ne pensate?

E #RestiamoUmani

Ps: Gian Paolo aggiunge in un suo commento “Del resto Susan Sontag in un suo saggio ha scritto che la fotografia è un’arte conservatrice perchè per esistere ha bisogno che certi fatti accadano, non vi si può opporre. L’alternativa praticata almeno da un paio di fotografi, Christian Poveda (che è stato ucciso dai mareros salvadoregni da lui documentati) e Antoine D’Agata (che ha documentato la vita delle prostitute in Cambogia condividendone case, droghe e abitudini sessuali) è partecipare agli eventi di cui si vuole essere testimoni a proprio rischio e pericolo. Aggiungo che molte immagini create da questi due artisti non potrebbero essere postate su un social network, andrebbero incontro a una rimozione perché troppo ‘forti’ per la condivisione.

A me veniva in mente questo: “non ci si pone il problema che documentare, dall’esterno, senza prendere parte e schierarsi, sia un po’ un’azione colonialista? quando esisteva indymedia si preferiva andare in giro per città e insegnare alla gente di quei territori ad autorappresentarsi, autonomamente. Si facevano workshop in cui si insegnava a fotografare, filmare, gestire un sito, affinché fossero protagonisti e soggetti di quel che veniva diffuso e non oggetti dell’azione altrui. Non pensate che sia anche un po’ datata la posizione dei cronisti attuali? E non parlo di attivisti, freelance che ci hanno rimesso la vita.

7 pensieri su “La bimba con le mani alzate e l’indignazione da tastiera”

  1. Si, però, permettimi. Tu sei la prima che per anni non ha mai parlato del conflitto siriano, hai preferito occuparti di Gaza, come se i morti a Gaza facessero più orrore dei morti in Siria. Abbi pazienza, ma ora le lezioni di ipocrisia non puoi permettertele. Una tua lettrice.

    1. io non mi occupo di siria perché non ne so abbastanza. non perché i morti siriani siano meno importanti di quelli palestinesi. non ho infatti condiviso neanche la foto con fare indignato, per ripulirmi la coscienza. se questo significa essere ipocriti, vabbè. che ti devo dire.

      1. In ogni caso non mi sembra che la foto sia “pornografia emotiva”. Abbiamo visto, durante il conflitto palestinese, foto di corpi sotterrati vivi, trucidati, vere o false. Direi che quelle sono davvero pornografia dell’orrore. Ritengo che chi posta in continuazione queste foto non faccia altro che assuefarsi al dolore, alle torture, alla guerra, senza volerlo.

      2. Per spiegare il mio concetto, che credimi non vuole essere offensivo, ma un momento di riflessione. Quella che tu definisci “indignazione da tastiera” compare anche in tutti i tuoi post sulla Palestina. Ho assistito, in quei giorni, ad un’indignazione di una quantità considerevole di persone, che poi hanno chiuso la bocca completamente su quello che hanno fatto agli arabi i loro stessi fratelli arabi, in Siria, come in Yemen, come in Iraq. Secondo me non è questione di conoscenza, perché oggi, con internet, chi vuole si informa. Sembra quasi che finché “si ammazzano tra loro”, va bene a tutti, ma quando ci sono di mezzo gli israeliani, bisogna intervenire. Secondo me è una particolare avversione nei confronti degli israeliani che provoca tutto ciò.

        1. non sono d’accordo con la tua opinione ma non è un problema. 🙂
          quando io parlo di palestina io provo a dare voce a chi sta là e combatte. traduco roba che arriva da lì, seguo quello che fanno compagni attivamente impegnati in quel territorio e faccio da megafono a voci e opinioni che altrimenti non avrebbero nessuna (o quasi) visibilità. può essere considerata anche questa indignazione da tastiera? non so. io non mi lavo la coscienza né con i post né con la condivisione delle foto. mi occupo di questo da tanti anni e non tra la pubblicazione di un gattino e uno status sulla mia giornata passata al supermercato.

  2. Da amante della fotografia, mi vien da dire che io in questa foto non solo non riesco a vedere una bambina che “si arrende” al fotografo, ma neanche paura nel suo sguardo o gesti che lasciano intendere ciò.

    Ci sono state nella storia foto decisamente più esplicative (purtroppo) e d’impatto di questa, che, non me ne voglia l’autore, non mi sembra neanche stò granchè di foto.
    Invito a farvi un giro sui candidati e vincitori del World Press Photo, lì troverete davvero foto che simboleggiano paura, guerra, resa e tutto quello che di terribile accade in questi ambiti

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