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#Islanda: la repressione colpisce anche gli strip club

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di Federica

Nel 2010 l’Islanda decise di bandire gli strip club. Questa decisione è stata vista quasi ovunque come una conquista per le donne tutte, stripper professioniste comprese. Ma approfondiamo di più la vicenda. In quel periodo la famosa testata giornalistica “The Guardian” commentava così la rivoluzionaria decisione del governo islandese e dell’allora primo ministro Johanna Sigurdardottir, prima donna a governare il Paese:
L’Islanda sta velocemente diventano un paese leader mondiale del femminismo. Un paese con una popolazione di appena 320.000 abitanti è sul punto di realizzare ciò che molti considererebbero impossibile: chiudere i battenti dell’industria del sesso.”

E qui c’è un po’ di imprecisione, perché l’industria del sesso è molto variegata, gli strip club ne rappresentano solo una minima parte. Quindi, con buona pace del giornalista del Guardian, bandire gli strip club dal territorio di un Paese non significa eliminare tutta l’industria del sesso dal proprio territorio.
Leggiamo ancora: “Questa notizia è un vero e proprio segnale per le femministe di tutto il mondo, ci dimostra che quando un intero Paese è unito nel seguire un’idea, tutto può accadere (…)

Secondo la polizia islandese , 100 donne straniere all’anno viaggiano verso il Paese per lavorare negli strip club. Non è chiaro se queste donne siano vittime di una tratta, ma le femministe sostengono che mentre l’industria dello strip tease è in aumento nel Paese, non cresce il numero delle donne islandesi che desiderano lavorare in questo settore. I sostenitori del disegno di legge pensano che alcuni club siano una facciata per nascondere giri di prostituzione e che molte donne lavorino lì, più che per libera scelta, a causa di dipendenze da droghe e per povertà”.
Ho visitato uno strip club a Reykjavik ed ho osservato quelle donne: nessuna di loro sembrava felice del proprio lavoro.”
Dopo questo ritratto abbastanza pietistico della situazione, l’articolo mette in mostra la ragione politica, prima che morale, che sta dietro a questa legge.  “Non è accettabile che le donne e le persone in generale vengano considerate come un prodotto da vendere” e ancora “io credo che gli uomini islandesi dovranno abituarsi all’idea che le donne non siano in vendita“.

Ma gli islandesi cosa ne pensano?

E’ un dato di fatto che le femministe in Islanda siano tutte unite nell’opposizione alla prostituzione, a differenza del Regno Unito, dove ci sono accesi e animati dibattiti su come la prostituzione e la lap dance siano degradanti o squalificanti per le donne. Un sondaggio del 2007 ha dimostrato che l’82% delle donne e il 57% degli uomini sono d’accordo per la penalizzazione del sesso a pagamento- sia nei bordelli che nei club di lap dance- e meno del 10% 1degli islandesi si è dichiarato contrario.”
Insomma l’Islanda è un paese bello e giusto, perché è governato da una donna omosessuale e perché la popolazione criminalizza qualsiasi forma di pagamento per l’acquisto di servizi sessuali, poco importa se si tratta di prostituzione in senso stretto o di una semplice visione di uno spettacolo di lap dance. In sostanza, si vuole dimostrare che prostituzione e lap dance siano la stessa cosa, quando in realtà le stripper offrono innanzitutto uno spettacolo, più che prestazioni sessuali in senso stretto. Fermiamoci un momento a riflettere: vi sembra femminista decidere per tutte cosa è moralmente accettabile e cosa no? Nessuno mette in dubbio che lo strip club sia un  retaggio di una cultura sessista ma è giusto lasciare delle lavoratrici a casa da un giorno all’altro per questo motivo? E’ coerente battersi per i diritti delle donne e poi etichettare come vittime tutte quelle che scelgono questa professione? Anche gli stripper di sesso maschile sono vittime da salvare o loro hanno il privilegio della libera scelta su come meglio utilizzare il proprio corpo?

Molte persone, leggendo, potrebbero obiettare che in quegli ambienti le lavoratrici  sono spesso vittime di abusi sia dal punto di vista sessuale che lavorativo, con diritti sindacali inesistenti o comunque ridotti al minimo. Io non metto in dubbio che esistano situazioni del genere, non sono una negazionista, ma siamo veramente sicuri che tutto questo avvenga solo nelle professioni strettamente legate all’industria del sesso? Da quel che so, la degradazione, gli abusi, la riduzione in schiavitù possono coinvolgere qualsiasi tipo di professione, anche quelle considerate “meno a rischio”, come la segretaria o la commessa. Una decisione veramente femminista e rivoluzionaria sarebbe stata quella di dare ascolto a queste lavoratrici, magari riconoscere un sindacato che difendesse i diritti delle professioniste e dei professionisti dello strip tease e contrastasse un’eventuale tratta di persone costrette ad esercitare questa professione.

Negli USA una stripper professionista di Portland, Elle Stanger, si sta battendo affinché venga riconosciuto un sindacato delle professioniste dello strip, per rivendicare maggiori tutele e far rispettare i propri diritti di lavoratrici. La Stanger ci spiega che la parte più difficile della loro battaglia è proprio vincere lo stereotipo che le dipinge tutte come vittime bisognose di un aiuto esterno, quasi caritatevole o umanitario.

Intanto, giornalisti, opinionisti, ma anche persone comuni, guardano all’Islanda come un vero Paese “female friendly” perché ha vinto la sua battaglia contro l’immorale industria del sesso.
Sarà, ma un Paese diventa veramente female friendly grazie all’educazione e alla cultura delle persone che lo abitano, non dalla quantità di strip club chiuse sul territorio.
Che ci piaccia o no, la vera emancipazione femminile inizia quando si dà alle donne la libertà di scegliere una qualsiasi strada. Poco importa se tu abbia deciso di diventare moglie e madre fedele, piuttosto che scienziata, suora o prostituta, se la tua è una libera scelta nessuno dovrebbe intromettersi, neanche il governo più femminista del mondo.

6 pensieri su “#Islanda: la repressione colpisce anche gli strip club”

  1. “Ho visitato uno strip club a Reykjavik ed ho osservato quelle donne: nessuna di loro sembrava felice del proprio lavoro.” – si sa che invece, negli uffici dell’amministrazione pubblica o nei magazzini di un mercato la gente sprizza felicità. Mi verrebbe da chiedermi come si faccia a scrivere certa roba. Poi mi ricordo in che millennio siamo e capisco.

    1. Non meravigliarti se il The Guardian pubblica certi articoli ti basta sapere che tra i suoi editorialisti c’era anche la famosa Mary Honeyball, l’europarlamentare che nel febbraio del 2014 fece approvare dall’europarlamento una risoluzione per vietare in tutta Europa l’acquisto di sesso come in Svezia.

    1. Più che altro la vergogna sono i politici che hanno appoggiato compattamente questa legge assurda: era passata con tutti a favore se non sbaglio. Tra l’altro, per la mia limitatissima esperienza personale, quelle sulle spogliarelliste sono tutte bugie: quando ero più giovane ho avuto brevissime relazioni con due spogliarelliste – una era studentessa universitaria e da quel poco che ricordo di lei credo oggi abbia fatto strada, l’altra era un po’ fuori di testa e amante della marijuana ma non più di tante altre ragazze che ho conosciuto.

      1. Strano che a votare questa assurda legge che si ispira all’Arabia Saudita ci siano stati anche i politici dei due partiti di destra, ora di nuovo al potere, che nel 2007 votarono a favore della piena legalizzazione della prostituzione, evidentemente il crollo dell’economia islandese che ha ridotto in miseria la popolazione ha permesso alla femministe radicali di estendere la loro influenza a tutti i partiti.
        L’unica speranza è che tra due anni il Partito Pirata, che ora i sondaggi accreditano di un 15%, ottenga la maggioranza in parlamento, sicuramente loro avranno il coraggio di abrogare le folli leggi che sono state fatte tra il 2009 e il 2013 dai partiti di sinistra.

  2. Tra l’altro è da notare che l’articolo originale del Guardian citava anche i commenti entusiastici di Janice Raymond, una che non esiterei a definire “nemica del popolo” https://en.wikipedia.org/wiki/Janice_Raymond
    Una TERF, e pure delle più cattive.
    Personalmente penso che, se Janice Raymond (o Sheila Jeffreys) è entusiasta di qualcosa, ciò è senz’altro male per l’umanità.

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