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Io, brutta e con il sesso appeso

Foto da RiotClitShave.com
Foto da RiotClitShave.com

25 anni e ancora non mi era capitato di vivere un rapporto sessuale. Qualche bacio, carezze, un po’ di masturbazione, ma tutto senza impegno. Ero profondamente timida e, secondo alcuni, brutta. Non mi curavo molto e non mi interessavo del mio aspetto. Ero rassegnata al fatto di non piacere e mi impegnavo in casa, nello studio, programmavo il mio futuro e mi sentivo serena immaginando che un giorno sarei riuscita a realizzare un sogno: andare all’estero e restarci.

Tutto dell’Italia mi ricordava la maniera in cui venivo osservata e giudicata, non solo dai ragazzi ma anche dalle ragazze, perché se sei “brutta” non ti vogliono neppure come amica. Al limite sei quella che chiamano a casa per farsi aiutare a fare i compiti. Detta così sembra la trama di uno stupidissimo filmetto sulle adolescenti dei college americani. In realtà è la storia di una che ha subito tanti gavettoni e mille quintali di bullismo nelle scuole: elementari, medie, incluse le superiori. All’università andavo alle feste per sballarmi, mi facevo una canna e dimenticavo il fatto che non mi cagava nessuno. Talvolta qualcuno mi infilava una lingua in bocca, poi mi guardava meglio e si dedicava ad altro.

Sul serio pensavo che tutto ciò dipendesse dal mio aspetto e come avrei potuto pensare diversamente se ero cresciuta tra gli insulti sessisti e tanti episodi di marginalizzazione? E più me ne lamentavo più mi facevano a pezzi, perché i bulli e le bulle sono così, se ti vedono piangere, disperarti, dicono che sei lagnosa e ti sfottono il triplo. Non era insolito per me sentirmi dire che avrei desiderato un cazzo in gola o mi sarebbe piaciuto tanto essere stuprata. Come se lo stupro fosse un premio all’avvenenza, senza il quale non puoi esporre il marchio che ti dà licenza di beltà.

Quando fui prossima alla laurea, avendo vissuto anni a spiare le compagne di scuola o le colleghe, a invidiare le relazioni che riuscivano a costruire, a eccitarmi, senza conclusione, ascoltando i gemiti delle altre venire dalle pareti, pensavo di non avere più alcuna possibilità. Infine decisi sul serio di emigrare. L’Italia è provinciale e fuori da lì pensavo di poter trovare qualcosa anche per me. Un po’ di fortuna, un po’ d’amore, forse.

Il mio primo lavoro fu di cameriera. Lavoravo in un ristorante indiano e il proprietario era un fanatico che relegava la figlia nelle cucine per non farla vedere ai clienti. Perciò assumeva altre che potessero stare a contatto con gli estranei. Io e altre eravamo le zoccole abilitate a sorridere e a parlare con chiunque. Resistetti un paio di mesi, poi, avendo più cognizione della lingua, chiesi di poter lavorare in un altro locale che stava in una zona molto frequentata. Dissi che sapevo che venivano assunte belle ragazze ma mi sarebbe piaciuto molto fare parte di quel contesto. C’era allegria, i datori di lavoro erano simpatici, la gente si divertiva e così dissi che ero disponibile a lavorare anche per fare le pulizie prima e dopo l’apertura dello spazio.

Organizzavano serate a tema, in costume, a volte dark, altre volte richiamando storie fantasy. Vampiri, mostri, sirene, fate, strane creature. Ottenni il lavoro e uno dei due proprietari mi disse di provare a mischiarmi tra la gente. “Vedi un po’ se ti piace e poi dimmi cosa vuoi fare”. Recuperai sicurezza e decisi di mascherarmi. I miei difetti stavano nelle linee del volto, irregolari. Non ero nulla di speciale. Naso a patata, fronte alta, bocca troppo grande, capelli non particolarmente attraenti. Non mi ero resa conto di avere comunque un corpo piacevole, che avrei potuto valorizzare.

Un mese dopo ero seducente, sicura di me, con i capelli grigi e viola, rossetto nero sulla bocca, un trucco che rendeva il mio sguardo strabiliante e costumi attillatissimi con tacchi e zeppe vertiginose. Ebbi il coraggio di farmi un pearcing al naso e uno al sopracciglio destro. Orecchini a iosa, smalto scuro, un tatuaggio che lasciava risaltare la linea della schiena che lasciavo spesso nuda. Ero completamente cambiata e sentivo su di me gli sguardi, qualcuno mi corteggiò, anche piuttosto insistentemente, e non perché fosse ubriaco. Poi mi proposero di arrotondare accettando incarichi di vendita di servizi sessuali in un altro posto. Ero perfetta per restituire un immaginario di dominazione, così mi dissero, e a loro mancava una mistress.

Essere vittima di bullismo in questo aiuta. Conosci l’abc dell’umiliazione e se pensi poi che c’è chi ti paga per farsi umiliare la storia prende una piega perfino comica. Bizzarra. Con i nervi saldi, assoluta fiducia nelle mie capacità, una visione totalmente diversa di me, del mio corpo, delle mie possibilità, divenni una creatura sessuata e felicemente accoppiata. Il mio compagno si esibiva nel locale in cui lavoravo. I miei clienti mi adoravano e io mi sono ritrovata spesso a ripensare a come cambiano le cose quando cambi prospettiva. Fossi rimasta in Italia probabilmente mi sarei suicidata o sarei rimasta sola, triste, intrappolata in una grigia vita priva di significato. Adesso e qui, invece, io sto bene. Sto bene. Ho mille orgasmi. E sono bellissima.

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