Acchiappa Mostri, Antiautoritarismo, Antisessismo, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

#Firenze: non fu stupro di gruppo. Cos’è allora la violenza?

Ricordo che quando si parlò dell’accusa di stupro di gruppo contro sette ragazzi fiorentini, era il tempo in cui si urlava all’emergenza stupri commessi dagli immigrati e il piano securitario messo a punto a Firenze, per conto dell’assessorato alla sicurezza, faceva un po’ di vittime tra accattoni e simili. La faccenda balzò agli onori della cronaca con toni sensazionalistici. Uno degli accusati veniva definito regista di film splatter, robe di sangue, ferite, spalmate su uomini e donne, e qualche testata giornalistica si divertì a pubblicare alcuni fotogrammi di quei video, se non mi sbaglio, per dimostrare che quando l’orco colpisce è perché è un mostro. Da lì in poi a me sembrava chiaro che le conclusioni sarebbero state abbastanza scontate. La ragazza in questione, da ciò che raccontavano i quotidiani, aveva preso parte ad alcuni lavori del giovane regista e conosceva alcuni dei ragazzi poi accusati di stupro. Dopo una serata assieme finirono tutti in macchina, in un parcheggio alla Fortezza (sto andando a braccio, se sbaglio correggetemi), e da qui in poi ci sono due versioni:

– l’accusa dice che la ragazza sia stata stuprata da sette ragazzi mentre era troppo intontita dall’alcool, quindi troppo debole per difendersi;

– la difesa dice che erano tutti un po’ alticci e che in quella macchina si consumò un gioco erotico un po’ spinto ma comunque assolutamente consensuale, tant’è che lei, dopo, se ne tornò tranquillamente a casa in bicicletta.

In primo grado i ragazzi furono condannati. In appello sono stati assolti con formula piena perché “il fatto non sussiste”. Non so se seguirà ancora un altro grado di giudizio, o se si parlerà di spese processuali assegnate alla querelante e di una possibile accusa per calunnia nei confronti della ragazza.

Dicevo che per me la conclusione era abbastanza scontata, commenti inclusi. Primo, perché Madonna ha ragione.

Secondo, perché i toni sensazionalistici e la ricerca del mostro non ammettono una ricerca della verità slegata dal piano processuale. Processualmente i ragazzi non sono stati giudicati dei mostri. E sicuramente non lo sono. Per essere stupratori non bisogna essere “mostri”. Ma siamo sicur* che in queste vicende si può parlare di mostruosità? O non si parla forse di una mentalità ben radicata nella cultura diffusa a piene mani nella società? La violenza ha contorni e caratteristiche molto più “normali” perché contestualizzate in situazioni caratterizzate da comportamenti legittimati da una mentalità vecchia, difficile da sradicare, che resiste e rende molto complicato individuare l’anomalia.

Terzo, perché costoro non erano rumeni. Fossero stati stranieri avrebbero già scontato la pena in carcerazione preventiva.

Con ciò non voglio dire che sono colpevoli. La sentenza li assolve e a me non interessa quel piano della discussione, perché semplifica e obbliga gli schieramenti a ragionare di questo tema senza considerare le zone grigie, la complessità. I processi arrivano a conclusioni semplici: loro assolti perché lei ci stava. Oppure: loro colpevoli perché lei era assolutamente vittima. Se non appare sufficientemente vittima, se aveva cominciato e poi voleva interrompere, se ha vissuto con disagio quella storia e poi se ne è andata senza saperlo spiegare, se durante quella serata lei era attiva, se si è “bagnata” o se, addirittura, ha avuto un orgasmo, se ha emesso dei gemiti, a prescindere dal loro significato, infine è il giudice che decide cosa per la legge è stupro e cosa non lo è. Questo significa “istituzionalizzare” il riconoscimento della violenza. Questa è la conseguenza dell’assegnare ad un sistema istituzionale e patriarcale il compito di tutelarci.

Sganciare il ragionamento dal piano processuale, repressivo e securitario, senza la minaccia della galera, entro cui alcun* vorrebbero rinchiudere queste persone, con assillo giustizialista che di sicuro non ci aiuta a parlarne approfonditamente, sganciare la discussione dall’irrigidimento delle parti in una posizione unicamente contrapposta, consentirebbe forse a tutti di parlarne con maggiore obiettività.

Uno degli accusati, ora assolto, sulla sua bacheca facebook parla di sei anni, precedenti all’ultima sentenza, di “menzogne, discriminazioni, umiliazioni, paternalismi e violenze contro di me e la mia famiglia“. E’ forte la necessità di esigere riscatto e di un riconoscimento pubblico che il ragazzo afferma di non attendersi. Dice che non ne parleranno se non in qualche trafiletto, e immagino metta a confronto i tanti articoli in cui lui e altri sono stati messi alla gogna e le poche parole spese per raccontare le conclusioni del processo.

Più in basso qualcuno dice che “c’è ancora qualche femminista” che polemizza.  Personalmente ho ben poco da polemizzare. Ho scritto varie volte del fatto di comprendere come per un certo genere di accuse lavare via la convinzione che rimane impressa nelle nostre menti, sia complicatissimo. Se sei accusato di stupro, di violenza, di abusi, nonostante l’assoluzione resti sempre e comunque un po’ colpevole. Difficilmente si discute della donna che ha rivolto l’accusa come di una persona che era in difficoltà, perché l’altra esigenza è quella di cancellare ogni complessità e dichiarare quella donna una bugiarda, perché si vergognerebbe di aver preso parte ad una sessione di sesso di gruppo o per motivi di chissà quale tipo.

Io immagino che in questi anni ci sono state otto famiglie coinvolte in questo processo. Quelle dei sette ragazzi accusati e quella dell’accusatrice. Immagino quanto possa essere grande il dolore di genitori che tentano di evitare la galera ai propri figli o che tentano di ottenere riconoscimento per la figlia che si intende violata. Immagino come sia difficile rendersi conto del fatto che un’azione di un momento, possa costare tutta la vita. Ed è un prezzo altissimo, che ti responsabilizza, ti fa rendere conto che ogni azione ha delle conseguenze e a me piacerebbe fossero conseguenze utili sul piano culturale e non penale.

Al di là della sentenza, dunque, a questo punto, a me piacerebbe parlare con le famiglie di tutte le persone coinvolte e raccontare di come sia difficile per una donna ubriaca dire di no, difendersi, sottrarsi a quello che ti mette a disagio. Io non so come è andata. Non c’ero. Non mi interessa porre la questione in termini innocentisti o colpevolisti. Questo è un compito che spetta ai giudici. Quel che mi preme dire è che sarebbe utile fare passare un messaggio chiaro: chiunque abbia a che fare con una donna che ha bevuto, deve considerare quella persona in stato di temporanea disabilità, dunque non in grado di dare il proprio consenso a niente.

Se tu sei un uomo che ama fare sesso consapevole, consensuale e condiviso,  scommetto che non proverai alcun piacere nel vedere una donna completamente rincoglionita dall’alcool, e anche per regalarti un po’ di autostima vorrai che quella donna abbia voglia di stare con te da sobria, perché da ubriaca non vale. Una donna ubriaca, così come una donna scollata, non ha scritto sul corpo “prendimi, sono disponibile”. E questo vale anche se tu sei ubriaco e con i freni inibitori al ribasso, per quanto io sappia che non è furbo affidarsi ad un guidatore ubriaco al ritorno di una serata, ma a parte guidare irresponsabilmente non ricordo di aver mai beccato amici, da ubriachi, a fare nulla di diverso da quel che avrebbero fatto da sobri.

Mi piacerebbe fosse questo il messaggio diffuso in questi giorni, a prescindere da questa sentenza. Mi piacerebbe fossero gli stessi accusati a raccontare di quanto sia complicato per una donna riuscire a procurarsi divertimento senza diventare l’involontaria intrattenitrice di qualcun altro. Quante volte l’hanno visto accadere? E non per fare moralismo sulle abitudini sessuali altrui o per fare del “paternalismo” come dice una delle persone assolte, ma si tratta semplicemente di buon senso.

Cosa costa dire a lei “non ho capito quel che stavi vivendo, mi spiace per essere stato insensibile“. Cosa costa, per un attimo, dirsi umani e valutare queste faccende guardando empaticamente al proprio e all’altrui dolore, includendo quello delle famiglie. Cosa vi costa dire che, processo o non processo, sentenza o non sentenza, comunque si tratta di una sconfitta, per tutti, e dunque anche per voi.

A me piacerebbe parlarne, ecco. E naturalmente qui c’è spazio per la ragazza ma anche per i ragazzi accusati, qualora si sentissero lesi dalle mie parole. Non per insistere con un processo mediatico che non giova a nessuno e lascia solo che il mondo si divida in tifoserie, non per aggiungere moralismi a definizione dei comportamenti degli uni e degli altri, ma perché mi piacerebbe sapere da loro cosa pensano sia la violenza. Cosa pensano sia il sessismo? C’è del sessismo nelle loro considerazioni?

Ecco: cos’è per voi la violenza?

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2 pensieri su “#Firenze: non fu stupro di gruppo. Cos’è allora la violenza?”

  1. Innanzitutto ti ringrazio per aver trattato un discorso molto complesso con toni così equilibrati; trovo veramente interessante il tuo concetto di complessitá che viene contrapposto a quello della giustizia che per deliberare in un senso o nell’altro deve ridurre tutto al semplice: cattivo, buono, colpevole, innocente. L’unico appunto che mi permetto di darti è sulla frase:”non ricordo di aver mai beccato amici, da ubriachi, a fare nulla di diverso da quel che avrebbero fatto da sobri”, perchè, anche se personalmente posso ritenerla vera, essa si può applicare al gruppo di amici quanto alla ragazza, che in questo caso anche se sotto i fumi dell’alcool, avrebbe potuto dare l’impressione di un consenso come se fosse sobria (dato che secondo te l’intenzione non cambierebbe). In definitiva come hai detto te nel finale fa parte del fair play evitare del tutto un rapporto sessuale se l’altra parte appare in evidente stato di ubriachezza, a prescindere da quali segnali stia mandando.
    Nella speranza che non ci sia stata malafede da entrambe le parti ma solo un’incomprensione (che ha rovinato 8 vite) , ti rivolgo nuovamente stima per il bell’articolo scritto.

  2. Secondo me dipende dal modo in cui si sente la ragazza… se vedi che la ragazza a malapena si regge in piedi, non riesce a svolgere semplici operazioni e anche a livello verbale sembra un pò strana, andarci a letto sarebbe in pratica uno stupro, anche se fosse lei a portarmici a letto.
    Se la ragazza ha bevuto ma non mostra segni evidenti vuol dire che regge bene l’alcool, e quindi direi via libera in questo caso.

    Una menzione a parte merita il caso in cui entrambi siano ubriachi più o meno allo stesso modo: in questo caso i freni inibitori sono inibiti per lei, ma anche per lui, e se succede qualcosa in questo caso non è stupro.

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