Io lo ricordo come fosse ieri, quanto ero bravo come amante e, soprattutto, quanto piacere davo a loro. Nessuna relazione stabile, ma tanta disponibilità a farle felici e a trarne giovamento. Non sono presuntuoso, non cerco di descrivere abilità performative che non ho. Sono sicuro di quel che dico e anche del fatto che ero capace perché usavo l’empatia, l’ascolto, riuscivo a percepire i loro desideri da semplici movimenti del corpo. Leggevo le espressioni, traducevo quei segnali in prestazioni sessuali e godevo nel vederle godere.
Poi ho incontrato lei, una bellissima ragazza che pensavo di poter conquistare sfiorandogli appena il braccio. Era divertente, intelligente, spiritosa, e con l’ironia ha messo all’angolo quel che ero, mettendomi dapprincipio a mio agio. Non era necessario, con lei, essere un amante sempre pronto. Non avevo bisogno di interpretare le sue espressioni perché lei diceva chiaramente quello che voleva. Non era indispensabile che io tenessi tutto sotto controllo e collezionassi orgasmi per sentirmi grande. Fu lei a darmi una nuova sicurezza.
Lei stava bene e stavo bene anch’io. Fu molto difficile all’inizio, perché ero tentato, a letto, di essere quel che ero. Però lei mi bloccava, in effetti mi inibiva, e mentre assumeva il controllo della nostra vita sessuale io cominciavo a mancarmi. Provai a dirglielo, cara, per una volta, lasciami fare, perché mi manco io. Non so più chi sono e se all’inizio trovavo sicurezza in quel che mi dicevi di non fare oggi sono totalmente in balìa del tuo umore e se mi lasci senza indicazioni non so come muovermi.
Faceva in modo che non avessi più fiducia nelle mie sensazioni, non ero in grado di confidare più nell’empatia, nelle percezioni. Non sapevo come interpretare i suoi messaggi. Eppure mi sembrava tutto un po’ confuso, ambiguo. E arrivò il momento in cui tornai ad essere quasi un adolescente, imbranato, sprovveduto, tutto per amor suo, perché il desiderio che avevo di lei, ammansito dalla violenza psicologica, mi faceva sentire sbagliato.
Dopo un po’ iniziò il suo gioco di rinfacciamenti: ma come, proprio tu che dici di saper leggere le richieste delle donne non ti accorgi che ora io non ho voglia? E la vedevo sempre più irritata. Avere controllo di me non la rendeva felice. La metteva solo in condizione di potermi disprezzare. Come faceva sua madre con suo padre, forse, perché mi è sembrato che lei volessi, in fondo, ricreare la stessa dinamica familiare di cui aveva cognizione fin da bambina.
Voleva me, perché forse pensava fossi più in grado di tenerle testa o, invece, aveva intuito che dietro tanta esibita sicurezza c’era solo un uomo che quando si innamora manda a fare in culo tutto quanto e si concede totalmente. Ha cominciato a farle schifo la mia lingua, la saliva, il mio sapore, il mio odore. Mi mortificava spesso, con osservazioni sul mio alito, la mia postura, la voce, i miei pensieri. Non le andava bene nulla di me. Allora le chiedevo: cara, perché mi ami? Perché stai con me? E lei, rispondeva come non fosse successo niente.
Non le credetti, dopo un po’, ed ero convinto che stava con me solo per paura di restare sola, o perché nella sua testa quello era il tipo di rapporto che voleva vivere. Capitò così che un giorno, senza che io avessi programmato niente, incontrai una collega fuori dall’ufficio. Senza pensarci due volte le chiesi di uscire con me: vieni a bere qualcosa, andiamo a fare un giro. Lei disse di si e dopo mezz’ora eravamo in macchina a spogliarci e afferrarci e baciarci, leccarci, morderci, come se il sesso – fino a quel momento – a noi fosse stato proibito.
Con movimenti degni di un atleta, in quella piccola automobile, riuscii a leccarla, farla venire più volte, la penetrai in mille pose, scovandone una che piaceva a entrambi. Incastrati a forbice, le cosce una stretta all’altra, si toccavano soltanto pene e vagina, in uno strofinio piacevolissimo. Godevo del suo viso, i gemiti, gli urli. Lei era appagata, non aveva nulla da rimproverarmi, in me non c’era niente che non funzionasse. Dopo tre ore eravamo ancora a toccarci, ridere, sfotterci, poi lei disse che forse sarebbe stato meglio continuare a casa sua.
Dissi di si, subito, senza pensarci. Volevo stare con lei. Dovevo colmare la solitudine della pelle, sconfiggere il deserto arido, ungere, massaggiare, idratare. Neanche una parola durante il tragitto. Ogni tanto le mettevo una mano sulla coscia per assicurarmi che lei ci fosse ancora, e lei c’era, stava ancora lì. Entrai nell’appartamento senza alcuna timidezza. Chiesi dov’era il bagno, avevo bisogno di pisciare. Entrò con me e aspettò che finissi per poi lavare e asciugare il mio pene. Dissi di togliersi le mutandine, la strinsi forte e dopo un attimo eravamo sul divano, quieti, respirando in sincrono, osservandoci per memorizzare meglio i nostri lineamenti, e ridevamo, come fosse naturale stare insieme. Erano le quattro del mattino e continuavamo a baciarci, ridere, scherzare, parlare. Non mi sentivo così a mio agio da molto tempo. Lei non fece domande, parlò d’altro, con intelligenza, come se sapesse che rappresentava il mio ristoro, la conferma ai miei dubbi, la mia botta di sicurezza a vantaggio della mia autostima.
Ci addormentammo. Il mio telefonino spento. Non ero reperibile. Al mattino presto andai a casa per cambiarmi, prima di tornare al lavoro. Guardai la donna della quale ero innamorato. Meravigliosa quando dormiva, delicata, straordinaria con quei riflessi di luce che le illuminavano il viso. Le labbra morbide, bagnate, il viso ovale, perfetto, i suoi capelli mossi, castani, i suoi polsi sottili, come le sue caviglie, le forme un po’ più rotonde rispetto a quando l’avevo conosciuta, un po’ di cellulite sulle cosce, e lei così mi piaceva perfino di più, era accogliente, più bella. Poi aprì gli occhi, una smorfia le deturpò la faccia, mi disse che era preoccupata per me, pensava mi fosse successo qualcosa. Aveva telefonato a tutti gli amici comuni, perfino a mia madre e mia sorella.
Era incazzata da morire e sicuramente aveva ragione ad esserlo ma solo perché, in effetti, avrei potuto avvertirla. Ma cosa avrei potuto scriverle in un sms? Cara, vado a scopare con la mia collega, non aspettarmi in piedi. E io non sapevo neppure come sarebbe andata a finire. Glielo avrei detto oppure no? Poi le vomitai addosso tutto quello che avevo ingoiato per così tanto tempo. Nessuno spazio per le sue rimostranze. Hai detto abbastanza. Ora parlo io. Mi hai trattato come una cosa sbagliata da aggiustare. All’inizio dicevi che potevo rilassarmi e poi mi hai reso insicuro come un bambino che dipende totalmente dalla sua mamma. Dove sono stato stanotte? A fare sesso, per ore e ore, e mi è piaciuto.
Non cedo più ad alcun ricatto. Basta con la storia di merda che mi colpevolizzi perfino quando voglio guardare un film porno. Sono un essere umano e non puoi guardarmi come fossi un mostro perché ti dico che ho voglia di fare sesso. Se a te non va sono gran cazzi tuoi. E no, smettila, io non sto rovinando proprio niente. Non dico neppure che tu devi farlo con me se non vuoi, ma smetti di pensare che io debba esserti fedele, perché è un ricatto idiota e questo genere di considerazioni sugli uomini che fanno sesso altrove dovrebbero essere archiviate da molto, molto tempo.
Ho fatto sesso e mi è piaciuto. Mi è piaciuta lei e non ho problemi a dirti che ho voglia di rivederla, di dormire con lei, di farla godere. Ho voglia di stare bene, lo capisci?
Lei mi guardò come se non mi conoscesse. Disse che entro sera avrebbe preso le sue cose e sarebbe andata via. Non devi se non vuoi – la invitai – resta. Per me lei non è alternativa a te. Io amo te e mi piace anche lei. Che male c’è?
E come se le avessi dato una martellata in testa lei vacillò e cadde sul letto, seduta, come una bambola inanimata. Fece un paio di scene, disse che stava un po’ male. Tirò fuori, credo, tutti i trucchi ottocenteschi che usava sua madre, poi capì che non c’erano cazzi, io ero più che sicuro, oramai lei aveva perso il controllo di me. Riconfermò la sua promessa. Vado via entro stasera – e aggiunse, indispettita – così puoi portare la tua puttana in questa casa, nel nostro letto.
La mia santa. La mia puttana. E poi dicono che sono gli uomini ad essere sessisti?
Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.

Secondo me, le parole cattive che lei ti ha detto alla fine erano solo dettate dal momento, dalla sua paura di perderti. Chiamare “puttana” l’altra è purtroppo una reazione viscerale (così come chiamare “stronzo” il diretto responsabile) quando ci si rende conto che una storia potrebbe essere finita. Come ha detto qualcuna su facebook, non è che “una relazione che nasce monogama possa diventare poliamorosa senza accusarne nessun colpo. […] Il sessismo c’entra poco, così come la morale borghese della monogamia. Ci sono persone che non amano l’idea della poligamia.”