Non si può esporre un corpo se prima non l’hai sciacquato bene, ed è la parte che più mi appassiona del mio lavoro. Mi lavo, fino in fondo, mi accarezzo, mi massaggio, mi voglio bene, resto ad occhi chiusi nella vasca e vedo sporgere i capezzoli, un ginocchio, così mi piego e spunta un fianco. Poi giù la testa, ad occhi chiusi, sto attenta ai rumori, le voci, tutto ovattato, e quando esco riprendo contatto con il mondo e vedo la mia vicina d’impiego che si trucca appassionatamente. Lei è un’artista del buon trucco. Ha una mano fermissima e segue i contorni degli occhi come se li conoscesse a memoria. Sceglie colori tenui, non appariscenti, e questa è una cosa che delle donne come me molti non sanno. Non necessariamente siamo sguaiatissime e volgari puttane con il rossetto troppo vivace e gli abiti esagerati. La mia collega lega un piccolo nastro al suo chignon e per completare l’opera applica un rossetto opaco, che esalta la sua carnagione. Un piccolo brillante al naso e un bracciale grigio che sottolinea la perfezione del tricipite.
Indossa un abito grigio pallido, a collo alto, con una profonda e sensualissima scollatura dietro. Segue i contorni del suo corpo e termina con un piccolo spacco sul ginocchio. Bellissima la sua schiena e splendidi i suoi seni che non hanno bisogno di supporto. A lei piace un profumo dalle note lievi. Le scarpe, un decolleté nero con tacco intonato al vestito, sottolineano il fascino delle sue caviglie. Le mani curate, perfetta manicure, smalto lievemente rosato. Ora è magnifica, pronta per andare in scena. Attende che io asciughi cosce, piedi, braccia. Mi dice che ho bisogno di risolvere una screpolatura che ho appena dietro un ginocchio. Mi suggerisce di indossare il mio pantalone ampio, di seta nera, con fascia sui fianchi, da accostare ad una camicia stretta in vita, bottoni slacciati fino al reggiseno, lingerie di seta rossa. Sono colori che si intonano di più al colore dei miei capelli. Neri, sfumati mogano sulle punte, come usano adesso. Sciolti, due fermagli rossi per lasciare scoperte le orecchie e la linea del collo. Sandali bassi, perché la mia altezza è sufficiente.
Siamo pronte. E’ il momento. Respiriamo a fondo, siamo due professioniste. Non dobbiamo accettare alcool o droghe, saremmo licenziate in tronco. La proprietaria ci vuole tutte intere, lucide e in grado di mantenere viva una ricca conversazione. Io e la mia collega sembriamo abbastanza qualificate per fare questo. Laureata io e con un diploma e vari corsi di formazione lei. Io, italiana in terra straniera e lei indigena, nata e cresciuta in quella città. Il luogo che gestisce la nostra datrice di lavoro, perfettamente in regola secondo la legge locale, ha la fama di essere un posto di classe. Le donne, gli uomini, gay, le trans che ci lavorano sono straordinariamente competenti e la loro immagine è ottima. La sex worker più gettonata è un’altra mia collega che ha qualche anno più di me, gran classe, sensualissima e molto intelligente.
La mia collega ed io attraversiamo il lungo corridoio che separa i luoghi di preparazione e il locale vero e proprio. Mano nella mano, per gustarci un contatto di pelle che ci lascia desideranti e un po’ eccitate. Siamo state richieste da una coppia, un uomo e una donna, che vogliono vivere una serata fuori dagli schemi. Lui è un signore di mezza età, capelli grigi, cespugli spettinati al posto delle sopracciglia, sembra un intellettuale un po’ bohèmienne. Il suo tempo deve essersi fermato altrove. Una giacca vissuta, pantalone di un tessuto troppo pesante per questa stagione, una discreta pancetta, mani devastate dalla vitiligine. Credo si vergogni di mostrare il corpo perché in alcune parti ha assunto quella innaturale sfumatura.
Lei è una signora un po’ sfacciata, dicono sia la sua seconda moglie. La prima se ne è andata per procedere verso il 2000. Quest’altra sembra precaria, ha degli abiti abbastanza vecchi, accostati con buon gusto ma comunque vecchi. Curata, capelli corti biondo miele, un volto non bellissimo ma adorante nei confronti di quell’uomo. Lei è bisessuale e a lui non dispiace fare sesso con altre donne che gli diano piacere. L’incontro dura un paio d’ore, tra preliminari, chiacchierata al bar per prendere confidenza, perché la proprietaria vuole che stabiliamo con i clienti un rapporto umano. Quel che ci dice sempre, ché poi è la chiave del suo successo, è che i clienti vogliono essere amati, capiti, gli serve tenerezza, a parte il sesso, e se è di questo che hanno bisogno allora è nostro dovere realizzare i presupposti affinché si realizzi una bella intimità.
Dovete lavorare con la testa, dice la nostra datrice di lavoro, e non con il corpo. Il corpo fa quel che la testa dice e allora si richiede un lavoro mentale. Io posso dire che in fin dei conti è anche parecchio gratificante. Non siamo una organizzazione della carità perché ci pagano molto bene, ma quello che facciamo ci piace, lo scegliamo, giorno dopo giorno. Sicuramente piace a me, mi dà un senso di benessere, mi sento a posto con me stessa e quando esco fuori da lì e torno alla mia vita di ogni giorno, contrariamente ad altre colleghe, con le quali ho parlato, che vivono in altre nazioni uno scollamento emotivo tra le due cose, lavoro e vita privata, giacché devono lavorare in forma clandestina, perciò sono certamente più soggette ad altro genere di incontri, non filtrati, non protetti, contrariamente a loro, ecco, io sto bene.
Conto i miei soldi, mi spoglio degli abiti di scena, indosso i miei jeans e le scarpe da tennis, lego i capelli e mi lascio avvolgere da una maglia lunga, vado alla mia auto, metto la mia musica, canto nel tragitto per andare a casa, entro, faccio un caffè, chiamo mia madre, qualche amica, invito un caro amico a fare un giro, vado al cinema, a teatro, insomma vivo. D’altronde, perché dovrebbe essere altrimenti?
Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.
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